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Quattordici

C'era sempre stato un punto del paese che aveva sempre affascinato Flora, una strada nascosta in mezzo alle case che si incontravano attaccate l'una all'altra che rendeva il luogo quasi misterioso. Era solo un vicolo composto da pietre quadrate, piccoli sassi in grado di farti inciampare e piante arrampicanti che si divertivano ad infestare i balconi più bassi, nulla di troppo bello da vedere né che valesse la pena definirlo affascinate, ma per lei lo era sempre stato.

Quel vicolo nascondeva uno dei tesori di cui il sindaco del paese portuale andava più fiero: una serie di targhe dorate che avevano incisi i nomi di alcuni soldati che avevano liberato gli abitanti, dei ministri più autorevoli che avessero mai governato e anche dei ribelli che avevano permesso uno sviluppo del commercio marino a livelli altissimi. Quella stradina consumata nascondeva però molto di più: lì avevano camminato tutti coloro che erano poi riusciti a fare della loro vita un sogno, una carriera intramontabile, a farsi un nome che tutti avrebbero ricordato. E Flora aveva sempre creduto che sarebbe successo anche a lei se lo avesse percorso con costanza e con desiderio, perché solo chi è in grado di pensare intensamente ai propri sogni poteva esaudirli.

Era come quelle noiose e strambe routine, quei rituali che aveva descritto alla Tea House a Joseph: dei piccoli e insignificanti gesti che avrebbero reso migliore la giornata.

C'era un nome in particolare che la affascinava, in mezzo a tutte quelle targhe che sfilavano vanitose per le pareti dei borghi antichi e con una lunga lista di restaurazione al seguito: l'unico nome femminile in mezzo a tanti uomini, che l'aveva attirata fino a diventare la sua ispirazione principale. Anche quel giorno andò dritta a leggerlo, quasi fosse stato un segno di rispetto. Accarezzò quel blocco piatto e luminoso, colpito dall'unico raggio di sole che era stato capace di penetrare in mezzo a quel labirinto di ombre e mura scure. Le lettere scavate sull'oro riflettevano sul suolo con fierezza, dando a quel sentiero dissestato e disordinato una nota creativa e di importanza, quasi come se gli altri nomi fossero stati lì solo di contorno.

“Ben trovata, Felicia Gordon” la salutò Flora, simulando anche una riverenza come se avesse avuto la donna proprio lì davanti. Era sempre stato un suo vizio, voleva darle il saluto rispettoso che meritava a dispetto di tutti quelli che l'avevano sempre considerata solo un'infiltrata della storia del loro paese.

“Cosa ci facciamo qui?” borbottò Giada issando sulle spalle lo zaino di scuola. Aveva sperato che sarebbe stato il loro padre a prenderla, così avrebbe potuto rilassarsi in machina e posarlo nel baule lasciando respirare le sue povere spalle; invece le era toccata la sorella che non aveva ancora la patente, quindi avrebbe dovuto raggiungere casa a piedi. Peccato che tale sorella l'avesse trascinata per tutto il paese.

“Dovevi fare una ricerca per storia, giusto?” la rimbeccò Flora voltandosi con un sorriso ampio, “Bene: qui hai tutto il materiale che ti serve”.

“Potevamo anche aspettare che pranzassi… ho una fame da lupi”.

Flora non le diede retta, e si perse ad elencarle tutti i possibili soggetti per la sua ricerca. Erano rare le volte in cui provava piacere nell'aiutarla con i compiti, dato che Giada aveva la stessa vitalità di una lumaca essiccata, il che rendeva il processo nettamente più noioso e frustrante. In confronto il telegiornale diventava una serie TV ricca di colpi di scena e suspance. Passò in rassegna tutti i nomi narrando con enfasi le loro imprese, i loro ruoli nel mondo, i benefici che avevano portato al paese; si orese anche dieci minuti buoni per consigliarle i migliori soggetti.

Giada roteò gli occhi sospirando, per poi rassegnarsi ed osservare quelle targhe senza un valore serio. Per lei erano solo mattoni uniti ad altri mattoni, resi speciali grazie al materiale diverso. Potevano benissimo essere finti, magari qualcuno li aveva rubati e sostituiti con dell'ottone, non se ne sarebbe accorto nessuno della differenza.

“Quindi? Qual è il vincitore?” chiese Flora posando di nuovo lo sguardo sulla sorella.

