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Capitolo XXIV

La musica a tutto volume gli martellava nella testa mentre ballava convulsamente in mezzo a quella folla sudaticcia. I faretti proiettavano fasci di luce colorata nello stanzone, ma regnava una penombra che, in assenza della vista, eccitava tutti gli altri sensi: l'odore dell'alcol e dell'acqua di colonia di Antonio, il tessuto liscio di un vestito che si strusciava sulla sua giacca, il sapore del whiskey che continuava ad assediargli la gola.

Orazio aveva fatto pace con suo cugino: gli aveva chiesto scusa, sottolineando più di una volta come si fosse comportato da encefalico. Gli voleva bene in ogni caso e gliene avrebbe sempre voluto, a prescindere da chi si sarebbe portato a letto. Ranieri, che d'altro canto era poco incline per carattere a portare rancore e odiava tenergli il broncio, l'aveva perdonato subito e l'aveva invitato ad andare con lui alla festa organizzata da una certa Serao del terzo, anche se nemmeno lui aveva la più pallida idea di chi fosse questa cristiana.

Ovviamente pure Leopardi era con loro e il romano si stupì non poco nel constatare che quel tipo, sebbene fosse uno degli esseri più storti e asociali che avesse mai incontrato, non se la cavava per niente male sulla pista da ballo e sembrava reggere piuttosto bene l'alcol.

In ogni caso, Orazio aveva una sola missione quella sera: mettere a tacere per qualche ora i pensieri che lo stavano assillando dalla domenica precedente. Ripetendo più e più volte nella sua mente la litigata con Antonio e le parole che aveva detto su Mecenate, su come il loro rapporto non fosse come quello che aveva con Virgilio, era lentamente entrato in un meccanismo che si inceppava sempre nello stesso punto, impedendogli di portarlo a termine una volta per tutte.

A lui le ragazze piacevano e non poco, su questo non ci pioveva affatto: le amava, amava le loro gambe, la linea del seno e dei fianchi, il modo in cui si muovevano, così aggraziate, così eteree. Ma più ci rifletteva su e più gli venivano in mente dei flash, dei dettagli che gli erano rimasti impressi nella memoria: gli zigomi alti e spigolosi, i corpi tonici e le labbra carnose di certi ragazzi che aveva incrociato nei suoi diciotto anni di vita.

La cosa lo turbava non poco e di certo non lo aiutavano a distrarsi gli occhi piccoli e felini di un tizio che lo stava fissando da almeno mezz'ora. Anche se era piuttosto lontano, il suo sguardo lo opprimeva, lo agitava, e lui non riusciva proprio a capirne il perché. 

Per sfuggire a quella situazione spiacevole, si fece largo verso la zona bar e cominciò a versarsi da bere, ma non fece nemmeno in tempo a chiudere la bottiglia che quel ragazzo gli apparve di fianco con uno strano sorriso.

"Ciao. Te sei il cugino di Ranieri, ve'?" gli chiese con fare fin troppo amichevole.

"Sì" rispose lapidario Orazio sentendosi fortemente a disagio.

"Mi dovresti conoscere, anch'io scrivo!".

"E sticazzi?" pensò il romano guardandosi intorno alla ricerca di una qualsiasi scusa per scappare via.

"Ho scritto alcuni pezzi per il giornalino scolastico. Modestamente, non credo che qualcuno sappia comporre versi meglio di me! E con maggiore facilità, poi!" continuò a cicalare l'altro senza mai fermarsi.

"Umilissimo me dicono" commentò tra sé e sé il mentre il sudore gli impregnava la fronte e sembrava colargli giù fino ai talloni.

C'era qualcosa in quel tipo che lo attirava, come certe persone sono affascinate dai serpenti velenosi o dai ragni, una sorta di fascinazione che lo spaventava e lo elettrizzava al tempo stesso.

"Poi so ballare molto bene! I miei amici dicono che paio un'anguilla!" esclamò sfiorandogli una mano.

"'nfatti t'ho visto come movi be' er bel culetto che te ritrovi. Aspe', ma che cazz'?" si sorprese a pensare Orazio dando la colpa all'alcol.

