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Quindici

La pioggia picchiettava sul suo ombrello turchese, dava piccoli colpetti sulla stoffa plastificata facendola ondeggiare lievemente. Il suo sguardo voltò verso il cielo per vedere dove si sarebbero staccate le gocce, se le nuvole avessero lasciato cadere anche un pezzo di sé. Da piccola le era sempre piaciuta la pioggia, adorava sgusciare fuori dalla porta per giocare sotto l'acqua e sporcarsi nelle pozzanghere di fango. Il suo impermeabile grigio, più tendente al nero e non troppo lungo, fluttuava leggero come se avesse avuto delle ali di tulle. Aspettava l'autobus per andare verso il porto, per andare a trovare Joseph. Con la pioggia non poteva uscire di casa, ma non voleva lasciarlo da solo.

Le ruote del mezzo mossero una grande quantità d'acqua vicino al marciapiede, la salutò con due colpetti di clacson. Flora entrò velocemente e si premurò di non bagnare il pavimento del vano passeggeri con l'ombrello. Esibì il biglietto al conducente: “Al solito posto, per favore”.

Ormai il signore che guidava l'autobus la conosceva bene, a furia di portarla avanti e indietro per la scuola, si era creata una silenziosa confidenza che le permetteva di avere la certezza di arrivare a casa sana e salva. In confronto la macchina dei nonni poteva essere un pericolo pubblico. Si sedette nel solito sedile, non troppo indietro e nemmeno troppo avanti, vicino al finestrino per godersi il paesaggio in movimento.

“Cosa c'è di così bello, per andarci tutti i giorni?” chiese il conducente guardando la sua unica passeggera dallo specchietto retrovisore. Solo in quel momento Flora si rese conto di essere effettivamente l'unica persona a bordo del mezzo, evidentemente quel giorno avevano tutti deciso di non presentarsi a lavoro oppure era un giorno festivo. Non aveva controllato il calendario, da un po' di tempo a quella parte per lei le giornate erano tutte uguali, senza nessun cambiamento tranne la Domenica.

“Nulla. Solo un bell'orizzonte, anche con questo tempo” guardò di nuovo fuori, osservando le gocce di pioggia rincorrersi nel vetro. Ebbe l'impulso di evidenziarne una e di tifare per lei in un'ipotetica corsa ad ostacoli, o una staffetta, come faceva Giada da piccola. Ai tempi non capiva cosa ci fosse di tanto divertente, erano solo piccoli cerchi bagnati che cadevano per la velocità, ma in quel momento le parve una gara avvincente, piena di adrenalina, in cui la goccia migliore sarebbe sfumata nell'immenso ignoto del piccolo velluto nero che teneva la lastra trasparente. Poteva tranquillamente essere l'Al di là delle cose, un involucro nero in grado di catturare ogni anima e di non farla più tornare indietro. Con quel pensiero ora le gocce sembravano martiri pronte a morire per il loro popolo. Una scena davvero triste e coerente con il clima.

L'autobus si fermò a metà strada, qualcuno decise di riempire l'enorme vuoto che Flora a fatica riusciva ad annullare. Una signora con un bambino, a giudicare dalle due figure, potevano essere nonna e nipote. Si sedettero due file più avanti, il piccolo non stava fermo un secondo, giocherellavan con una macchinina dello stesso colore del cappotto imbottito: rosso fiammante. La nonna gli impose diverse volte di non disturbare.

A Flora però non dava affatto fastidio, era una persona abbastanza nostalgica e più volte avrebbe voluto ritornare a quell'età per non preoccuparsi di nulla tranne che dei giochi da fare con Minnie. A proposito di lei… ancora non aveva deciso di perdonarla, ormai erano passati diversi giorni, gli stessi in cui Flora aveva deciso di saltare le lezioni. Erano comunque esami già passati, non era un grosso problema, o almeno questo era quello che aveva detto ai suoi genitori. La verità era che non voleva incrociarla, voleva che si prendesse, per una volta, i suoi tempi. Doveva sbollirla lei da sola senza l'aiuto di nessuno.

