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Capitolo XXV

Cucinare è un modo per esprimere il proprio amore, gliel'aveva insegnato sua nonna.

Quando era piccolo non riusciva a capirlo, ma ora comprendeva come un pasto caldo dopo una giornataccia e un'infornata di biscotti nei momenti più difficili potessero valere più di ogni dichiarazione. Virgilio non cucinava molto spesso, non ne aveva mai né il tempo né la voglia, ma si era deciso a mettersi ai fornelli non appena aveva saputo che il suo Dante quella domenica sarebbe venuto a Roma. Marzia gli aveva trasmesso tutto quello che sapeva, obbligandolo ad imparare l'arte culinaria non solo per sopravvivere, ma anche per comunicare qualcosa attraverso il cibo, visto che farlo con le parole talvolta gli riusciva piuttosto difficile.

La lama affilata filava veloce sulla fetta di guanciale, tagliandolo in strisce sottili con un ritmo martellante scandito dal rumore sordo del coltello sul tagliere di legno. Il suo amato lo osservava rapito, ammirando con quanta eleganza e tranquillità il suo ragazzo impugnasse quel coltellaccio. Ma Virgilio era tutt'altro che calmo e sereno: quella era la prima volta che loro due stavano veramente da soli, senza nessuno intorno, in un luogo chiuso e protetto, dove nessuno avrebbe mai potuto disturbarli. Il fiorentino aveva più esperienza di lui in certe cose, aveva avuto delle ragazze, mentre lui era ancora alle prime armi e temeva di rovinare tutto. L'idea che si aspettasse un'intimità a cui lui non si sentiva ancora pronto lo terrorizzava.

"Che te sei 'ncantato?" chiese ironico il romano percependo uno sguardo fisso su di lui.

Fece scivolare il guanciale nella padella e cominciò a farlo rosolare a fuoco basso.

"Sai che sei proprio bello mentre cucini per me?" gli rispose Dante arrossendo leggermente per quella schiettezza.

"Poi er grembiule fucsia de mi' nonna è propio chic, no?", commentò Virgilio pulendosi le mani su canovaccio, "Ma nun stattene là impalato, eh beh mettite comodo! Tanto qua ce penso io".

Il fiorentino lo prese alla lettera e, cingendogli il busto, posò il capo sul suo petto e annusò l'odore di lavanda della sua felpa.

"Io però mica posso lavora' così!" protestò sorridendo l'altro.

"Oh, me l'hai detto tu di mettermi comodo, eh!".

Virgilio si lasciò sfuggire una risata divertita e lo abbracciò, facendo scorrere le mani tra i capelli scuri. Quanto gli piaceva starsene così, il suo Dante tra le sue braccia e quella sensazione di calore e d'elettricità che scorreva veloce sotto la pelle ogni volta che l'aveva accanto a sé! Fosse stato per lui, sarebbe andato a vivere anche sotto ad un ponte pur di stare sempre con lui a Firenze, ma si rendeva perfettamente conto che la cosa era assolutamente infattibile e si accontentava di quei fine settimana.

Il ragazzino ad un certo punto fu costretto a lasciarlo andare, altrimenti il loro pranzo sarebbe andato in fumo in tutti i sensi, ma non prima di avergli rubato un bacio.

"Che offre la casa?" gli domandò iniziando ad apparecchiare, visto che si sentiva veramente inutile a starsene a guardarlo tutto indaffarato mentre lui non faceva nulla.

"Carbonara. Nun è er mio pezzo forte, però 'a so fa' be'" gli annunciò l'altro con una certa solennità pretenziosa.

"E quale sarebbe il cavallo di battaglia dello chef?" gli diede corda Dante.

"Carciofi alla giudia".

"Alla che?".

"Alla giudia".

"Giudia come ebrea?" chiese il fiorentino alquanto confuso.

"Sì. Metà dei romani de Roma c'hanno sangue giudio" gli disse lapidario Virgilio scolando la pasta.

"Anche tu?" continuò incuriosito il fiorentino.

