3
Tre
Flora era sempre stata convinta che tutto dovesse seguire una linea dritta ben precisa. Era nata e cresciuta in un paese dove erano accaduti pochissimi eventi rilevanti, e non addirittura quasi nessuno. Non aveva mai contemplato nessun motivo per cui in una giornata qualunque dovesse accadere qualsiasi cambiamento, anche stupido. Non aveva mai fatto nulla che non fosse preimpostato nella sua memoria, non si era mai posta il problema del fatto che potesse risultare monotona.
I suoi genitori erano la classica coppia comune: il padre lavorava, la madre pure, la sorella minore studiava alle medie. Aveva un'amica come ogni essere vivente, un fidanzato e dei parenti con cui si sentiva solo attraverso chiamate dal telefono o lettere.
Per lei molte tradizioni erano solo frutto di stupide convinzioni che portavano l'uomo a fidarsi dell'ignoto alla ceca, senza assicurarsi di poter vedere davvero se avesse ottenuto risultati positivi o meno. Non esisteva nulla di straordinario, nulla che valesse davvero la pena festeggiare. Per Flora ogni giorno era uguale, e tutte le feste erano solo un metodo inutile di renderle diverse.
Per questo motivo l'improvvisa apparizione di quello strano ragazzo, dentro l'aveva alquanto incuriosita e nel suo piccolo sconvolta. Era ridicolo usare un termine del genere, lo sapeva, eppure per la prima volta si era ritrovata a pensare a qualcosa che non fosse il suo solito schema di progetti. Era un soggetto bizzarro, del tutto fuori da ogni possibile prospettiva che potesse dargli una definizione logica. Dai vestiti al comportamento. Personalmente Flora lo avrebbe definito un alieno.
E poi c'era il discorso di Minnie: un'altra volta l'avrebbe lasciata indietro per rincorrere i suoi unici pensieri, senza preoccuparsi del resto. Non era la prima volta, ormai avrebbe dovuto esserci abituata, ma ogni volta era una brutta ferita al cuore e alle spalle, soprattutto sapendo bene che Minnie era a conoscenza dei suoi pochi desideri.
Con questi pensieri, Flora si buttò sul letto, mollando per terra lo zaino, nel primo posto disponibile.
“Che palle…” sospirò affondando il volto sul cuscino, ma non ebbe nemmeno il tempo di disperarsi che sentì bussare alla porta.
“Com'è andata oggi al volontariato, tesoro?” la madre bussò due volte alla porta, senza usare troppa forza, e poi aprì quasi sentendosi in colpa.
“Uno schifo, mamma. Per non parlare di Minnie” la voce della ragazza era ovattata per colpa del cuscino, ma sua madre era riuscita comunque a capire cosa volesse intendere.
Tra madre e figlia non esistevano segreti, per Flora, Diana era sempre stata la complice per eccellenza: madre severa quando serviva e amica e consulente in tutti gli altri casi. Diana era l'unica persona a sapere delle emozioni altalenanti per colpa di Minnie, ogni volta la figlia tornava a casa con una scusa nuova per finire da sola da qualche parte, e per questo il loro era diventato una specie di salottino segreto, più che un rapporto familiare.
“Che cosa ha deciso di mollare questa volta?”
“Gli studi…”
“Un passo grande, per una come lei”.
Diana non nascondeva mai quello che pensava, se una cosa non era nelle sue simpatie, lo faceva notare senza tanti problemi. Aveva sempre riservato un giudizio per tutto, e l'amicizia di sua figlia non faceva eccezione.
“A volte penso che Minnie non voglia fare niente con me perché la metto in imbarazzo…”
“Io non credo, sai? Penso più che sia invidiosa di te, e che si senta inferiore”.
Quell'affermazione fece alzare uno sguardo perplesso e confuso nel volto di Flora. Come poteva, sua madre, pensare una cosa del genere? Tra le due, quella che riusciva sempre a realizzare i suoi progetti di giornata era Minnie, non certo lei; ogni volta era un continuo adattarsi, sentire cosa avesse in mente l'amica e tirare indietro le proprie richieste. Semmai, quella inferiore era Flora.
“Non è invidiosa di me, mamma. Dovrei essere io quella”.
