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21

Ventuno

“Lo stimo già!” Annibal lasciò cadere la tazza di thè nel piattino.

Quel giorno la Tea House era mezza vuota, colpa dei temporali che avevano bombardato quei giorni costringendo molte persone a recuperare le loro taverne da stagni interni per colpa dei tombini che erano straripati.

“Tu stimeresti chiunque, purché dicano qualcosa di brutto su Ivan” Flora girò il cucchiaino nella sua tazza bianca, probabilmente il thè si era raffreddato, ma non le importava.

“Ammetti però che non ha mica torto. Alla fine cosa perdi dalla rottura?”

“Tutto direi. A partire dalla compagnia”.

“Ah sì, infatti te ne sta facendo tantissima”.

Non c'era verso. Per Annibal parlare di Ivan era l'equivalente di insultarlo, e qualsiasi parola contro il povero ragazzo lontano per la leva lui l'avrebbe raccolta e lanciata come un sasso in un lago, accertando ci di colpirlo come se fosse stato un pesce.

Non lo avrebbe mai ammesso davanti al cugino, ma Flora non vedeva più quelle parole come se fossero state solo veleno. C'era della verità, anche se un tempo ormai lontano non le aveva permesso di coglierla davvero. Al suo fidanzato forse non interessava più avere una relazione, la vita di famiglia non era mai stata nella lista delle cose che doveva ottenere prima di morire. La cosa che le faceva più male era che sotto, nel profondo di una sua coscienza dalle sembianze di un saggio eremita barbuto, lei lo aveva sempre saputo: era sempre stata conscia del fatto che Ivan avesse sempre avuto interessi molto più solidi, rispetto a lei; aveva sempre saputo che dove poteva, preferiva rifugiarsi nelle sue passioni, indipendentemente dal caso.

Quando si erano salutati, lo sapeva che non lo avrebbe sentito per un bel po', che avrebbe dovuto aspettare il suo ritorno e forse non sarebbe mai venuta a conoscenza che sarebbe tornato. Non le avrebbe fatto sapere nulla, avrebbe detto tutto a conti fatti. Era nel suo stile, amava fare e poi esporre, assicurandosi che non si potesse più porre rimedio.

Ciò non toglieva però che quel passo la spaventava abbastanza. Non era un'amante dei cambiamenti drastici, soprattutto quando il risultato era quello di stravolgere totalmente la propria vita. Quando Flora raggiungeva un certo stadio di normalità, sperava che le cose potessero restare tali fino alla fine, pur sapendo che non era possibile, che il destino prima o poi cerca sempre un fondo di adattamento. E la cosa che più uccide, è il fatto che la soluzione non sia mai rapida e indolore. È come un ago che si infila lentamente nella pelle, lasciando che i cervi scarichino tutto il dolore che possono generare, e tu resti fermo e inerme a subire.

“Comunque, non mi riferivo a questo dicendo che lo stimavo” disse poi Annibal abbandonandosi sullo schienale della sedia.

“E a cosa ti riferivi allora? Perché quella poteva essere l'unica ragione”.

“Al fatto che lui ti abbia detto a modo suo che ti stai facendo del male” il cugino questa volta assunse un tono serio, impedendo alla ragazza di ridere per una sola sillaba.

“Io non mi sto facendo del male” Flora tentennò pronunciando quella frase, ma ebbe comunque il coraggio di giustificarsi. Non poteva definire così il volantinaggio, come non poteva farlo per tutto il resto degli sforzi che si era obbligata a compiere per avere il suo obiettivo primario. Poteva definirlo un sacrificio, ma non una violenza.

“Invece sì. A partire dal fatto che non ti piace nemmeno quello che studi”.

“Non è vero questo” evidentemente tutti avevano deciso di nuocere alla sua calma interiore, lapidando i suoi buoni propositi con un sacco di frasi psicoanaliste volte a farla dubitare della sua stessa volontà. Era una tattica che non sopportava, quando le veniva messo in dubbio il suo modo di organizzarsi e di capire come gestire la propria vita. Dava molto l'impressione che dovessero tutti dimostrarsi migliori, più preparati e farla sentire una sprovveduta.

“Avanti Flora” Annibal prese il cucchiaino e lo fece oscillare nelle proprie dita, “Lavoro e soldi a parte, tu odi tutto ciò che siano leggi, decreti… ti ci vedi davvero dietro una scrivania come avvocato?”

