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Capitolo XXVIII

I quattro ragazzi camminavano a passo spedito lungo il viale alberato in direzione della scuola. Erano rimasti piuttosto sorpresi nel vedere Mecenate con i capelli tagliati quasi a zero, ma nessuno aveva fatto commenti: Virgilio l'aveva capito da sé, visto che era a conoscenza dei fatti; Orazio e Properzio perché il loro amico era decisamente poco allegro e temevano che avrebbe preso fuoco alla minima scintilla, anche se morivano dalla voglia di sapere il perché di quella follia.

Virgilio gli lanciava di tanto in tanto un'occhiata preoccupata: quel segreto cominciava a diventare sempre più pesante, gravandogli sul petto e sulla coscienza, ed era combattuto tra il rivelare tutto a qualcuno di cui si fidava per avere consiglio e il rispettare la promessa fatta. Mecenate, dal canto suo, continuava a far finta di nulla, come se non fosse successo niente, come se non fosse costantemente sul punto di crollare. Properzio, invece, non dava particolare importanza alla cosa, troppo era preso dai suoi messaggi con Cinzia per insospettirsi: le cose tra loro due stavano andando veramente bene e il suo amore per quella ragazza gli ispirava i versi più dolci, che non vedeva l'ora di pubblicare sul loro fanzine. Ma Orazio non riusciva a darsi pace e alla fine, dopo aver fatto invano appello a tutto il suo autocontrollo, cedette.

"E quinni?" esordì restando sul vago.

"E quinni che?" gli fece eco Mecenate con aria assente.

"E quinni che cazzo te sei fatto 'n capoccia?" gli chiese diretto con una certa aggressività.

"Me so' tagliato i capelli" rispose il ragazzo provando a celare il suo disagio evitando di guardarlo in faccia.

"Questo l'ho visto. Ma perché?".

"Perché me annava".

Virgilio lanciò un'occhiata molto eloquente a tutti e due: dovevano lasciar cadere il discorso il prima possibile, altrimenti sarebbe andata a finire molto male. Ma il messaggio non arrivò a destinazione.

"Me vuoi di' che te sei svegliato, te so' passate magicamente le fisse tue e te sei rapato a zero? Io nun ce credo, mica so' fesso!", commentò Orazio scettico, "Che t'è successo?".

"Ma niente, Ora'" mentì l'altro stringendo forte i pugni nelle tasche.

"Mado' che accollo che sei, Ora'", intervenne Virgilio in suoi aiuto, "S'è voluto taglia' i capelli, punto e basta. Nun ce sta manco male!".

"Nun ho detto che ce sta male, anzi! Gli si vede meglio la faccetta. Però devo facce 'n attimo l'abitudine, tutto ecco!" esclamò il ragazzo ripiegando nelle retrovie.

"Se avete finito de parla' dei capelli mia, direi de ricapitola' er piano", cambiò velocemente argomento Mecenate per sfuggire a quella situazione leggermente ansiogena, "Io sistemo i fogli nei cessi der seminterrato, Orazio pensa a quelli der piano terra e Virgilio va ai piani alti. Properzio, te toccano i cessi d''a palestra".

"A me va benissimo, tanto c'ho appuntamento co' Cinzia negli spogliatoi" fece Properzio senza smettere di guardare il cellulare.

"De prima mattina, Prope'?" commentò con una certa malizia Orazio.

"Tutte le ore so' bone pe' 'na sveltina".

"E questo è vero".

"Certo che voi due c'avete er chiodo fisso, eh!" ci scherzò su Virgilio nella speranza di far ridere Mecenate, ma invano.

Non appena furono arrivati davanti al cancello, ciascuno prese la propria parte di numeri e si separarono per portare a termine la missione. Quando Mecenate voltò l'angolo scendendo le scale e Properzio sparì dietro al palazzone della palestra, Orazio trattenne Virgilio per un braccio poco prima che cominciasse a salire di sopra.

"Te sai qualcosa: o me la dici o te la cavo fori io. Scegli te, tanto nun c'ho paura a menatte" disse con aria inquisitoria.

"Ma de che?" domandò l'altro, anche se sapeva benissimo a che cosa si riferisse.

"Dell'efebo nostro" rispose il suo amico facendo cenno con la testa in direzione delle scale che portavano di sotto.

"Senti, io ne so quanto te" negò sforzandosi di rimanere calmo.

"So' diciott'anni che rompe er cazzo che i capelli nun li vole taglia', se arza 'na mattina e fa' quer casino: come fai a nun esse' preoccupato?".

Virgilio lo era eccome: l'immagine del volto tumefatto di Mecenate era ancora ben vivo nella sua memoria. E sapeva anche che, probabilmente, si era svegliato mezz'ora prima per truccarsi e coprire i segni che Varo e i suoi amici delinquenti gli avevano lasciato. Per un attimo prese davvero in considerazione di raccontargli ogni cosa e di alleggerirsi di quel fardello, ma era sicuro che Orazio l'avrebbe presa molto male e che si sarebbe cacciato in qualche grosso guaio per vendicarlo.

"Ma che stai teso? Che te serve 'na scopata?" sviò il discorso buttandola forzatamente sul ridere.

"Ma, mortacci tua, me so' fatto 'na scopata venerdì che nun c'hai idea!", rispose omettendo volontariamente di averlo fatto con uno, "Te hai cagliato?".

"No, però m'ha detto che me ama" ammise leggermente imbarazzato.

"Carucci i piccioncini", gli sorrise l'altro soddisfatto, "Però fattela 'na scopata ogni tanto, eh! Mo 'namo che tra poco sona e c'avemo Pitagora 'n prima".

Orazio percorse fischiettando il triste corridoio in direzione dei bagni, provando a convincersi che Virgilio non gli avesse raccontato una grandissima balla, anche se dentro di sé lo sapeva benissimo che le cose erano ben lontane dall'essere okay. 

Il cellulare vibrò un paio di volte nella tasca dei pantaloni.

"Guarda te se mi' madre nun me deve rompe' er cazzo pure mo" pensò tirando fuori il telefonino per vedere di chi fossero i messaggi.

Ciao, sono Gaio, quello della festa della Serao di venerdì sera. Ho chiesto il tuo numero a Ranieri, spero non ti dispiaccia. Non abbiamo potuto parlare molto dopo la cosa nel bagno. Volevo solo dirti che sei fantastico e che mi è piaciuto moltissimo. Spero che tu mi richiami.

"Mortacci tua, Anto'!", imprecò sottovoce leggendo la notifica di WhatsApp senza visualizzare, "Ce mancava solo 'st'accollo stamattina, mortacci sua!".

Spense il cellulare rimettendolo al solito posto e, lanciando ancora qualche maledizione a suo cugino, entrò nel bagno dei ragazzi per portare a termine la sua missione. Non appena aprì la porta, vide Catullo che fumava tranquillamente una delle sue solite sigarette appoggiato al muro.

"Che ce fai ecco?" gli domandò sorpreso.

"Fumo mentre aspetto Giovenzio, te?" rispose il ragazzo con nonchalance.

"Er corriere" disse allungandogli una copia del fanzine.

Catullo fece scorrere velocemente gli occhi su quel pezzo di carta fotocopiata e sollevò le sopracciglia, come sempre faceva quando era piacevolmente sorpreso.

"Mecenate ha tirato fori 'e palle vedo", commentò sorridendo soddisfatto, "Se c'ho ragione - e io c'ho sempre ragione - tempo du' giorni e Ovidio se magnerà er fegato".

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