"Mi' padre è de Mantova e Marzia è reatina: io so' romano de spirito, mica de sangue", gli spiegò mantecando le uova, "Passame li piatti che ecco è pronto".

Dante aveva già mangiato la carbonara, ovviamente, ma mai così buona quanto quella del suo ragazzo.

"Te piace, sì?" gli domandò tradendo una certa ansia nella voce.

"Maremma maiala, che hai le mani d'oro?" commentò il fiorentino assaporando quella delizia.

"T'ho fatto pure er tiramisù, se te va" aggiunse l'altro soddisfatto in volto.

"No, va be', ma io ti amo!".

Entrambi non realizzarono subito quello che era appena successo, ma poi Dante divenne bordeaux per l'imbarazzo e Virgilio si irrigidì sulla sedia.

"Cioè, ti amo, ma non è per il cibo", si corresse il ragazzino per rompere il silenzio che era calato tra di loro, "Ma tranquillo, non mi aspetto mica che tu me lo dica subito".

Ti amo, due parole più potenti e destabilizzanti il genere umano non era riuscito a trovarle. Il romano fissò gli occhi in quelli del fiorentino, che abbassò subito lo sguardo. Le orecchie presero a ronzargli, il respiro sembrava venirgli meno e il cuore voleva uscire fuori dal petto, palpitandogli tra le costole come un canarino che vola convulsamente nella sua gabbietta anelando il cielo azzurro.

Lo amava, lo amava sul serio. Era cosa vera e profonda quel legame che aveva sentito nascere e diventare sempre più forte giorno dopo giorno, quella forza che lo attirava a lui come ad una calamita. Non l'aveva avvertito solo lui quell'impulso primordiale e irrazionale, non era l'ennesimo suo film mentale che non avrebbe mai vinto un Oscar.

Virgilio si alzò e, sforzandosi con tutto se stesso di tenere a bada il groviglio di pensieri e di emozioni che gli affollavano il cuore e la testa, cominciò a sparecchiare in silenzio. Si avvicinò al suo amato per potergli togliere il piatto vuoto e rimase per un attimo imbambolato da quella posa un po' infantile che assumeva qualche volta, con quella bocca socchiusa e gli occhioni scuri ben aperti.

"Te amo pure io, scemo" gli disse alla fine con una certa fatica, non essendo molto bravo ad esprimere a parole i suoi sentimenti.

Il volto di Dante cambiò rapidamente espressione, ma l'altro non fece in tempo a notarlo che le loro labbra collisero in un bacio e, lasciate le stoviglie sul tavolo, le sue mani presero a scorrere sulla schiena del suo ragazzo, intralciate di tanto in tanto dalla stoffa spessa del maglione.

"Ma possibile che sei ancora più bello quando mi dici che mi ami?" sorrise il fiorentino con gli occhi illuminati dalla gioia che provava in quel momento.

"Te amo". Un bacio. "Te amo". Un altro bacio. "Te amo, cazzo". Un altro bacio ancora.

"Potrei anche abituarmici" squittì il fiorentino abbassando sensualmente la voce.

"Guarda che dopo 'n po' do dipendenza, eh!" ci scherzò su il romano senza staccare le sue labbra da quelle del suo amato.

"Correrò il rischio allora!" esclamò platealmente l'altro prima di baciarlo di nuovo.

Virgilio lo strinse forte a sé sollevandolo leggermente dal pavimento, poi lo lasciò andare e finì di sparecchiare, lanciandogli di tanto in tanto occhiate complici d'amore.

"I piatti li faccio io però", si impose Dante facendogli cenno di scansarsi, "Tu hai cucinato, io pulisco: una cosa equa".

"Ma ho detto che ce penso io" si oppose il padrone di casa, che già immaginava il quarto grado che gli avrebbe fatto Marzia se avesse permesso che il suo ospite lavasse i piatti.

"Ma non mi interessa. Se proprio vuoi fare qualcosa, pensa al tiramisù".

"Agli ordini, amo'" si lasciò vincere Virgilio portandosi la mano alla fronte per sbeffeggiarlo e, dopo avergli dato una leggera pacca sul sedere, andò a prendere i cucchiaini per il dolce.

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