Giada fece finta di pensarci, poi posò gli occhi sulla targhetta di Felicia Gordon: “Questa donna sembra interessante”.

“No!” Flora assunse un tono offeso, “Lei non puoi prenderla! Scegline un altro”.

“Cosa vuol dire che non posso? Mi hai chiesto tu di decidere” la sorellina alzò le spalle confusa, quando la maggiore adottava quell'atteggiamento infantile diventava impossibile capirla: iniziava a inventarsi tutte le scuse per avere l'esclusiva su qualcosa e tu alla fine dovevi accontentarti del resto. E dire che tra le due era lei la maggiorenne…

“Lei l'avevo già fatta io quando andavo alle medie” si giustificò la ragazza, “Se la prendi anche tu, l'insegnante penserà che hai copiato”.

“Sei stata alle medie una vita fa, non si ricorderà mai del tuo progetto!”

Flora era consapevole di sembrare una stupida infantile con quel capriccio, ma era anche vero che quelle poche cose che poteva definire personali non le avrebbe condivise con nessuno. Aveva già visto troppe volte quel tipo di abuso, la sua posizione in una classifica immaginaria vorticare in basso fino a diventare insignificante. E in quel periodo pieno di delusioni e di cbiamenti indesiderati, sperava che almeno il suo idolo non venisse toccato.

“Perché fai tanto la gelosa?” chiese poi Giada mettendo le mani sui fianchi, “Guarda che anche se non vuoi, molti miei compagni potrebbero sceglierla comunque. Vuoi forse andare sotto ogni casa e opporti?”

“Con i tuoi amici non posso farci niente. Ma almeno con te posso imporre un minimo di autorità. Te lo chiedo per favore…” non avrebbe voluto risultare tanto patetica, ma così invece sembrò agli occhi della sorella. In certe situazioni pareva Giada la più grande al posto di Flora, mentre in alcuni giorni capitava che Flora prendesse il posto della madre. Dovevano ammettere che i ruoli in quella famiglia erano parecchio confusi.

“Come vuoi… allora chi posso scegliere come sostituto?”

“Be'… abbiamo un compositore molto famoso, a te piace ascoltare la musica no?”

“E dovrei scrivere di quello? Come minimo le sue canzoni o come si chiamano, le usano per fare dormire i bambini!”

Flora stava per rispondere a tono, ma un rumore sordo seguito da un gemito maschile attirò la sua attenzione, rubandola alla sorella. Quando si voltò vide il cappello Steampunk di Joseph rotolare verso i suoi piedi. La sua prima reazione fu quella di ridere divertita, riconoscendo subito l'indumento sgargiante. Poteva quasi immaginarsi il corpo affusolato del ragazzo arrancare rimettendosi in piedi, immaginando che fosse inciampato.

“Per quale motivo ci incontriamo sempre in posti abituali?”

“Sarà che mi segui!” Joseph incespicò verso le ragazze, con un viso rosso per l'imbarazzo. Si passò una mano trai capelli castani tutti scompigliati, facendo cadere qualche foglia minuscola raccolta cadendo di faccia sul ciottolato.

“Non credo proprio. Io non seguo nessuno. Sembri più tu che anticipi i miei spostamenti”.

Giada osservò tutti e due con far perplesso, lasciandosi sfogliatamente sovrastare dall'ombra lunga del ragazzo che si avvicinò a loro. Ecco quindi il famoso Joseph, il Creatore dei Disastri che tutti al paese evitavano. Era molto più alto di quello che credeva, aveva un viso meno scolpito di quello che si era immaginata e la voce nascondeva una nota nasale, come se non avesse ancora deciso se essere bassa oppure recuperare qualche tono acuto. Gli occhi erano leggermente più vicini della norma, a confronto la sorella sembrava Sid del film L'era Glaciale.

“Allora?” riprese Flora incrociando le braccia, “Cosa ci fai in un sentiero tanto improbabile?” lo chiese come se lei non avesse appena fatto la stessa cosa, in fondo arrivavano da due punti diversi ma erano nello stesso posto. In realtà le piaceva quella strana connessione per i posti tranquilli e diversi dal solito, non le era mai capitato con nessuno altro, nemmeno con la sua migliore amica. Minnie per esempio, aveva sempre evitato quel vicolo ritenendolo noioso e vecchio come Matusalemme; Ivan non aveva mai avuto un feeling per la storia né per i posti che potevano dare ispirazione, e Flora aveva sempre dovuto tenersi quella piccola scintilla di tesoro per sé.

