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Diciotto

“Spero che sia importante come mi hai detto. Ho dovuto rimandare un impegno per venire da te”.

Minnie non disse niente, non la salutò né alzò lo sguardo. Rimase seduta sul suo sgabello con il cuscino di velluto con gli occhi fissi un una lastra particolare del parquet, dondolando una gamba.

Tipico atteggiamento di chi sta nascondendo qualcosa di importante ed ha paura a dirlo.

“Minnie? Come se non ti conoscessi dall'asilo. Cosa succede?” in quel momento Flora prese a pensare al peggio: perché quella ragazza si ostinava a rimanere in silenzio? Le aveva detto che voleva parlarle e poi se ne stava lì impalata come una statua? Che quello fosse stato solo un pretesto per farla venire fino a lì?

“D'accordo. Non me lo dire. Ho tutto il tempo del mondo” Flora si sedette sul letto dell'amica, come era solita fare ogni volta che veniva a trovarla. Posò lo sguardo sulle mensole colme di oggetti, palline di neve, piccoli carillon con trame e ghirigori floreali. Tutti piccoli gingilli che si divertiva a collezionare, purché avessero avuto qualcosa di antiquariato. Probabilmente la metà di quei soprammobili non funzionavano nemmeno più, ma erano belli anche lì fermi per essere ammirati.

Ricordò che un giorno Minnie si era arrabbiata tanto, quando aveva cercato di prenderne uno per osservarlo. Era quella pallina di neve dal piedistallo di cristallo, simile ad un blocco di ghiaccio con dentro due foche e un orso polare. Doveva essere una di quelle a cui teneva di più, infatti il suo brusco modo di riprendersela per poco non l'aveva fatta cadere. Erano passate solo due settimane, ma le sembravano già anni ed anni che non entrava in quella stanza, l'ultima volta era stata quando Ivan le aveva scritto prima di sparire un'altra volta, probabilmente senza preoccuparsi minimamente che qualcuno dall'altra parte lo stesse ancora aspettando.

Minnie ancora non dava segni di vita, la cosa stava iniziano ad irritare Flora, ma non voleva darle la soddisfazione di poter gestire la situazione come voleva lei. Era uno schema troppo conosciuto: quando Minnie voleva raggiungere un qualsiasi obiettivo, usava tutte le carte a suo favore volte a sfinire chi di dovere; poteva essere sua madre, suo fratello, suo padre, la sua amica… la solfa non cambiava. Fin da piccola le aveva avute tutte vinte grazie al suo stupido metodo del silenzio indesiderato, nemmeno le maestre erano state in grado di correggere quell'abuso di potere volto solo a infastidire tutti e a ottenere la strada spianata con il minimo della fatica; ma quel giorno la sua migliore amica non si sarebbe piegata, avevano vent'anni ed era ora di prendersi un minimo di responsabilità.

“Stammi a sentire, Minnie” disse alla fine alzandosi dal materasso, decretando la fine di quel subdolo gioco di protagonismo, “Come ti ho detto prima: avevo un altro impegno, e l'ho rimandato per te. Ma se questo è il tuo modo di fare, allora preferisco andarmene” girò i tacchi e volse lo sguardo nella direzione della porta piena di poster di antichi borghi e cartoline in stile '800.

“Ho mollato l'Università” disse finalmente l'altra ragazza, senza alzare gli occhi dal pavimento. Lo pronunciò tutto d'un fiato, ma ebbe abbastanza tempo per bloccare sul posto Flora.

Quella era l'unica frase che aveva sempre sperato di non sentire, al limite sarebbe stata l'ultima in assoluto che avrebbe tollerato nelle sue orecchie. Una parte di lei voleva gridare Ecco! Mai una volta che tu voglia finire un progetto con me! Mai una volta che tu riconosca il mio bisogno di restare insieme perché sento di dover essere sostenuta da qualcuno di cui mi posso fidare! Ma l'altra parte, quella un po' più ragionevole voleva andare fino in fondo, ascoltare tutta la vicenda per poi mandarla a quel paese con tutta la cattiveria del mondo

“Tu cos'è che hai fatto?” chiese per cercare una conferma che non aveva bisogno di sentire. In realtà aveva capito benissimo, anzi i era subito pentita di aver chiesto di ripetere la frase, non voleva sentire ancora quelle parole che avevano provveduto a toglierle i timpani con cattiveria.

