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Tredici

Quando Flora aveva bisogno di compagnia, di parlare, sfogarsi del mondo intero con la consapevolezza di poter usare tutti i termini che voleva, quando non erano presenti i genitori, la sorella o la migliore amica, poteva contare su un solo elemento che non l'avrebbe mai delusa: Annibal, suo cugino, l'unico avuto nonostante la vasta cerchia di zii che poteva vantare. Questo perché, salvo i genitori di lui, nonostante le cinque sorelle di suo padre e i quattro fratelli di sua madre, nessuno aveva voluto sposarsi: zia Giorgia era una donna in carriera e viaggiava spesso; zio Arthur era gay e deciso a non mettere su famiglia da dare in pasto ad un mondo che si stava sgretolando pian piano; le zie Chicca ed Erminia non potevano avere figli e i restanti dell'appello avevano fatto perdere le loro tracce, facendosi sentire solo per gli auguri delle feste. Un vero e proprio smacco considerando che entrambe le famiglie godevano di prole numerosa, composta da tanti figli che proliferavano il doppio e il triplo dei nipoti, pronipoti ed eredi successivi.

A Diana e Valerio paradossalmente aveva fatto comodo: un solo nipote voleva dire un solo regalo a seconda della festa, senza scervellarsi per azzeccare i gusti, e gli era andata particolarmente bene che il nipote fosse un tesoro di ragazzo.

C'era anche un elemento vantaggioso: Annibal era il sogno erotico di ogni ragazza dal primo anno universitario fino all'ultimo della magistrale. Era poco più grande di Flora, aveva una testa bionda e ricciuta, tendente al castano o al caramello, e due occhi verdi che sprizzavano dolcezza da ogni sfumatura. Minnie stessa aveva confessato di avere una bella cotta per lui, un'estate in cui Flora l'aveva invitata in piscina, tanto che di sera si erano messe a scherzare su un possibile primo appuntamento.

Annibal aveva solo un difetto in tutto il suo giro di perfezione: era il classico membro della famiglia reputato tale solo per legami di sangue. Viveva così lontano che, se andava bene, si vedevano una volta ogni due mesi, e spesso gli argomenti cadevano sugli stessi noiosi punti fermi, come i nonni, la scuola, il lavoro… Flora però lo adorava, per fortuna esistevano i contatti via telefono e lo aveva reputato il migliore quando si trattava di confidarsi. Tanto giocava sul fatto che, qualora gli avesse detto qualcosa di compromettente, avrebbe avuto comunque due mesi di tempo per scordarsene.

Erano seduti su una panchina di fronte alla gelateria, dove la ragazza aveva chiesto una coppetta gigante di gelato al Matcha. Quando Flora lo aveva provato per la prima volta, aveva deciso che sarebbe stato il suo gusto preferito nei giorni avvenire.

“Ogni volta che ti vengo a trovare, hai sempre delle cose nuove di cui lamentarti!” rise Annibal mordendo il suo conto, che come era suo solito aveva spazzolato in pochi morsi. Flora non aveva mai capito come mai non se lo godesse come tutti i cristiani di quel mondo, ma lo finisse sempre in un colpo solo.

“Scemo! Almeno io ti parlo di cose serie, non come il nonno che dimentica sempre gli apparecchi acustici!” ribatté lei, fingendosi offesa pur sapendo che non lo stava mostrando per niente, “E poi già mi vedi poco, se mi devi anche giudicare non ti invito più!”

“Tranquilla, scherzo! Lo sai che ti adoro cuginetta” Annibal si spostò appena in tempo prima di ricevere uno schiaffo affettuoso dalla cugina, per poi mettersi a ridere in due come bambini intenti a giocare. L'aria del paese portuale quel giorno era calda e colma si salsedine proveniente dal grande specchio cristallino, dovuto ad un vento forte verificatosi durante la notte. Al notiziario avevano sentito di alcuni danni provocati nelle vicinanze: onde più alte del muretto che avevano inondato i baracchini nelle vicinanze e le barche semi allagate, ma per fortuna nulla di irreparabile. E comunque in quei luoghi, la gente era anche abituata a eventi del genere.

“Allora, tu e Minnie avete litigato per davvero questa volta oppure è un falso allarme?”

