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Capitolo XXII

"Quinni qua sotto ce mettemo 'a satira tua e ecco sopra 'a foto?" chiese Mecenate cercando di capire quale fosse il modo migliore di disporre le varie parti sul foglio.

Il letto e la scrivania di Virgilio erano ricoperti di pezzi di carta, pennarelli di ogni tipo, evidenziatori e una vasta gamma di penne colorate, tutta roba comprata in uno di quei suoi momenti di isteria da cancelleria che lo prendevano sempre non appena si avvicinava il rientro a scuola. Aveva svuotato interi cassetti per realizzare il primo di quella che sarebbe stata, si sperava, una lunga serie di numeri del loro fanzine, "Il Circolo", provando in ogni modo possibile di renderlo più accattivante e bello a vedersi per attirare i loro lettori.

"Pe' me va be', basta che ce lo metti 'ntero, er pezzo mio" rispose Orazio, che aveva lavorato a quei versi due notti e non voleva proprio vederseli amputati.

"C''o mettemo tutto sì, statte carmo. Virgi'?".

Virgilio stava seduto sull'unico angoletto libero del letto e muoveva velocemente i pollici sul suo cellulare con un sorriso ebete in faccia.

"Terra chiama Virgilio" gli fece eco Properzio.

"Va be', va be'" disse alla fine il ragazzo distrattamente e senza distogliere lo sguardo dallo schermo.

Gli altri tre si scambiarono un'occhiata piuttosto eloquente: come ormai era diventata abitudine negli ultimi giorni, non li stava minimamente ascoltando.

"Poi togliemo 'a bucolica e ce mettemo er primo capitolo delle Metamorfosi. Te sta be', Virgi?" lo mise alla prova Orazio trattenendo una risata.

"Okay" rispose l'altro sovrappensiero.

Properzio si alzò in piedi e, facendo segno ai due di tacere, si avvicinò di soppiatto alle sue spalle per sbirciare che cosa lo stesse rapendo così tanto da non farlo concentrare due secondi sul fanzine.

"Dante" mimò con le labbra.

Mecenate alzò gli occhi al cielo sospirando esasperato e Orazio sfoderò uno dei suoi sorrisi sornioni: ormai stava diventando un topos letterario e passava molto più tempo attaccato a quell'aggeggio, che aveva sempre un po' disprezzato, che con loro, tutto ciò per restare sempre in contatto con il suo ragazzo.

Spazientito, Mecenate spinse la sedia con le ruote verso di lui e gli strappò il telefono dalle mani.

"Mecena', eh daje!" esclamò infastidito Virgilio.

"Puoi sta' cinque minuti concentrato su 'sto coso? Tanto domenica vai su e te lo spupazzi quanto te pare!" commentò con una certa malizia Orazio.

"Domenica vie' giù lui e me devo organizza' pe' er pranzo, che dimà mattina Marzia va a fa' a spesa" si spiegò l'altro.

"E che cucini te?" domandò Properzio.

"No, stocazzo. Cucino io sì!".

"E fu così che ce giocammo Dante" sussurrò scherzando Mecenate, ma chiunque in quella stanza riuscì a sentirlo perfettamente.

"Ah 'nfame, io so cucina!", si oppose Virgilio, "Magari nun me ce metto spesso, però 'a forza de aiuta' mi' nonna 'e cose le so fa!".

"E che sai fa'? Aglio, olio e peperoncino?" lo prese in giro Orazio, anche se sapeva perfettamente che il suo amico era il migliore dei quattro ai fornelli.

"'a pasta cor pesto pronto?" gli diede corda Mecenate.

"Raga, vaffanculo! Tutti e tre!".

"Aoh, ma io nun t'ho detto niente!" fece notare Properzio.

"Mado! Te stai a scalla' troppo!" commentò Mecenate ridandogli il cellulare.

"Ma come scenne lui?" domandò Properzio per placare un po' il suo animo.

"Mi' padre lavora, mi' nonna va 'n so dove co' a parrocchia...".

"Te lo vuoi scopa' 'n pratica" concluse Orazio con una certa soddisfazione.

"No. Cioè sì, però no. Ner senso", cominciò Virgilio cercando di dare un ordine logico ai suoi pensieri, "Me pare ovvio che vorrei combinacce 'ca cosa, però non so se lui è pronto. E, sinceramente, manco io so se so' pronto. Raga, è complicato, okay?".

