Chào các bạn! Vì nhiều lý do từ nay Truyen2U chính thức đổi tên là Truyen247.Pro. Mong các bạn tiếp tục ủng hộ truy cập tên miền mới này nhé! Mãi yêu... ♥

Capitolo XXXIII

"Che c'hai?" chiese Orazio notando che il suo amato si era fermato di colpo, fissando un punto davanti a loro.

Provò a seguire la linea dello sguardo e vide Varo appoggiato alla sua moto col suo tipico fare da buzzurro. Era circondato da un gruppetto di ragazzini delle medie che ammiravano le sue due ruote, facendo domande a cui seguivano risposte non molto educate.

"Cambiamo strada" disse Mecenate senza muoversi di un millimetro, completamente paralizzato.

"Ma che c'hai? Così tagliamo e c'arriviamo prima alla fermata".

"Te prego: cambiamo strada" insistette lanciandogli un'occhiata supplichevole.

Orazio rimase turbato dal notare che i suoi occhi erano velati di lacrime e terrorizzati, come se avessero appena visto il più feroce dei leoni e lui fosse una gazzella, la sua preda. Non capiva che cosa stesse succedendo, ma annuì e fece per voltarsi, spaventato da quell'atteggiamento. Eppure era troppo tardi.

"Ah checca! 'ndo vai?" urlò Varo.

Orazio gli lanciò uno sguardo assassino e prese il suo amato per un braccio per portarlo via, ma non ci riuscì: Mecenate tremava, tremava come una foglia; le gambe, le mani, le braccia, ogni suo muscolo tremava e sembrava non rispondere a nessun comando.

"Mecena', che c'hai?" domandò seriamente preoccupato il ragazzo.

Ma l'altro non disse niente, non poteva: la voce gli era rimasta in gola e non voleva uscire. Sentiva l'aria mancargli nei polmoni, ma non osava nemmeno respirare. Era nel panico più totale e l'unica cosa che voleva era sparire nel nulla.

"Ar frocetto nun so' bastate 'e busse de settimana scorsa, eh!" gridò Varo prima di sputare per terra.

"A che cosa si riferisce?". Orazio fissò il suo compagno in volto alla ricerca di una risposta. "Mecena', a che cazzo se riferisce?".

"Nun l'hai detto all'amichetto tuo, eh! C'hai avuto paura, eh!" lo schernì beffardo avvicinandosi a loro.

Mecenate indietreggiò rapidamente, riparandosi dietro al suo amico, che, vedendolo in quelle condizioni pietose, con gli occhi gonfi di lacrime e l'aria da bambino terrorizzato, si inferocì come non mai.

"Che cazzo gl'hai fatto?", domandò a Varo con fare minaccioso, "Che cazzo gl'hai fatto?".

"Gl'ho menato, cojone" ammise quasi vantandosi con un sorrisetto.

"Gl'hai messo 'e mani addosso?" esclamò l'altro furioso.

Orazio avvertì forte e chiaro l'impulso di prenderlo, spellarlo, smembrarlo e lasciarlo semivivo appeso da qualche parte.

Aveva osato mettere le mani addosso al suo Mecenate, quell'essere immondo. Gli aveva menato. Gli aveva fatto del male.

Ogni fibra del suo corpo era infiammata dalla rabbia e dall'odio più profondo e non aveva la minima voglia di darsi una regolata.

"Gli animali come 'sso questo se meritano".

Una lacrima rigò la guancia di Mecenate, che assisteva immobile a quella scena. Aveva paura, era terrorizzato. Nei suoi incubi le mani di Varo gli stringevano il collo fino a soffocarlo, fino a quando non si svegliava di soprassalto ansimando nel sudore. Aveva paura per Orazio: avrebbe fatto del male anche a lui? Non aveva voluto dirglielo proprio per questo: si sarebbe di certo incazzato e avrebbe fatto qualcosa di avventato, con quella testa calda che si ritrovava! Di norma non se ne preoccupava più di tanto, ma il suo amico, per quanto grosso, non eguagliava la stazza dell'altro e, in caso di uno scontro, di sicuro non ne sarebbe uscito illeso.

In preda alla rabbia, Orazio tirò un pugno in faccia a Varo, colpendogli il naso e facendolo sanguinare.

Come aveva osato fare una cosa del genere al suo Mecenate?

Un altro pugno, sempre in faccia, ma sulla bocca.

Come aveva potuto anche solo sfiorarlo?

Lo prese per la felpa e lo spinse contro un lampione.

"Pezzo de merda!" gli urlò continuando a colpirlo, ancora e ancora.

I ragazzini erano scappati via a gambe levate e qualche persona si era affacciata dai balconcini dei condomini. All'inizio Varo incassò come meglio poteva, ma poi cominciò a sferrare colpi a sua volta, mozzandogli il respiro con un tiro dritto allo stomaco. Ma Orazio era cresciuto in una famiglia con tanti cugini: sapeva tirare e sapeva ricevere piuttosto bene, continuando a lottare anche con il sapore del sangue in bocca.