"Ma che te sei amico di Mecenate? Ragazzo alto alto, secco secco, bei capelli biondi?" gli domandò l'altro, anche se il suo interlocutore non aveva proferito parola.

"Sì, lo conosco" disse distrattamente il romano, ancora perso nel suo mondo.

"Che me lo faresti incontrare? Potrei esservi di grande aiuto! So che lui e Augusto hanno litigato, ma credo che con un po' di diplomazia si possa sistemare tutto e...".

"Augusto è 'n cojone: questo nun se può risolve' co' 'a diplomazia. Adesso, se me vuoi scusa', dovrei propria anna' ar bagno" riuscì finalmente a liberarsi di lui Orazio.

Posò il bicchiere ormai vuoto sul primo piano che trovò e, sgomitando un po' tra tutta quella gente, raggiunse il bagno. Si chiuse la porta alle spalle e si sedette sull'orlo della vasca, tirando un sospiro di sollievo. La testa stava iniziando a girargli, aveva bevuto un po' troppo - all'anima dell'aurea mediocritas! - e nella sua mente riecheggiavano le voci di Ranieri e del tipo seccante.

Lui non era gay, non poteva esserlo. A lui piacevano le ragazze, a lui piaceva Pirra, con la sua cascata di capelli dorati e l'aura da menade danzate. Eppure anche ad Antonio piacevano le tipe, ma stava con Giacomo Leopardi. Poteva essere bisessuale? No, dai, non era mai stato interessato ad uno in quel modo. Allora perché certi dettagli, certe piccole bellezze si erano impresse nella sua memoria inconsciamente? Okay, forse era veramente bisessuale. Non c'era nulla di male, no? Catullo era bisessuale, Antonio era bisessuale ed erano dei gran fighi, rimorchiavano che era una meraviglia. Però l'idea lo spaventava così tanto, perché? Non c'era nulla di male, no?

I suoi ragionamenti furono interrotti bruscamente dal seccatore, che irruppe nel bagno con una certa insolenza.

"Mortacci mia che nun chiudo 'e porte a chiave!" imprecò tra sé e sé alzandosi in piedi di scatto.

"Che c'è?" gli domandò perplesso e stranito.

"No, niente" rispose l'altro avvicinandosi con una luce maliziosa negli occhi.

Orazio avrebbe voluto sbroccargli prepotentemente, ma non fece in tempo: il ragazzo l'aveva afferrato per il bavero della giacca e l'aveva baciato con un certo impeto sulle labbra, premendo il proprio corpo contro il suo. 

Il romano rimase stupito non tanto da quel risvolto inaspettato quanto dalla sua reazione: una forte sensazione di piacere e d'eccitazione corse veloce dal volto fino alle gambe, costringendolo a doversi appoggiare con la schiena alle mattonelle fredde del muro per non cadere. E quel tipo non aveva la minima intenzione di rifermarsi a riprendere fiato: assaporava quella bocca piccola mordendogli leggermente il labbro inferiore e una mano si faceva strada verso la cintura dei pantaloni.

Ma lui non si opponeva, né tantomeno ne aveva intenzione: provava un meraviglioso senso di euforia, si sentiva come acceso da tutto ciò. Cominciò anche lui a baciarlo sulle labbra, sulla gola, sull'incavo del collo, mentre infilava una mano nel retro dei jeans e con l'altra chiudeva a chiave la porta. 

L'altro si sfilò velocemente il maglione e lo fece cadere a terra: il suo corpo sembrava come plasmato da un dio sotto alla luce da due soldi del bagno e Orazio ebbe l'irrefrenabile impulso di averlo ancora di più vicino, facendo toccare le loro pelli accaldate.

"Togliti questa" gli ordinò il ragazzo mentre armeggiava con i bottoni della sua camicia, la giacca era già finita sul pavimento da un pezzo.

Il romano se la tolse subito e riprese a baciarlo con foga. Un brivido corse lungo la sua schiena non appena avvertì la presenza di una mano che si infilava nelle sue mutande e istintivamente gettò la testa all'indietro, emettendo dei piccoli gemiti di piacere.

Di lì a dieci minuti Orazio non ebbe più dubbi: sì, era decisamente bisessuale.

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