“Certo Annibal. Non sono così disperata da intraprendere delle strade che non mi competono. E vorrei che la smetteste tutti di ricordarmi quanto non lo approviate” c'erano diversi modi che lei non sopportava della propria famiglia: quando le rinfacciavano quanto avessero ragione e quanto contestassero le sue scelte. A prescindere da sostegno o meno, avrebbe tanto voluto che accettassero quanto meno che lei avesse interessi diversi, più ambiziosi, e che non volesse accontentarsi nel nulla che quella vita le aveva sempre regalato. Per una volta che poteva scalare le classifiche, superare in graduatoria Francine e tutti i compagni che l'avevano sempre denigrata perché somigliante ad una contadina con quelle salopette in jeans, non avrebbe mai sprecato l'occasione.

E non si sarebbe mai fatta vincere da nessuna opinione a sfavore, mostrando quanto la sua voglia di reagire potesse portarla lontano, ma doveva anche imparare a farsi scivolare via le presenze tossiche e dannose per il suo percorso. Si sentiva come ferma ad un bivio e forse Ivan era la sbarra che le stava impedendo di continuare la sua strada. Doveva scegliere se lasciarlo al suo esercito o trascinarlo verso una vita composta da trasferte, spostamenti e lunghe assenze per lavoro; doveva scegliere se lasciare andare Minnie alla sua vita monotona o se trascinare anche lei in quel circolo vizioso composto da aerei e treni per la maggior parte della giornata; doveva scegliere se valesse la pena per sé stessa, anche se aveva sempre decretato di non esserne spaventata.

“Non ho mai capito questa tua tendenza a classificare lavori di serie A e di serie B. Come se avessero un peso diverso l'uno dall'altro”.

“Perché lo hanno. Mi stai dicendo che un netturbino vive bene quanto un attore cinematografico?” Flora terminò in un sorso il suo thè, ormai era talmente freddo da poter essere scambiato per un drink.

“Il lavoro è lavoro, indipendentemente dalla natura. Tutti danno una somma di denaro in grado di farti vivere, è logico solo che sarai tu a doverti organizzare”.

Sì ma non tutti davano le stesse possibilità di vita. Flora lo aveva capito sin dalle elementari: ogni lavoro era in grado di darti dei vantaggi ma non tutti potevano soddisfare i cosiddetti sfizi dell'amor proprio. Un calciatore era in grado di farsi sei mesi di vacanza giocando anche un solo minuto, se faceva parte di una squadra famosa e riconosciuta, addirittura in panchina otteneva gli stessi soldi - letteralmente pagato per scaldare la sedia; un attore otteneva uno stipendio in base al budget usato per il film, per questo molti si avvalevano degli sponsor e delle pubblicità, ma sempre alto era il loro stipendio. Non era la stessa cosa di un pescatore o di un contadino, che venivano addirittura sottovalutati in fatto di qualità e mano d'opera: senza di loro che potevano riconoscere il pesce buono e le verdure migliori, i supermercati avrebbero dovuto presto chiudere i reparti dedicati. Onestamente, Flora ammise dentro sé stessa di aver scelto un impiego che comportava il rischio della mancia: se l'imputato era disposto a pagare bene lo faceva, ma in caso contrario avrebbe dovuto a sua volta avvalersi di colleghi in grado di prometterle un risarcimento. La legge era complicata, un labirinto in cui non era semplice addentrarsi senza un filo ben resistente, e lei aveva dovuto valutare subito quella problematica.

“Visto che mi esponi tu quale lavoro sia meglio di un altro, che cosa fa nella vita il tuo amico Joseph?”

La domanda per un momento la lasciò senza parole per ribattere. In effetti non aveva idea di cosa facesse il ragazzo durante tutto il giorno. Per lo più pensava vivesse ancora di rendita da parte dei suoi nonni, anche se erano chiusi in una casa di riposo. Un minimo di lavoretti avrebbe dovuto pur farli, per poter campare in una casa tanto malandata quale era la sua.

“Lavorerà di certo. Vive da solo e i suoi nonni non penso stiano ricevendo la pensione”.