Minnie fece un lungo sospiro: “Ho mollato l'Università. Te ne avevo parlato, ricordi?”

“Ma…” Flora faticava a collegare le cose. Quello cosa doveva essere, un dispetto per aver criticato male una cotta? Poteva essere un po' esagerato, a suo dire, ma sarebbero stati diversi punti di vista e nulla di più che valesse la pena discutere. Però non aveva senso: ok, era stata dura, forse troppo, ma arrivare ad allontanarsi in questo modo… “… quando?”

“In realtà…” Minnie fece una pausa e deglutì, si sentiva chiaramente sotto processo, “Nel momento stesso in cui ti ho detto che non volevo più studiare, dalla prima volta”.

“Quindi mesi fa…” ora Flora stava iniziando a sentire la testa girarle, un modo di nausea salirle lungo la bocca dello stomaco, un senso di pesantezza schiacciarla. Ma se Minnie non era più iscritta da diverso tempo, allora che cavolo era venuta a fare a lezione quando ci andava anche l'amica? Era una copertura? Era un modo insulso di prenderla in giro e illuderla che sarebbe riuscita a concludere UNA COSA SOLA insieme? Era troppo, era decisamente troppo, e anche se a regola non era nemmeno una cosa così tragica, per lei fu l'equivalente di una bomba sopra casa sua.

“Io volevo parlartene…”

“Volevi? Ne sei sicura?” no che non lo era, la conosceva. Minnie non parlava mai dei suoi disagi, convinta di poterli risolvere sempre in autonomia per poi rendersi conto che diventavano troppo grandi. “Scusami, ma credo di dover andare adesso…”

“Flora ascoltami per favore. Davvero te lo avrei detto”.

“Ma se mi hai appena confessato che non eri già più una studentessa da quel giorno”.

“Perché ti saresti arrabbiata. Tu tendi ad arrabbiarti sempre quando una cosa non va come lo hai stabilito tu!”

“Come se ora io fossi più tranquilla! Io proprio non ti capisco!”

Non servì a nulla richiamarla, Flora varcò la soglia della camera e scese le scale a due a due come se avesse potuto fare un salto unico. Tutto quello che voleva adesso era tornare a casa, non voleva vedere nessuno e tanto meno quella casa in particolare che stava iniziando a inglobarla in modo pericoloso. Non voleva nemmeno restare a sentire il resto della spiegazione, non era necessario, che cosa le avrebbe detto di più? Le solite cose: che non voleva passare la vita sui libri, che non si sentiva pronta e altre boiate simili volte solo a nascondere il fatto che non era portata per affrontare la vita. Era ridicolo. Era in assoluto il colpo più basso che avesse potuto tirare, uno scherzo verso sé stessa, un chiaro esempio di quanto non fosse portata ad affrontare il passaggio da adolescente ad adulto.

Le dispiaceva, ma Joseph avrebbe dovuto aspettare. Aveva bisogno di una consigliera un po' più proiettata verso l'imparzialità, o avrebbe rischiato di fare una scenata fin troppo sconsiderata. Sua madre era l'unica che aveva sempre avuto parole imparziali sia per le figlie che per gli amici che frequentavano, lei stessa molte volte si ritrovava ad auto criticarsi per poter migliorare, guadagnandosi secondo Flora il titolo di miglior consigliera che potesse avere in famiglia. Suo padre non poteva essere considerato nello stesso modo, si era sempre rivelato troppo spinto in un lato piuttosto che un altro, oppure si eclissava per non avere problemi. Non si poteva contare su Valerio, ma Diana amava prendere la situazione in mano e cercare tutte le strade per uscire dai problemi.

Entrò con passi pesanti e sbatté la porta, ignorando l'urlo di rimprovero e sorpresa proveniente dalla cucina. Salì le scale e si premurò, almeno su quello, di appoggiare la statuina di Spider-Man sul letto con delicatezza, per poi spostarla sulla scrivania dato che decise di buttarsi sul materasso e affondare la faccia sul cuscino.

“Si può sapere perché hai sbattuto la porta? Hai intenzione di demolire casa tua?” Diana si presentò con un tono stizzito, spalancando la porta della stanza. Addolcì però il tono nel momento in cui vide la figlia spalmata sul letto e apparentemente in lacrime.

“Mamma… va tutto male” la ragazza girò la testa e la sollevò dal cuscino per guardare la madre.