"In realtà è chiarissimo: tieni a lui e nun voi fa' bordello forzanno 'e cose. Le persone normali fanno così" lo rassicurò Mecenate lanciando una frecciatina agli altri due, che erano forti sostenitori della filosofia del "basta che se caglia".

"Armeno noi scopamo" si difese Properzio alzando le spalle.

"Grazie pe' aveccello ricordato, c'eravamo propio scordati" sospirò ironico Virgilio.

"Però mo lassa 'n attimo perde' Dantuccio tuo che s'è fatta 'na certa e io devo anna' 'n copisteria: come 'a sistememo 'a satira de Orazio?".

"Mettemola sotto e basta, armeno è pure caruccio da vedesse" disse alla fine il ragazzo mettendo da parte per un attimo il suo folle amore per il fiorentino.

"E che ce voleva tanto? Passateme 'a colla, vah" fece Mecenate.

"E addo' sta?" chiese Orazio guardando il caos che regnava sovrano in quella stanza.

"E che ne so? Da qualche parte 'n 'sto casino" rispose Properzio cominciando a cercare.

Un campanile lontano rintoccò le sei.

"Cazzo, è tardi! Io devo scappa'!" esclamò Orazio raccogliendo velocemente le sue cose.

"Che c'hai er pepe ar culo?" domandò sarcastico Properzio.

"Tra 'n'ora c'ho er treno che vado a Napoli" spiegò l'altro.

"E com'è?" chiese Virgilio.

"Ho litigato co' Antonio settimana scorsa e nun ce la faccio a sta' 'ncazzato co' lui: vado giù, me scuso, famo pace e me magno 'a parmigiana de zi' Concetta".

" E com'è ve siete scannati?" continuò Properzio, che amava il gossip più di ogni altra cosa.

"Lunga storia, nun c'ho tempo. Mecena', racconta te".

"Nun so' mica er gufo tuo, eh" commentò acido il ragazzo, che non aveva la minima intenzione di fare outing a Ranieri.

"Li mortacci tua", imprecò bonario l'altro, "Va be', se beccamo lunedì a scola. Ave!".

Orazio si chiuse la porta alle spalle e il suo passo pesante risuonò lungo il corridoio, svanendo dietro ad un "Virgi', caglia però!".

"Hanno divorziato pure loro? Dimme de no, te prego" disse Virgilio con una certa preoccupazione, visto che quei due erano sempre andati d'amore e d'accordo.

"Ma no, statte carmo! Solo 'n malinteso: fanno pace de sicuro!" rispose Mecenate ostentando una sicurezza che in realtà non aveva.

"Va be', vado pure io che me devo vede' co' Cinzia" annunciò con una certa enfasi Properzio.

"Che t'avevo detto io che tornavate 'nsieme" fece l'altro scuotendo la testa.

"Nun stamo 'nsieme, scopamo e basta: è molto meglio!" lo corresse.

"Contento te, contenti tutti" si lasciò sfuggire ironico Virgilio.

"Va be', allora mettemose 'n attimo noi due a 'ncolla' 'ste cose che se me chiude a copisteria so' cazzi".

"Ce l'hai er capitale, sì?" chiese Virgilio iniziando a spargere colla sui ritagli.

"C'ho cinque euro".

"Se, va be'! Ciao core!", sbottò l'altro, "Aspe' che mi' nonna m'ha dato venti pe' er fonno cassa".

"Io amo tu' nonna, c''o sai, sì?".

"Te l'ho già detto: se te la voi sposa' è tutta tua!" esclamò ridendo Virgilio tirando fuori una banconota da venti dal portafoglio e porgendola al suo amico.

"Pe' 'a copisteria però, eh! Nun te li anna' a be'" commentò facendo finta di non volergliela dare.

"Ma sì, tranquillo! Mica so' Orazio, mortacci tua!" imprecò bonario Mecenate intascando il bottino. 

"Io vado, tanto nun me 'nculate de pezza. Ave!" li salutò Properzio andandosene.

"Famo 'sto coso, dai" concluse Virgilio appiccicando sul foglio la satira di Orazio.

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