Chào các bạn! Vì nhiều lý do từ nay Truyen2U chính thức đổi tên là Truyen247.Pro. Mong các bạn tiếp tục ủng hộ truy cập tên miền mới này nhé! Mãi yêu... ♥

Capitolo XV

"Quinni, hai scopato?" chiese Orazio bevendo il suo caffè.

"No che nun ha scopato: so' usciti 'na volta, anzi che se so' baciati!" rispose Mecenate prendendo il suo cappuccino dalla macchinetta, gli occhi puntati su Virgilio alla ricerca di una conferma.

"No, se semo baciati e basta" sorrise con una faccia da ebete.

"Carpe diem, Virgi'! Quante volte te l'ho detto?" lo rimproverò il suo amico alzando lo sguardo al cielo.

"Ma mica potevano scopa' così a caso davanti a tutti" commentò esasperato Mecenate.

"Va be, basta che prima o poi scopate, altrimenti che gusto ce sta?".

"Me chiedo perché nun riesci ad avvecce 'na storia seria. Propio nun riesco a capi' er motivo" si domandò ad alta voce Virgilio con fare canzonatorio.

Ancora non gli sembrava vero che Dante lo avesse baciato e che adesso stessero insieme: certo, era la sua prima storia e c'erano chilometri a separarli, ma ciò che provava per quel ragazzino riusciva a mettere a tacere la sua paranoia e la sua angoscia, facendolo vivere in un mondo dove ogni cosa sembrava così facile e meravigliosa. Aveva proprio perso la testa.

"Voi avete scopato?" chiese Viriglio con un certo sarcasmo agli altri.

"No, ero troppo impegnato ad assicuramme che 'sto scemo nun venisse arrestato pe' stalking" sospirò Mecenate accennando con la testa ad Orazio.

"Ma che voi? Tanto nun avresti scopato lo stesso".

"Ma che ne sai te? Magari annavo da qualche parte e conoscevo qualche tizio figo".

"Però sei rimasto da me a vedette tutto Lo Hobbit in un giorno" commentò Orazio.

"Scusame tanto se nun voglio fatte fini' a Regina Coeli!" disse stizzito l'altro.

"Mo nun fa' er tragico", si intromise divertito Virgilio, "Propio male che va ce finisce a Rebibbia!".

"Ma annate a fanculo tutti e due!" imprecò il loro amico.

"Abbasta 'a voce che sta a arriva' er vicepreside, scemo" lo ammonì Mecenate.

Il vicepreside Scipione attraversava il corridoio brulicante di studenti, facendosi strada tra i gruppetti di ragazzi in fila alle macchinette e i bidelli, che andavano avanti e indietro dalla bidelleria alla segreteria, e sembrava che cercasse qualcuno in mezzo a tutto quel baccano. Nonostante non fosse più così giovane e gli anni lo avessero reso più simile ad una mummia egizia che ad un essere umano, tutti quanti lo trovavano piuttosto simpatico con quel suo modo di fare alla mano e la sua strana camminata, che lo faceva sembrare appena tornato a casa in licenza. Si guardava intorno un po' perso, salutando di quando in quando qualche suo alunno, ma alla fine i suoi occhi si fissarono sul suo obiettivo.

"Perché sta a veni' da noi?" chiese preoccupato Orazio.

"Ora', che cazzo hai fatto?" gli domandò Mecenate fulminandolo.

"Perché pensi che sia colpa mia?".

"Perché sei sempre te a fa' i casini" rispose Virgilio.

"Buongiorno pueri !", li salutò cordialmente Scipione, "Mecenate, il preside vorrebbe parlarti un momento".

Il ragazzo sussultò per la sorpresa: che cosa voleva da lui? Non aveva fatto nulla di male in vita sua e di certo non era stato lui ad imbrattare di nuovo i bagni del secondo piano.

"Ma adesso?" riuscì a dire a mezza voce mascherando come poteva la sua agitazione.