“Si scende cara. Spero che questi nuvoloni non ti rovinino la vista” il conducente frenò dolcemente e aprì le porte automatiche. Flora lo ringraziò con un sorriso e scese per poi salutarlo con la mano. Una volta che il mezzo fu abbastanza distante, davanti agli occhi della ragazza non apparve l'orizzonte come aveva detto, ma la casa diroccata di Joseph. Con quella pioggia, sembrava la protagonista di un quadro a tempera ad olio. La raggiunse in pochi passi, attraversando la strada in modo prudente come le avevano sempre detto. I gradini che la conducevano alla porta erano bagnati e ad alto rischio di scivolamento.

Bussò alla porta, poi provò il campanello anche se le parve non funzionasse: “Joseph!”

Sentì i passi del ragazzo inciampare un paio di volte, poi avvicinarsi velocemente e aprire i chiavistelli della porta. Ci volle una manciata di secondi, quasi un paio di minuti, ma alla fine il volto sorridente del ragazzo si fece vivo: “Qual buon vento, Flora?”

“In un clima del genere, non mi piace che tu resti da solo. So che non viene quasi mai nessuno da te”.

“Non mi aspettavo che venisse qualcuno in effetti. Non ho…” Joseph si voltò verso l'interno della sua dimora, tenendo lo sguardo un po' baso per non vedere il casino, “… avuto molto tempo per sistemare”.

“Non fa niente” disse Flora entrando lo stesso, sgusciando da sotto il braccio di Joseph, “Tanto non sono una presenza così importante da dover tenere la casa pulita come una reggia”. Aveva portato con sé una borsa di plastica con dentro dei dolcetti, la nonna le aveva insegnato a fare le girella alla banana e cannella, un toccasana per mente e golosità infantile che perdurava anni e anni. Quando era piccola, avevano deciso di farle imparare la ricetta sperando che col tempo, a furia di doversela ricordare, si sarebbe stufata di quei dolci, ma così non era stato e invece era solo peggiorato ulteriormente il problema.

Sistemò la borsa sul tavolo, ignorando la polvere e le briciole che le formiche stavano allegramente rubando; tirò fuori un piccolo vassoio di stagnola coperto da una lastra di cartone, la aprì e il profumo della cannella mischiato alla banana inondò subito l'ambiente, attirando l'attenzione del ragazzo che aveva appena chiuso la porta e tirato le tende bucate dalle tarme.

“Ti confesso che le ho fatte un po' di fretta, di solito ci mettono quaranta minuti per cuocere. Ma non sono bruciate”.

“Aspetta” la bloccò Joseph, proprio mentre lei stava tirando fuori una girella, “Dovrei avere dei piatti puliti”.

“Volevo chiederti… come mai non hai il tempo di pulire?” non avrebbe voluto porsi in un modo tanto sfacciato, ma sentiva che ormai tra i due si era creata una certa connessione, una sintonia particolare che lasciava libera strada alla confidenza più genuina. Joseph era diventato una specie di pilastro su cui piangere quando sentiva il bisogno di sfogarsi, di lanciare qualche maledizione a chi le aveva impedito di vivere tranquilla oppure semplicemente per respirare aria sana e senza pesi inutili. Non aveva mai pensato di renderlo la sua discarica di rapporti, però con lui si sentiva libra: spoglia da tutti i giudizi e pregiudizi che le sue conoscenze avevano per lei.

“Ammetto che un po' è pigrizia. Un po' è il fatto che vado spesso dai nonni e alla fine torno a casa senza voglia”.

Flora posò una girella su un piatto immacolato, passandolo al ragazzo: “Come stanno?” da quando le aveva raccontato della sua famiglia, Flora aveva cercato di rintracciare almeno i cugini sui social. Le era sembrato incredibile che nessuno avesse voluto aprire un profilo pubblico, tranne quello dell'officina. Entrambi erano privati, quei dei due ragazzi. Poi aveva cercato su internet la casa di riposo dei nonni, ne era rimasta abbastanza estasiata: era una struttura enorme, composta da colonne bianche, siepi verdissime dove fiorivano fiori bianchi e gialli e un atrio che poteva prendere più metratura della casa della ragazza.

“Meglio di me come sempre!” ridacchiò il giovane addentando il suo dolcetto, “A volte sembro io quello che invecchia”.

