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Capitolo XLVI

Virgilio non era più abituato a dormire così tanto e così bene: da quando Marzia era entrata in clinica, infatti, il massimo lusso che poteva concedersi erano quattro ore di sonno, sempre che ci arrivasse. Per di più, non gli era mai capitato di svegliarsi con davanti una tale visione angelica sotto al naso: Dante dormiva beatamente a pancia in giù e con il volto rivolto verso di lui. Aveva la bocca leggermente aperta e le guance, schiacciate sul cuscino, gli coprivano un po' gli occhi, dandogli un'aria infantile e teneramente buffa. Passò delicatamente la mano tra i capelli corvini arruffati, facendo attenzione a non incastrare le dita nei nodi per non tirarli inavvertitamente, e contemplò per qualche minuto quanto gli effetti di Morfeo gli donassero.

La sua mente ritornò a quanto era accaduto la notte precedente: le sue braccia attorno al collo mentre ballavano guancia a guancia sulle note di quella vecchia canzone, il calore emanato dalle loro pelli nude e sudate mentre si esploravano a vicenda, le loro membra che si avvinghiavano, le loro bocche che si cercavano, i loro cuori che battevano all'impazzata mentre facevano l'amore. Il brivido che aveva provato quando l'aveva afferrato per le spalle, l'eccitazione nutrita da quegli ansimi di piacere, l'espressione estatica del suo amato mentre si muoveva dentro di lui. Se qualcuno avesse osato dirgli che si poteva amare più di così, gli avrebbe dato del bugiardo.

Gli diede un leggero bacio sulla testa e si alzò per evitare che, rigirandosi tra le coperte, lo svegliasse prima del dovuto. Si rivestì cercando di non fare troppo rumore e si avviò quatto quatto verso la cucina per mangiare qualcosa. Aveva una fame terribile, anche se la sera prima avevano davvero dato prova di avere dei buchi neri al posto dello stomaco. Si chiedeva se fosse vera quella storia che fare sesso facesse bruciare calorie.

Aveva fatto sesso: la consapevolezza lo travolse come un fiume in piena. Erano anni che chiunque attorno a lui lo spronava ad essere sessualmente attivo - Marzia e Mecenate facevano qualche allusione ogni tanto, Orazio aveva trascorso buona parte della sua adolescenza a trovargli una ragazza da portarsi a letto, Figulo gli aveva fatto chiaramente capire una volta o due che i veri uomini scopavano frequentemente. Ma lui era Parthenias, era l'animo candido e schivo, troppo poco virile per una cosa del genere: eppure, quella notte, era stato tutt'altro che puro e innocente.

"Bongiorno apetta! Semo stracchi stamattina?" gli chiese quella che riconobbe essere la voce di Orazio.

I suoi due amici se ne stavano seduti al tavolo della cucina e facevano colazione con cereali e latte freddo, visto che erano troppo pigri per scaldarlo un po'. Lo guardavano con un sorrisetto furbo stampato in faccia e nei loro occhi brillava la luce della curiosità. D'altronde non poteva dar loro torto: avevano aspettato quel momento più di lui negli ultimi anni.

"Potete aspetta' 'n attimo che ce faccio er caffé prima de attacca' co' i discorsi da commarette?" domandò a sua volta ancora un po' assonnato.

"Vedo che cammini be'" commentò con una certa audacia Mecenate.

"Ma ve potete fa li cazzi vostra?" sorrise leggermente in imbarazzo.

"Volemo solo sape' se te sei fatto quello de Dante, eh" rispose il ragazzone alzando le mani.

Virgilio finì di preparare la caffettiera e la mise sul fuoco, poi andò alla ricerca di un pentolino per riscaldare il latte, rimanendo muto come una tomba. Gli piaceva tenerli sulle spine in quel modo, anche perché la risposta era piuttosto ovvia.

"Nun volemo i dettagli, eh" lo rassicurò il biondino, credendo di averlo messo a disagio.