“Che succede Flora? Ultimamente sei un'esplosione di emozioni, e non sempre positive” la madre si sedette sul materasso, accarezzandole la schiena con affetto. Un metodo per calmarla che aveva sempre funzionato.

“Stavo andando da Joseph, e poi mi ha chiamato Minnie… ha detto che ha mollato gli studi. E da tanto anche”.

La madre sospirò delicatamente: “Allora lo ha trovato il coraggio di buttarsi in qualcosa”.

“Come puoi dire una cosa del genere? Ha mollato l'unica cosa che poteva darle un futuro dignitoso!” per un secondo la ragazza credette che perfino la madre avesse perso il senno lungo le scale. Si sarebbe aspettata un qualsiasi commento volto a contestare la scelta, una qualsiasi frase che avrebbe visto in modo negativo quel passo; eppure aveva l'impressione, in quel momento, che tutto il mondo volesse esserle contro.

“Tesoro, definire futuro dignitoso un percorso di studi, io aspetterei. Ha deciso che non le serve una laurea per andare avanti nella vita. Non tutte le persone di questo mondo possono vantare un attestato appeso al muro con tanto di firma e stretta di mano”.

Flora si buttò di nuovo contro il cuscino. Sbuffò rumorosamente e il suono della sua voce aleggiò ovattata nell'aria della stanza.

“Non sto dicendo che ha fatto bene, se questo ti turba” continuò Diana, “Ma in questo caso non esiste un modo giusto o sbagliato di vivere la propria vita, di fare le proprie scelte”.

“Da come lo esponi, sembra il contrario…”

“Solo perché tu vuoi vederla in questo modo. Flora, è una ragazza adulta proprio come te. Minnie ha solo bisogno di capire da sola cosa è più giusto per lei. Mi dispiace che tu ci sia rimasta male, ma queste cose le deve affrontare senza che ci sia sempre tu ad attutire la caduta”.

Flora replicò la stessa azione di prima: girò la testa e la sollevò leggermente, ma aggiunse anche la rotazione di tutto il corpo per dare tutta l'attenzione alla madre.

“Minnie non ha mai preso una decisione da sola. Ci sei sempre stata tu a indirizzarla, a farla sentire al sicuro e ad alleggerire i suoi fallimenti e le sue delusioni”.

“Ed è un male?”

“Certo che no. Ma credo che lei adesso voglia iniziare a vedere il mondo con i suoi occhi e basta, senza che venga sempre filtrato dai tuoi”.

Quindi quello era un modo delicato di liberarsi dalla sua scomoda presenza? Era un modo per sentirsi Miss Mondo e per dimostrare di potersela cavare da sola? Non era chiaro se dovesse prenderla come una lusinga o se dovesse offendersi fino a toccare il pavimento con il suo muso lungo e depresso. Era possibile che quell'anno avesse deciso di mandargliele tutte per portarla all'esaurimento nervoso?

“Il problema, Flora” disse poi Diana raddrizzandosi con la schiena, “È che tu tendi a vedere in modo sempre minaccioso quello che succede che non sfiora le tue aspettative. Sei sempre alla ricerca di soddisfazioni, per sentirti capace, per non avere in testa un'esistenza insulsa. Ma non puoi pretendere lo stesso trattamento anche con gli altri”.

“Va bene” la ragazza si alzò a sedere, era l'ennesima volta che sentiva una frase del genere sul suo conto e non ne poteva più di sentirsi sotto minaccia. Non capiva se fosse un modo sbilenco di darle consigli su come prendere a morsi la vita, su come sentirsi più sicura e avere meno a cuore la gente esterna; non capiva se fosse un rimprovero e se dovesse correggere da zero tutto il suo carattere; non capiva più niente. i suoi progetti per avere finalmente la vita che voleva sembravano volerla portare sull'orlo della depressione, sul punto di arrendersi. “Allora, visto che sono io quella sbagliata, cosa dovrei fare?”

“Flora, tu non sei sbagliata. Sei solo troppo pensierosa sugli altri. Non è un male, ma rischi di mettere troppo da parte quello che vuoi per la tua vita solo per agevolare chi ti sta intorno”.

“Vuol dire che sto pensando troppo agli altri?”

“Vuol dire che se la gente sbaglia, lascia che sbagli. Alla fine non deve incappare sul tuo percorso. E se si pentono, potrai dare loro i consigli giusti”.

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