"Sì, adesso: non credo che il professor Omero si arrabbierà se farai un po' tardi per la sua lezione" gli spiegò il vicepreside indicandogli con una mano la via per la presidenza.

Mecenate si avviò riluttante sotto agli occhi confusi dei suoi amici: si sentiva come un condannato che si reca al suo processo, ma in coscienza non aveva fatto nulla di cui poteva rimproverarsi. Forse voleva solo parlargli del giornalino scolastico o, magari, lo aveva chiamato per organizzare l'ennesima campagna pubblicitaria per la scuola, di cui, ormai, si occupava da un paio d'anni. Cercò di darsi una calmata pensando che il preside doveva averlo convocato proprio per quel motivo, così come aveva sempre fatto con Augusto quando andava ancora a scuola con loro. 

Arrivato alla porta, bussò un paio di volte e una voce profonda gli disse con tono secco: "Avanti!".

Catone il Censore, nel terribile splendore della sua età avanzata, si ergeva come un colosso pur stando seduto alla vecchia scrivania, riempiendo con la sua figura quel piccolo ufficio dove pesanti fascicoli erano ordinatamente riposti un po' ovunque.

"Buongiorno, signor preside" lo salutò chiudendosi la porta alle spalle.

"Bene, ora che siete entrambi qui, posso illustrarvi la questione" esordì il Censore con la sua aura autoritaria.

Mecenate si voltò per vedere chi fosse quell'altro malcapitato, che nella fretta non aveva neppure notato: due occhi felini e un sorrisetto soddisfatto erano dipinti sulla faccia paonazza di Ovidio.

"Ma che ce fa mo questo ecco?" si domandò osservando con quale atteggiamento trionfante se ne stesse in piedi accanto a lui, con quel naso da snob all'insù.

"Mecenate, affidandoti la direzione del giornalino scolastico ero fermamente convinto di lasciare la nostra redazione nelle mani di una persona capace, di saldi principi e pronta ad assumersi l'impegno di organizzare il nostro giornalino in maniera tale da rendere onore alla nostra scuola", continuò il preside, "Ed ecco che ieri sera mi sono ritrovato davanti l'ultimo numero".

Prese in mano una delle poche copie cartacee del documento in questione e lo sfogliò.

"Un articolo sui cambiamenti climatici, il resoconto dell'ultimo certamen di greco, tutti pezzi molto validi. Ma poi quale abominio! Una poesiola da quattro soldi sull'ennesima rottura adolescenziale, ma potrei anche accettarlo, d'altronde voi giovani siete così sentimentali! Ma un'ode che parla della promiscuità femminile! Questo non me lo sarei mai aspettato da te, ma comprendo che tu e il signor Flacco siete grandi amici e un occhio hai potuto pure chiuderlo. Però il pezzo di chiusura è fuori da ogni discussione: è semplicemente immorale!", tuonò il Censore infervorendosi sempre di più, "Un amore omosessuale! Stiamo parlando di pederastia, Mecenate! Ti rendi conto della gravità della questione?".

"Signor preside", intervenne l'imputato sbigottito, "Non comprendo dove sia il problema. La poesia è certamente ben scritta e non credo che sia così scandalosa come crede lei".

"Ma non è tanto la poesia in sé, Mecenate, il problema: il punto è che hai deliberatamente scelto di pubblicare questo scempio di un tale che non ha neppure il fegato di firmarsi con il suo vero nome piuttosto che il componimento di Ovidio qui presente!".

"Ma, signore, il carme che ha proposto Ovidio era veramente esplicito e misogino!" si difese esterrefatto il ragazzo, che non riusciva a credere all'assurdità di quella situazione.

"Davvero? Questo lo definisci esplicito e immorale!" esclamò il Censore prima di cominciare a declamare.