Joseph indicò una targhetta un po' incrostata, con qualche macchietta di muschio che la incorniciava quasi artisticamente: “Generale Desmond Jay Hill, il nonno di mio nonno. Un grande condottiero e uomo di grande intuito”.

“Hai un antenato tra questi tristi mattoni?” intervenne Giada sporgendosi leggermente verso di lui, mollò lo zaino dalle spalle lasciandolo scivolare fino a provocare un tonfo sordo una volta raggiunta la stradina dissestata.

“Sì e non se la passa molto bene” il ragazzo strano alzò le spalle con disinvoltura, “Qui nessuno gli fa le battute”.

“Che invidia… hai un antenato che ha servito il paese qui…” Flora sentiva una piccola nota gelosa, anche il ragazzo meno considerato di tutto il paese aveva una grande storia dietro da raccontare, quando lei invece poteva solo parlare del presente in quanto la sua famiglia d'origine non aveva mai combinato nulla di eclatante, che valesse la pena diffondere in pubblico.

“Non così tanta spero” Joseph raccolse il cappello, Giada aveva notato che lui non lo aveva intercettato correttamente con la mano e che ondeggiava da un piede all'altro, “Il mio antenato non era così importante come vogliono fare credere da qui”.

“Che vuoi dire?”

“Non è mai andato davvero in guerra. Ha solo preso parte a piccole manifestazioni, cose così. Ha una targa solo perché era nell'esercito”.

“Un modo originale per avere gloria. Posso scrivere di lui nella ricerca di storia?” Giada iniziò a valutare un cambio di soggetto per la gioia della sorella. Non era un grande eroe, ma dal momento che lo avevano posto insieme ad altri veri combattenti della pace, avrebbe potuto inventare qualcosa giusto per rendere originale la sua ricerca.

Joseph alzò un sopracciglio: “Ricerca di storia?”

“Ah sì…” Flora intervenne come se si fosse resa conto in quel momento della situazione effettiva, “Lei è mia sorella Giada. Deve fare una ricerca di storia e ho pensato che questo potesse essere il posto ideale”.

Giada si avvicinò con fare da segugio a Joseph, che abbassò lo guardo quasi avesse sotto una formica. Sì: era davvero alto e strano, la sua camicia era uguale a quello di un clown e con quella giacca marrone ci stava malissimo. Ma nella sua fisionomia aveva comunque un qualcosa di intelligente. Flora ne aveva parlato per un po', e lei si era fatta un'idea di come potesse essere. L'aspetto fisico lo aveva quasi azzeccato, ma il resto le era proprio sfuggito. Doveva ammettere che rispetto a Ivan aveva tutto un altro fascio, era tutta un'altra pasta, non avrebbe creduto che sua sorella potesse avvicinarsi ad un soggetto del genere.

“Giada! Non è una statua, così gli dai fastidio!” la rimproverò la sorella tirandola all'indietro.

“Ma… almeno ho davanti uno più sciolto del tuo fidanzato!” Giada allungò le braccia verso Joseph, “Ti prego, dimmi che sei single!”

“Io?!” il ragazzo si ritrovò in difficoltà, “Io… devo andare, si è fatto tardi…” incespicò ancora su un paio di sassi sporgenti, imprecando sottovoce, “Ciao Flora, piacere di averti visto!”

La ragazza lo salutò con fare imbarazzato agitando la mano, e quando fu sicura che fosse abbastanza lontano da poter alzare la voce, riservò alla sorella una bella ramanzina. Ma era possibile che Giada non fosse in grado di farsi gli affari propri? Possibile che dove poteva mettere in difficoltà la gente, trovava ogni sbocco? Di questo passo non avrebbe mai avuto modo di maturare mentalmente.

“Perché lo hai chiesto? Lo sai o no che Ivan tra qualche mese torna?”

“Detta sinceramente, Flora” la sorellina tirò su lo zaino con nonchalance, “Ti ci vedo meglio con Joseph che con il soldatino. È un po' strano, ma hai sorriso in modo diverso”.

“E in che modo avrei sorriso? Giada?” Flora osservò la sorella allontanarsi, virando verso casa, “Ehi! Dimmi cosa intendi! Giada torna qui!” si mise a rincorrerla chiamandola senza successo.

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