“E perché mai dovresti?” Diana alzò un sopracciglio con un'espressione tra lo scettico e il malizioso, “Non sei certo tu quella che alla prima occasione molla il tiro e si eclissa dietro mille scuse. Non sei tu quella che si giarda intorno senza mai prendere una vera e propria decisione. E, Soprattutto, non sei tu quella che si sta rendendo conto di non essere ancora in grado di prendere in mano la propria vita”.
Non sono io in nessun caso… in effetti Diana non aveva torto: Flora si era sempre fatta riconoscere per la sua voglia, nonostante i possibili fallimenti, di voler prendere tutte le iniziative che le si parassero davanti; Minnie non era così. Non era mai stata una ragazza in grado di perseverare i propri obiettivi, per lo più si era sempre fatta andare bene quello che le offrivano a colpo sicuro, e quando si rendeva conto di non essere in grado di soddisfare i requisiti… si tirava indietro. Minnie non aveva mai avuto un carattere forte su quel punto di vista, ma possibile che pensasse diversamente bei confronti della sua amica?
“Ma perché dovrebbe sentirsi meno di una come me? Io non sto portando avanti nulla di quello che voglio fare. Sono solo parole e nient'altro”.
“Però prendi tante iniziative, Flora. E quando hai in mente un obiettivo, fai di tutto per ottenere quello che vuoi. Minnie no invece”.
A questo Flora non aveva mai pensato, almeno non fino in fondo. Era cosciente del fatto che, ogni volta che si presentava l'occasione, fosse la prima ad accaparrarsi ogni possibile obiettivo che valesse la pena inseguire, ma non avrebbe mai immaginato che Minnie potesse avere una sorta di invidia nei suoi confronti. Per lei, era sempre stata l'amica ad avere più possibilità di successo nella vita, nella sua lineare successione di giornate in perfetto ordine, e non aveva mai considerato che quella routine potesse diventare deleteria. Quel pensiero iniziò a farle cambiare idea sulle tradizioni.
“Quindi…” guardò sua madre incerta, “Pensi che lei sia… si senta inferiore a me? Solo perché io sono una biglia che non smette mai di rotolare?”
“Be' Flora, spesso pensiamo di essere peggio di quello che siamo realmente. Motivo per il quale molti ci considerano diversi dalle nostre effettive aspettative”.
“Pensi che io non sia così incasinata come credo di essere, allora?”
“Sono tua madre, non penserei mai che la mia bambina sia un casino vivente”.
Non avrebbe dovuto, perché avrebbe perso credibilità, ma Flora non poté fare a meno di scoppiare a ridere. Essere incasino vivente in fondo non suonava così tanto male come avevano sempre dato a vedere tutti, dato che aveva il vantaggio di poter gestire ogni volta una giornata diversa. Diana si mise a ridere con la figlia, facendo scivolare pian piano quell'alone di stress che Flora si era portata dietro. La ragazza addirittura aveva smesso di pensare a quel ragazzo bizzarro, tanto che nemmeno informò la madre dell'incontro. Non ne valeva la pena.
C'era un'abitudine a cui Flora non riusciva mai a dire di no: passeggiare per le vie coperte del paese osservando e ammirando le vetrine era da sempre la sua attività preferita. Lo aveva sempre fatto dopo scuola, quando usciva dal portone dell'Istituto che collegava elementari e medie insieme, e prendeva l'incrocio che conduceva al centro dove erano aperti tutti i negozi, appiccicando il naso ai vetri per poter vedere la merce senza il riflesso esterno che dava fastidio e impediva la visuale completa. Ogni volta che Minnie la vedeva incollata alle vetrine, alzava gli occhi al cielo per poi richiamarla diverse volte, dato che rischiavano di arrivare tardi a casa per aver perso l'autobus. Dal centro era molto difficile prendere l'autobus in tempo, i vicoli arzigogolati rendevano il tragitto più lungo rispetto al viale che costeggiava il porto. Non lo aveva mai capito nessuno, ma era così. A Flora però non era mai importato, piuttosto sarebbe tornata a casa a piedi, ma durante il pomeriggio o durante le vacanze di Natale adorava guardare i negozi immaginandosi come una modella che provava mille vestiti. Lo faceva anche nella cabina armadio di sua madre, ma le era permesso solo maneggiare un certo numero di vestiti.
