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Capitolo XXXVII

Mecenate non era mai tornato a casa da solo dopo il tramonto da quando Varo l'aveva pestato a sangue: la sola idea di essere così vulnerabile e indifeso lo terrorizzava e più di una volta aveva addirittura preferito rimanere a dormire da Virgilio piuttosto che affrontare il buio da solo.

Ma stavolta era diverso: Virgilio aveva altri pensieri per la testa per occuparsi anche dei suoi e Properzio, con ogni probabilità, non avrebbe nemmeno risposto al cellulare, tanto era scosso da quando era spuntata la possibilità di diventare padre.

Camminando a passo svelto e a testa bassa, era riuscito a raggiungere incolume l'appartamento dei suoi genitori, che ormai abitava solo lui: i suoi erano sempre via per lavoro e, quando c'erano, non si interessavano minimamente a che cosa il loro unico figlio stesse lavorando in camera sua.

Nonostante avesse già bevuto abbastanza alla festa, prese dal frigorifero una lattina di birra e si gettò mollemente sulla poltrona, lasciando che le sue lunghe gambe penzolassero oltre un bracciolo. Nella sua mente si accavallavano le sensazioni e i ricordi di quella folle serata, la più strana della sua vita senza alcun dubbio.

Chiuse gli occhi e, scolandosi la birra, pregò che il caos che aveva in testa tacesse per un solo istante, quanto bastasse per fargli riprendere fiato.

Riusciva ancora a percepire il calore del corpo di Batillo addosso al suo, quel piacevole stato di beatitudine che aveva provato nel ballare un lento con lui, con le braccia che gli cingevano i fianchi stretti. E poi quel bacio, quel fottutissimo bacio. Erano giorni che voleva assaggiare quelle labbra piccole e affondare la mano tra quei suoi capelli meravigliosi. Poteva ancora sentire in bocca il sapore di alcol e fragole e il tocco umido della lingua di quel ragazzino, che l'aveva stregato anima e corpo.

Ma poi nella sua mente prese forma un ricordo diverso, quello delle sue mani che percorrevano quel corpo familiare, la porta di legno duro sulla schiena, il gusto della vodka che copriva quasi del tutto quello del vomito. I brividi che lo avevano percorso da capo a piedi e l'istinto primordiale che l'aveva costretto a schiudere le labbra e ricambiare il bacio.

Mecenate si alzò e andò a prendere un'altra lattina, lasciando quella vuota buttata per terra: non gli era bastata per mettere da parte il casino che torturava il suo cervello.

Come erano stati diversi quei due baci.

Quello di Batillo era stato dolce, delicato, tenero, casto per certi versi, come la persona che glielo aveva dato.

Quello di Orazio era stato violento, disperato, passionale, impetuoso. Era stato un bacio che avrebbe potuto aprire la strada ad un piacere più profondo, più intimo. Era stato un bacio che l'aveva eccitato fino al midollo, che l'aveva catapultato in un mondo parallelo fatto di tocchi decisi e cuori che battevano troppo velocemente per resistere a lungo.

Aveva già finito la seconda birra e nemmeno ricordava quando l'avesse effettivamente bevuta, ma non importava: tanto non aveva avuto l'effetto desiderato. Compiendo uno sforzo immane per avanzare senza cadere, Mecenate barcollò fino alla sua camera e si buttò sul letto a faccia in giù, emettendo un grugnito di frustrazione e fatica.

Batillo gli piaceva da morire: la sua grazia, il suo sorriso timido, la luce che brillava nei suoi occhi quando era entusiasta, il rossore che gli imporporava le guance quando erano molto vicini. Si era spesso ritrovato a pensare che aveva finalmente trovato qualcuno, di aver finalmente incontrato la sua metà, quella con cui vivere finalmente la storia d'amore che si era sempre sognato di avere con Augusto.

Tirò su di qualche centimetro la testa per mettersi più comodo e il suo sguardo cadde sulla foto incorniciata che teneva sul comodino. Era stata scattata quell'estate, durante la loro settimana in Sabina, mentre se ne stavano al ruscello a godersi un po' di sole. Virgilio aveva l'espressione infastidita di chi non amava farsi fotografare e i suoi capelli biondi erano nascosti sotto a quella orribile bandana rossa, che tirava sempre fuori per non prendersi un'insolazione; Mecenate sorrideva divertito e si vedeva il suo lungo braccio che teneva in alto il cellulare per scattare; tra loro due, Orazio li abbracciava per le spalle e faceva una linguaccia all'obiettivo, visto che non sapeva proprio essere serio una volta tanto.

Gli aveva sempre voluto un gran bene, ad Orazio: erano veramente diversi caratterialmente, ma erano entrambi estroversi e non avevano paura di far sentire la loro voce, anche a costo di fare casino. Gli piaceva il modo in cui lo abbracciava stretto quando piangeva o come fosse in grado di tirare una battuta oscena in ogni occasione. A volte era una testa calda e lo faceva veramente imbestialire, ma non riusciva a tenergli il broncio a lungo e rideva di gusto alle sue uscite strane. Con lui stava bene, ma non aveva mai preso in considerazione l'idea che gli piacesse in quel senso: erano praticamente cresciuti insieme come fratelli, non aveva mai visto in lui qualcosa di vagamente erotico. Almeno fino a quella sera.

"Batillo, Mecena', pensa a Batillo" cominciò a ripetersi sottovoce sdraiandosi a pancia in su.

Eppure l'unica cosa a cui pensava era Orazio, la sensazione che aveva provato nel baciarlo. Era così sbagliato: Orazio era suo fratello. No, non lo era. Per quanto nella sua mente quello che era successo fosse equiparabile ad un incesto, in realtà non lo era affatto: erano cresciuti insieme, ma non avevano lo stesso sangue.

Gli piaceva, piaceva davvero a quello scemo. Ecco che aveva senso la scenata dal kebabbaro: era geloso del ragazzino, era geloso di quello che stava nascendo tra loro due!

"Assurdo" borbottò tirandosi a sedere per spogliarsi. 

Stava cominciando a sentire caldo e la testa gli faceva un male atroce, ma il flusso di pensieri non sembrava voler accennare a smettere: il bacio di Batillo, il corpo di Orazio premuto sul suo, l'eccitazione che aveva provato nel baciare il suo migliore amico. E poi lo sguardo che si era dipinto nei suoi occhi quando lo aveva rifiutato, la sua paura, il suo stupore.

Il suo disappunto. Il disappunto di suo padre. Era una delusione per tutti.

 Avrebbe deluso Batillo, perché si rendeva conto che il suo bacio non era stato nulla in confronto a quello di Orazio.

Avrebbe deluso lui, il suo migliore amico, perché lo aveva allontanato, perché era scappato via urlando. Per quale motivo poi? Perché l'aveva sconvolto il fatto di aver pensato per un millesimo di secondo di volersi fare il ragazzo con cui era cresciuto?

Avrebbe deluso suo padre, che voleva tanto un figlio normale, che facesse cose normali, che amasse in maniera normale.

Avrebbe deluso se stesso, perché quella notte non avrebbe dormito, per quanto lo volesse, perché non era ancora abituato a sognare le mani di Varo che lo soffocavano.

E allora Mecenate fece quello che aveva imparato a fare nelle ultime settimane: affondò la faccia sul cuscino per attutire l'urlo di rabbia e dolore che usciva dalla sua bocca. E poi pianse disperatamente, finché Morfeo, alla fine, non lo ricondusse nel labirinto dei suoi incubi.

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