"Orazio, te prego, basta!" riuscì a dire Mecenate, riportato alla realtà dalla vista del suo migliore amico che si scannava con quell'energumeno.

Ma non lo ascoltava, non smetteva di prenderlo a pugni e sferrargli calci, anche quando l'altro sembrava avere la meglio su di lui. Non poteva fargliela passare liscia: nessuno poteva fare del male al suo Mecenate senza pagarne il prezzo. Chissà cosa gli aveva fatto per ridurlo in quelle condizioni, chissà cosa avesse dovuto subire affinché il solo guardarlo da lontano bastasse ad incasinarlo in quel modo, a mandarlo nel panico più totale. Un po' gli rodeva il fatto che non glielo avesse detto, ma non aveva importanza: doveva ripagare quel verme con la sua stessa moneta, questo era importante.

"Ah regazzi'! Ah regazzi'!", intervenne un signore con dei grossi baffi neri, "Piantatela o chiamo la polizia! Avete capito? Chiamo 'e guardie!".

"Ora', te prego!" supplicò Mecenate preoccupandosi per lui e per quel rivolo di sangue che gli colava giù dal labbro.

Ma quei due non si staccavano l'uno dall'altro, non avevano la minima intenzione di smetterla.

"Mortacci vostra, ah regazzi'!" imprecò di nuovo il signore provando a dividerli.

Arrivò uno dei garzoni del forno lì vicino e lo aiutò a separarli, non senza qualche difficoltà, visto che i due combattenti si divincolavano dalle loro prese.

"Nun te so' bastate, piccole'?" domandò Varo agitando i pugni.

"Giuro che, se vengo a sape' che gli hai messo di nuovo 'e mani addosso, io te vengo a cerca' e te manno dritto dritto ar Policlinico" lo minacciò Orazio sputando odio e sangue.

"Aria, ah regazzi'!".

Varo si scrollò di dosso il signore e, guardando in cagnesco il suo avversario, salì un po' barcollando sulla sua moto per poi sfrecciare via.

"Te sei 'n cojone!", gridò Mecenate al suo amico con le lacrime agli occhi, "Te poteva ammazza'! Mortacci tua!".

"Mortacci mia? Mortacci tua, che nun m'hai detto 'n cazzo!" urlò di rimando l'altro.

"E perché secondo te? Guarda te come te sei ridotto!".

Lo afferrò per un braccio e lo costrinse a specchiarsi nello specchietto laterale di una macchina: aveva la bocca tutta rossa di sangue e il volto un po' gonfio, per non parlare poi delle nocche spaccate e dei lividi che sicuramente si stavano formando sul suo corpo.

"Vedi perché nun te posso di' 'ste cose?" domandò Mecenate arrabbiato, ma nella sua voce c'era disperazione.

"Sto messo meglio o peggio de come t'ha conciato?" rispose freddamente Orazio, non osando immaginare come Varo avesse ridotto il suo amato, se lui stesso era in quello stato pietoso.

"Stai messo meglio, pe' carità, però...".

"Però 'n cazzo, Mecena': io sto 'no straccio e me dici che sto messo meglio de te! Quante cazzo te ne ha date, eh!" sbottò il ragazzo.

Era furioso. Era furioso con Varo, che aveva osato picchiarlo. Era incazzato con se stesso, che non era riuscito a vendicare decentemente la persona che amava di più sulla terra. Era arrabbiato con Mecenate, che non gli aveva detto un bel niente e ora se ne stava fermo lì, a fargli il quarto grado, con l'aria di chi si sforzava in tutti i modi di non crollare.

"M'ha quasi ammazzato! Cristo Santo! Questo volevi senti', eh! Eh!", esclamò Mecenate lasciando andare le lacrime, "M'ha quasi ammazzato!".

Rimasero in silenzio a riprendere fiato, tanto avevano urlato in quei pochi minuti. Col petto che andava su e giù e le mani doloranti, Orazio osservò come incantato quel ragazzo, che aveva rivolto lo sguardo altrove e si asciugava come poteva il volto bagnato con la manica della felpa.

"Vie' qua" gli sussurrò dolcemente avvicinandosi a lui.

Mecenate lo abbracciò stretto e affondò la testa nella sua spalla. Gli dispiaceva per avergli nascosto la verità, si sentiva in colpa per essere rimasto a fissarlo terrorizzato mentre le prendeva, pensava di essere una merda perché si era ridotto così a causa sua.

Orazio lo strinse a sé e gli accarezzò il capo rasato.

"Va tutto be'. Ora è finita" gli mormorò all'orecchio per calmarlo.

In quel preciso istante comprese appieno quanto lo amasse, quanto fosse davvero disposto a rischiare tutto per lui, quanto fosse pronto a dare la sua stessa vita per saperlo felice e al sicuro.

Ma non glielo confessò, non ne trovò il coraggio: temeva di rovinare tutto.

Bạn đang đọc truyện trên: Truyen247.Pro