Ogni amante è soldato, e Cupido ha il suo accampamento;
oh Attico, credi a me, ogni amante è soldato!
L'età che è adatta alla guerra si addice anche a Venere:
un vecchio soldato è turpe, l'amore di un vecchio è turpe.
Quegli anni che i comandanti richiedono nel soldato forte,
li richiede la bella fanciulla nell'uomo che le sia compagno:
entrambi vegliano, entrambi giacciono per terra:
l'uno sorveglia l'uscio della padrona, e l'altro quello del comandante.
Dovere del soldato è un lungo viaggio: se mandi via la fanciulla,
l'amante valoroso la seguirà oltre ogni confine:
affronterà i monti che gli si oppongono e i fiumi che la pioggia
ha raddoppiato in portata, egli calpesterà la neve accumulata,
e non userà come scusa l'Euro tempestoso quando solcherà i mari

e non chiederà le stelle propizie alla navigazione.

Chi se non o il soldato o l'amante sopporterà il freddo
della notte e la neve unita alla pioggia fitta? 
L'uno è mandato come spia tra i nemici ostili,
l'altro tiene d'occhio come un nemico il rivale in amore.
Questo assedia le città difficili da conquistare, quello la soglia 
dell'amica crudele; questo sfonda le porte della città, quello l'uscio. (1)

Mecenate si trovò in seria difficoltà: quello non era assolutamente il testo che Ovidio gli aveva mandato tre giorni prima!

Provò a spiegarlo al Censore, ma il preside non gli credette: in fondo, era la sua parola contro quella di quell'adulatore. Il ragazzo gli lanciò uno sguardo assassino dopo l'altro: sapeva che era uno stronzo, ma credeva che almeno giocasse pulito.

"Gli ultimi numeri sono stati alquanto deludenti, Mecenate", riprese a parlare Catone, "Gli studenti non si fidano più di te e non ti inviano più i loro lavori. E come posso dar loro torto, se accantoni dei pezzi così buoni per far contenti i tuoi amici e ignoti immorali! Mi hai veramente deluso, Mecenate: nutrivo grandi speranze in te".

Seguì un silenzio assordante, interrotto solo dalle lancette del vecchio orologio. Mecenate guardava allibito e arrabbiato ora il preside ora Ovidio: non riusciva a credere che quel deficiente avesse davvero osato essere così infame e bugiardo. Si sentiva profondamente offeso dalle parole del Censore: era pienamente consapevole che, da quando aveva litigato con Augusto, molti dei suoi scrittori fissi se n'erano andati e che gli ultimi numeri erano stati un fiasco, ma l'idea che quell'uomo mettesse in dubbio la sua integrità morale lo mandava in bestia. Però che poteva fare? Non poteva certo dire al preside che il giornalino stava fallendo perché aveva litigato con Augusto!

"Pertanto ho deciso che da quest'oggi Ovidio sarà il direttore del giornalino scolastico. Ora  potete andare in classe: la prima ora è già suonata da un pezzo" concluse laconico Catone sbolognandoli con un gesto della mano.

Mecenate impietrì e strinse forte i pugni per non urlare o, peggio, scoppiare a piangere. Il mondo gli crollò sulle spalle, si sgretolò davanti ai suoi occhi: aveva appena perso il progetto a cui si era dedicato anima e corpo, con impegno e costanza, a causa di quel verme di Ovidio, a causa del suo divorzio con Augusto.

"Mi dispiace, Mec, ma sappiamo entrambi che è la cosa migliore da fare per il giornalino" si finse mortificato il ragazzo con voce melensa e occhi pieni di cattiveria.

Gli posò una mano sulla spalla come per confortarlo, ma l'altro se la scrollò di dosso e uscì nero come una tempesta dall'ufficio del preside: se non l'avesse fatto, molto probabilmente avrebbe piazzato un pugno dritto in faccia ad Ovidio.



(1) Amores, I, 9, vv. 1-20 (traduzione mia)

Bạn đang đọc truyện trên: Truyen247.Pro