“No, per davvero questa volta. Ho criticato male un suo primo incontro con un ragazzo…”

“Che errore imperdonabile” il tono lasciava trasparire tutta l'ironia possibile, per i ragazzi non era mai stato un enorme problema come per le ragazze, o almeno fino a che tale problema non li avesse toccati da vicino. Ma da una parte Flora si sentiva confortata: non era poi un problema così grande, qualcuno avrebbe anche commentato peggio oppure avrebbe condannato al patibolo tutti i poveri malcapitati che avesse incrociato. Annibal per fortuna faceva parte di quella piccola cerchia che riconosceva veri e propri problemi fattori più seri e difficili da risolvere, come zio Valerio. Questo era uno dei tanti altri pregi di cui poteva vantare Flora nei confronti del cugino, capace di non soffermarsi alle piccolezze e guardare sempre con occhio più critico ciò che valeva la pena analizzare in modo accurato.

“Quindi, adesso non ti parla più” commentò il giovane biondino buttando il tovagliolo nel primo cestino che trovò accanto.

“Ed io non ho voluto tentare di ristabilire un dialogo. Non vorrei essere attaccata in malo modo”.

“Incredibile” Annibal tornò a sedersi accanto alla cugina, “Esisterà un giorno in cui non sento che quella ragazza ha preso le tue parole troppo sul personale?”

Flora non avrebbe usato proprio quella tipologia di frase, ma le parole di Annibal rispecchiavano perfettamente il carattere dell'amica. Minnie in effetti non era la persona adatta a filtrare le definizioni cercando di capire se era il caso di arrabbiarsi o meno, lo faceva e basta, e non le si poteva più dire nulla fino a che non le si avesse chiesto scusa. Era lo stesso discorso della conoscenza: Minnie sapeva così tante cose di Flora e di tutte le persone che la circondavano da risultare una veggente, ma nessuno era davvero capace di capire cosa le passasse per la testa. Era come un libro chiuso in mezzo ad una biblioteca spalancata a tutti, impossibile da notare. Anche se fosse rimasta da sola nello scaffale, sarebbe risultata talmente sottile da ricordare un piccolo pacchetto di fazzoletti.

“Ma tu pensi… che abbia esagerato? Non avrei dovuto essere così dura?

“Il fatto è che, Flora, a volte tendi a voler mettere troppe dita dove non servono” questa volta il cugino la guardò in modo serio, “Capisco che sia una tua amica, che avete condiviso molto e che vuoi il meglio per lei perché secondo te se lo merita più di chiunque altro. Ma hai mai pensato che non fosse la stessa cosa per entrambe?”

In effetti no, Flora non ci pensava mai. Era ancora ferma a quelle promesse fatte da due bambine all'asilo che implicavano l'avere la stessa vita per entrambe. Si erano dette che avrebbero dovuto sposarsi insieme, avere due lavori prestigiosi e dei mariti rispettabili, ma Minnie con gli anni sembrava aver dimenticato le sue aspettative infantili. E forse anche per Flora era una cosa stupida, forse anche lei doveva iniziare ad avere i piedi per terra considerando che all'epoca aveva cinque anni e le fantasie dei bambini vengono spesso e volentieri dal nulla, cadendo dalle nuvole per poi dissolversi quando la realtà adulta inizia a bussare alla porta. Annibal però si corresse: non intendeva dire che lei fosse troppo pressante o che dovesse smettere di dedicarsi agli altri, ma solo che in certe situazioni, specie quando erano in ballo persone che conosceva molto bene, tendeva a pensare in modo troppo superficiale, e parlava senza pensare davvero al significato delle parole. Era nella sua indole, mettersi in mezzo agli altri senza preoccuparsi se fosse davvero il caso di decidere per tutti.

Di questo lei se ne rendeva conto, glielo disse con un tono dispiaciuto, ma il fatto era che le saliva uno strano moto dal fondo dello stomaco e prevaricava su tutto. Era più forte di lei: quando qualcosa si rivelava diverso dai piani prestabiliti o dalle sue previsioni, il suo cervello andava in crisi totalmente, spingendola a fare di tutto per riportare quel treno deragliato sui binari giusti.

“Mmh, ho capito. E invece questo Joseph?” chiese poi Annibal sorridendole, come se stesse aspettano un trattato scritto a regola d'arte che avrebbe cambiato il corso del mondo.

“Oh, è solo un amico. Ci siamo conosciuti da poco. È un tipo a posto, solo un po' confusionario…”

“Solo un buon amico? Ti faccio notare che, mentre venivamo qui da casa tua, non hai menzionato Ivan nemmeno una volta, ma questo Joseph almeno cinque”.