La pioggia iniziò a sfumare, le gocce caddero con meno intensità e qualche raggio di sole iniziò a spuntare oltre le nuvole. Flora poté vederli attraverso le tende piene di fori, che diedero un aspetto quasi teatrale all'interno della casa, come una sorta di palco scenico visto da dietro. Anche se era sporca e piena di cose vecchie, la casa di Joseph per un attimo prese una visione pittoresca. Voleva aiutarlo a pulire, voleva per la prima volta fare serio volontariato e non quel compito surrogato che consisteva nel consegnare volantini. Meno male aveva deciso di mollarlo, al diavolo i crediti, con quello non avrebbe combinato nulla se non compromettere la sua tranquillità mentale. Non lo chiese nemmeno: si alzò dalla tavola e si tolse la polvere dal sedere, poi individuò una povera scopa abbandonata in un angolo, dietro un telo dal tema floreale. Era ancora tenuta bene, e vicino c'era una paletta un po' logora, ma ancora utilizzabile. Decise che il pavimento però sarebbe stata l'ultima cosa, ma non poteva certo mettersi a rovistare in una casa non sua.

“Joseph” chiese cercando di non sembrare impicciona, “Non hai nulla per togliere la polvere dai mobili?”

“Ho degli stracci da qualche parte nel ripostiglio” Joseph si buttò all'indietro incontrando lo schienale della sedia, “C'è una porta accanto al telo con i fiori, più o meno a destra quando entri”. Quando Flora seguì le indicazioni, trovò esattamente quello che cercava. Si mise a spostare accuratamente gli innumerevoli soprammobili e passò delicatamente il panno, buttando giù nuvole morbide e grigie, calpestando poi quei batuffoli come fossero stati tanti piccoli sassi. Le venne da starnutire un paio di volte, sentendo il ragazzo rispondere cordialmente con un salute.

“Ma non è necessario, davvero” Joseph le prese il panno dalla mano a un certo punto, e in quel momento Flora avvertì una sensazione strana: il suo figurone alto e magro, le sue dita che toccarono il dorso della sua mano, le diedero un particolare senso di piacere. Non lo aveva mai provato nemmeno con Ivan, anche se si erano più volte ritrovati abbracciati sotto gli alberi del parco o del giardino di lui. Eppure non era la prima volta che si ritrovavano vicini loro due, lei e Joseph, ma evidentemente non si erano mai ritrovati così tanto attaccati, quasi annullando la pochissima distanza che ancora li distingueva come due corpi.

“Ma voglio farlo lo stesso!” disse lei recuperando lo straccio e allontanandosi di poco, “Davvero. Non mi piace che tu sia costretto a vivere in questo caos per colpa dei tuoi impegni! E poi fuori piove, non ho molto da fare”. Evitò ogni altro tentativo del ragazzo di fermarla, cercando di togliere quanto più sporco possibile. Per poco non buttò giù delle statue di ceramica, che prese al volo ignorando e ridendo dietro a Joseph che le stava intimando di smetterla.

“Senti” dichiarò poi lei, “Io mi fermo solo quando almeno il cinquanta per cento della casa sarà pulita. Non voglio che tu viva così. Lasciami fare solo una volta”.

“Solo una volta?”

“Promesso”.

“Allora lascia che sia io a fare il lavoro più duro. È pur sempre casa mia”.

Si ritrovarono a pulire insieme: lei a togliere la polvere dai mobili, lui a tirare su tutto quello che cadeva con la scopa. A volte si diedero qualche fiancata ridendo come bambini; altre si aggirarono a vicenda come se fossero stati impegnati in un difficile passo di danza. Non avevano mai visto quella mansione, da sempre così noiosa e odiosa, tanto piacevole; Flora ripensò al giorno in cui suo padre le chiese di dare una mano, col senno di poi avrebbe accettato molto volentieri, per la prima volta aveva scoperto che pulire la rilassava, la svagava dai pensieri che da sempre le rendevano la testa pesantissima, la sfogavano dalle frustrazioni di tutti i giorni. Era terapeutico, la presenza di Joseph era terapeutica, una botta di vita che timidamente si insinuava nelle sue vene e le restituiva quel poco di voglia che le ore incessanti le risucchiavano avidamente. Ora non pensava nemmeno più a Minnie, né a Giada, né a Ivan. Era tutto scomparso, tutto lasciato alle spalle e con davanti solo il divertimento di quel pomeriggio di pioggia che pian piano stava sfumando in un timido sole.

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