Percorrere quei viali anni dopo, in ogni caso, non toglieva affatto quella magia che Flora aveva sempre sentito. Solo una cosa era cambiata: non provava più lo stesso interesse per la metà dei negozi che ancora persistevano. Ormai osservava solo quelle poche cose che ancora attiravano la sua attenzione, che si erano dimezzate molto nel corso della sua crescita.
Aveva un obiettivo quella mattina: voleva andare a distribuire più volantini possibili, e se si fosse presentata l'occasione, avrebbe fatto una telefonata a Ivan. Non lo sentiva da qualche giorno e non aveva più ricevuto lettere da parte sua; immaginava fosse per gli impegni che la leva gli imponeva, ma normalmente la sera trovava un minuto libero per farsi sentire, quanto meno per confermare il fatto che fosse vivo e vegeto.
Quel giorno le vetrine erano ancora buie e molti negozi chiusi, non era ancora l'orario effettivo di apertura ed effettivamente Flora si era resa conto di essersi alzata molto presto. Ma il volontariato non ha orari! Così diceva sempre quando si auto-imponeva un impegno.
Una cosa attirò la sua attenzione, proprio in un punto che lei non aveva mai osservato con attenzione. Vide una porta situata alla fine di una piccola scalinata che scendeva. Erano quattro o cinque gradini con la ringhiera avvolta da edera e muschio, dall'aspetto trasandato e abbandonato. Una finestra con le persiane scrostate però fece vedere qualcosa all'interno: un arredamento improvvisato regnava sovrano. Anche se non avrebbe dovuto, Flora decise di avvicinarsi rompendo sul nascere la sua routine acchiappa-crediti, la curiosità per una volta ebbe il sopravvento. Da vicino la porticina sembrava ancora più consumata, dei rivoli consistenti di muffa, umidità e muschio contornavano le giunture e i solchi artistici in modo quasi padronale, come se la porta stessa fosse stata progettata per riempirsi di flora selvaggia.
Non era educazione, lo sapeva bene, sua madre e suo padre le avevano sempre detto che bisognava bussare prima di entrare, e lei tempo dopo lo aveva ripetuto alla sorella. Ma sta volta non aveva voglia di stare dietro alle regole di educazione, in fondo chi poteva abitare in un posto del genere?
Dentro, la casa era anche ridotta peggio: vi erano dei cumuli disordinati di ogni genere di materiale, da cuscini morbidi a sedie in legno e vimini; una televisione con lo schermo crepato che dava molto l'idea di non essere mai stata accesa dall'ultima guerra mondiale e una radio accanto che sembrava essere più sana dell'apparecchio che faceva da compagno. I muri erano privi di foto, o almeno, colmi di disegni tutti pasticciati e improvvisati, fatti forse da un bambino con seri problemi di coordinazione.
Qui devono essersi dati allo sciopero della pulizia…
La parte che dava alla cucina, o almeno che la accennava, aveva un tavolo di legno pieno di graffi, schegge e forse diverse zone marce, con un piatto sopra, un bicchiere troppo lontano e due posate poste in punti assolutamente innaturali per un'apparecchiatura decente. Non c'era il microonde, i fuochi, pochi e sporchi. Il forno forse nemmeno funzionava e un frigorifero. Chiunque abitasse lì dentro o avesse abitato, doveva aver mollato tutto in fretta e furia e solo dopo aver costeggiato il muro grigio, Flora si accorse che mancava la corrente elettrica per illuminare lo spazio. Anzi: la corrente c'era, ma i lampadari e le lampadine no.
“Se avessi scoperto tempo fa questa casa così diroccata, ci avrei fatto il mio nascondiglio perfetto per nascondino. Minnie non mi avrebbe mai trovata” rise Flora, battendo una mano sul divano che trovò accanto alla porta. Il gesto inondò tutta la stanza con un moto di polvere che le fece mancare il respiro per pochi secondi, tossendo con forza e dovendo nascondere il viso dentro il colletto della maglietta rossa a righe. Assolutamente poteva evitarlo. Ma era una chiara conferma che quel posto poteva essere solo disabitato.
Minnie lo avrebbe trovato interessante: dentro sembravano esserci tante cianfrusaglie di antiquariato che avrebbero trovato un posto felice nella sua stanza sempre troppo grande per una ragazza figlia unica.
“Ehi! Che cosa ci fai a casa mia?”
Una voce dietro di lei le fece fare un balzo enorme, sentendo il cuore colpire con forza la gola e tornare al suo posto a peso morto.
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