“Che equivale a dire: Non fa un cazzo tutto il giorno” Annibal accavallò le gambe, ottenendo una posizione simile a quei gentiluomini delle serie del 1800 intenti a leggere il giornale e bere il proprio caffè. Era una frase volgare e scortese, ma aveva una sua logica. Joseph in effetti non aveva mai dato l'idea di essere un lavoratore affermato, non aveva nemmeno mai parlato di lavoro, eccetto per i suoi genitori e i suoi cugini. Ma Flora non voleva credere che fosse seriamente un perdigiorno dalla mattina alla sera, con l'unico passatempo di passeggiare e cadere inciampando su ogni radice che incontravano i suoi piedi o devastando un povero negozio che malauguratamente possedeva merce fragile; era fuori questione.

“Uffa” sbuffò lei, “Non riesco a trovare una contro tesi che giochi a mio favore. È vero, Joseph probabilmente non fa un bel niente”.

“Guarda che non è per forza un male. Non è che ora non è più degno di essere tuo amico” mormorò più dolcemente il cugino, intendendo che la ragazza iniziasse ad avere dei dubbi su chi potersi tenere stretta e chi era meglio lasciar perdere, “In fondo sarà sempre più onesto di molte altre persone”.

“Lo so. Però non l'ho mai saputo”.

“Se lui lavori o meno? Diciamo che non sono fatti nostri. Se te lo vuole dire bene, altrimenti non ti cambia la vita” il cugino prese entrambe le tazze e le portò al bancone, per pagare il servizio. Flora raccolse le sue cose ed uscirono non appena la cassa ebbe stampato lo scontrino. Fuori il tempo pareva avergli dato un po' di tregua, ma ultimamente era così ballerino che per sicurezza si erano portati l'ombrello.

Passeggiarono lungo il marciapiede che dava al mare, percorrendo il muretto che divideva terra ferma da acqua, dove l'unico modo per solcare i mari era avere una barca. Quando il paesaggio era così particolare, con faci di sole che penetravano in un immensa distesa di nuvole grigie e dense, l'orizzonte prendeva lo stesso aspetto di un quadro mistico, di un pittore misterioso che non lo aveva mai firmato.

Era capitatto che si vedessero delfini o pesci mai notati durante le vacanze, quando la gente preferiva raggiungere altre tappe con il mare più accessibile dalle spiagge. Il porto in quel periodo diventava pericoloso: pieno di barche per attività commerciali e turismo, di pescherecci e yacht lussuosi che attraccavano per giorni interi, e non era saggio improvvisare un bagno proprio accanto al molo dove si rischiava di venir investiti da quei mostri dal motore ad elica.

“Oggi non è giornata di gelato” Annibal guardò su, sperando che non gli piovessero delle gocce a tradimento sugli occhi. Non potevano fare la loro solita tappa in gelateria, l'aria stava effettivamente diventando più fredda, per quel pomeriggio la merenda a base di thè poteva bastare.

“Hai ancora quella scuderia in legno che ti aveva fatto il nonno, per i tuoi cavalli?”

“Sì. Non l'ho mai buttata. È in soffitta, dove nessuno può vederla”.

“Sia mai che la gente sappia che da piccola giocavi, che smacco sarebbe”.

“Scemo… sono cose a cui tengo particolarmente, e mi da fastidio che qualcuno le possa toccare” Flora aveva sempre avuto un'insana gelosia per le proprie cose, oppure una cura incredibile, dipendeva dai punti di vista e dalla situazione. Non aveva mai sopportato che i suoi compagni delle Elementari potessero giocare con i suoi giochi, motivo per il quale avevano deciso di comprarne di generici e piazzarli in una cesta apposita che non permettesse loro di esplorare altri oggetti. Erano cose che per lei tenevano dentro troppi ricordi, e non le piaceva che qualcuno li potesse inquinare.

“Ti ricordi quando dicevi che avresti fatto la veterinaria?”

“Sì. Le fantasie di una bambina che amava i peluche”.

“A me sarebbe piaciuto vederti come veterinaria. Anche se erano finti, ti impegnati tanto per curarli quegli animali”.

“Lo so Annibal. Ma erano dei giochi. La realtà è ben diversa. E quando ho espresso il desiderio, avevano tutti provveduto a mandarmelo di traverso…”

“Non che questo tuo nuovo percorso sia tanto più facile”.

“Annibal?”

“Ok, scusa!”

Percorsero il vialetto di casa ed entrarono prima che un acquazzone potesse sorprenderli.

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