Che non avesse nominato Ivan neppure una volta era logico: non si faceva mai sentire. Era ancora in trasferta e nessuno aveva saputo nulla dopo il loro ultimo contatto. Di cosa avrebbe parlato? Era inesistente come ragazzo, almeno Joseph le aveva dato un argomento di cui parlare. Aveva notato spesso come ad Annibal non stesse simpatico il suo fidanzato, molte volte quando non era presente lo aveva definito pomposo e troppo sicuro di sé, come se gli aleggiasse sopra un velo di arroganza ingiustificata. Flora lo aveva sempre rimproverato, ma a nulla era servito dire che avrebbe solo dovuto conoscerlo meglio. Poteva essere colpa della differenza di età e di mentalità di conseguenza: Annibal aveva venticinque anni e un lavoro presso il ristorante di famiglia, si era tirato su da solo conoscendo i limiti che poteva raggiungere, mentre Ivan aveva sempre avuto, purtroppo, un padre dietro che gli aveva spianato tutte le strade.

“Ti da fastidio che menziono un ragazzo diverso da Ivan?”

“A dire il vero speravo mi dicessi che era il tuo nuovo tipo, al posto di quel fanfarone”.

“Ci sarà un giorno in cui non lo prenderai in giro?” Flora gli riservò una gomitata che Annibal accolse ridendo come un bambino. Non era proprio capace di farsi rispettare da lui, complice anche il fatto che fossero legati famigliarmente. Era molto difficile risultare seri e sinceri davanti a chi ti conosceva sin dal giorno della tua nascita, era difficile perché tra membri di famiglia esisteva quel sottile velo che impediva di troncare del tutto un rapporto o di litigare per davvero, anche se il silenzio poteva durare mesi o anni.

“Come faccio a non prenderlo in giro?” chiese Annibal allargando le braccia, “Usa la scusa della leva militare per non farsi sentire per giorni; ignora le tue telefonate e poi bello tranquillo ti dice Oh scusa! Ero impegnato con gli allenamenti! Oh scusa! Abbiamo fatto una prova esterna! Mi dispiace, ero sotto la doccia! Ma ti rendi conto di come ti tratta? Sembra che ti creda scema!” adesso il suo tono era severo, irritato, avevano toccato come sempre il tasto sbagliato. Più di una volta le aveva chiesto se fosse la persona giusta da avere al proprio fianco, ne avevano discusso tanto volte: “Sei sicura, davvero sicura, che sia la persona giusta?”

“Annibal, ne abbiamo già parlato, per favore”.

“Bene, allora riparliamone” quella scena suonò a Flora come un dejavu, “Guarda che anche io ho fatto la leva, e non ero così carcerato come dice lui”.

“L'avrai fatta in un posto diverso”.

“Le regole non cambiano, Flora, lui non è isolato dal mondo. Se non ti scrive è perché non vuole!”

Una parte di Flora lo sapeva, nel profondo, che quella era l'unica verità indiscussa, ma l'altra parte di sé, più che non saperlo, si rifiutava di valutarla come possibilità. Ivan non aveva mai dato l'idea di essere infastidito dalla sua presenza, né di esservi insoddisfatto. Ogni cosa che avevano progettato insieme l'aveva accolta positivamente, quindi non era possibile che stesse giocando. Ma era anche vero che, oltre ad Annibal, tutti le avevano detto che stava iniziando a marcare un po' male. Ultimamente erano state più le volte in cui avevano discusso e in cui lei si era lamentata che le parole dolci che si dicevano inizialmente, e Flora aveva sempre dato la colpa alla prima imperfezione che aveva toccato il loro rapporto, così per non sentirsi il problema. Ma la verità era che da tempo aveva avvertito una certa distanza, che aveva anche preso come conseguenza quella leva maledetta che le stava impedendo ogni tipologia di contatto.

“Ascolta, Flora” disse poi il cugino, addolcendo il tono di voce nel vederla in crisi, “Io credo che tu dovresti mettere in pausa i tuoi piani per il futuro”.

“Ma così… potrei perdere ogni occasione che mi si parerà davanti”.

“Hai vent'anni, cosa pensi di perdere? Cerca adesso di riprendere in mano la tua vita tranquillamente. E… io conoscerei molto di più quel Joseph, ho notato che sorridevi parlandone”.

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