La loro curiosità fu presto soddisfatta e non per bocca sua. Dante fece capolino dal corridoio, avanzando un po' sbilenco e con una scia di segni violacei sul petto nudo. Mecenate diede una gomitata amichevole ad Orazio e i due si guardarono compiaciuti e un po' orgogliosi del loro amico.

"Pensavo di trovarti a letto" esordì con aria un po' delusa e la voce impastata di sonno il fiorentino.

"Te stavo a prepara' 'a colazione" gli fece il suo ragazzo ancora alle prese con i fornelli.

Il minore si avvicinò a lui e lo abbracciò da dietro, non curandosi degli sguardi maliziosi degli altri due.

"Io speravo che la mia colazione fossi tu stamattina" sussurrò suadente.

"Okay, direi che noi togliamo il disturbo" disse Mecenate sbrigandosi a finire la sua ciotola di latte.

"E, piccole', mettite 'na maglietta: sembra che t'hanno magnato vivo 'e sanguisughe!" commentò sarcastico Orazio indicando i suoi succhiotti.

Dante notò solo in quel momento di essere stato marchiato per bene la notte precedente e, arrossendo violentemente, corse in camera a mettersi qualcosa addosso.

"Che delicatezza, eh" lo rimproverò Virgilio con un certa soddisfazione negli occhi.

"Manco te ne hai avuta, eh", gli fece notare il biondino, "E comunque, Ora', ho vinto io: c'ho occhio pe' 'ste cose".

"Accetto 'a sconfitta, poi te do er premio" rispose il ragazzone con un ghigno beffardo e sguardo voluttuoso.

"Ma de che cazzo state a parla?" chiese l'altro spaesato.

"Avemo fatto 'na mezza sconfitta su chi de voi due l'avrebbe preso e...".

"Ma ve pare er caso?" domandò esterrefatto Virgilio, anche se in fondo non ne era poi così stupito, considerando quanto sapessero essere idioti quei due.

Avrebbe voluto dirgliene quattro, ma non ne ebbe il tempo perché le note di The Imperial March risuonarono nella stanza: suo padre lo stava chiamando.

"Ma che cazzo vole mo?" chiese Orazio sottovoce, mentre osservava il volto del suo amico passare dallo scocciato al preoccupato nel giro di qualche secondo.

"Papà, che succede?" rispose alla telefonata il ragazzo, pensando subito che si fosse ubriacato e gli fosse capitato qualcosa.

"Guarda te se mo...".

Mecenate non fece in tempo a finire di dire la cattiveria che aveva sulla punta della lingua, interrotto dall'espressione di puro panico del suo amico. I muscoli gli si erano irrigiditi all'improvviso, lasciandolo come pietrificato in mezzo alla stanza. La mano libera era stretta a pugno e tremava leggermente, le nocche bianche per la forza del gesto. Quegli occhi glaciali sempre attenti e inquisitori erano sbarrati e persi nel vuoto, come se cercassero qualcosa all'interno della sua mente. Dalla bocca semiaperta non usciva una parola, nemmeno un semplice suono. Il suo respiro si era fatto affannato e il petto si muoveva su e giù troppo velocemente.

Il biondino guardò Orazio allarmato e, sentendo che Figulo chiamava ripetutamente suo figlio con voce alterata dall'altra parte della linea, si fece avanti per strappargli il telefono di mano e prendere il controllo della situazione.

"Figulo, sono Mecenate: che cosa è successo?".

"Buongiorno Mecenate".  La sua voce era fredda e distaccata come sempre, ma parlava come se andasse di fretta e la reazione di Virgilio lo stesse importunando. "Dovete tornare subito a Roma".

"Ma che cosa è successo?" insistette il ragazzo sforzandosi di non alzare troppo la voce per l'agitazione.

Il ragazzone si avvicinò timidamente a Virgilio e provò a scuoterlo un po' per farlo riprendere, ma niente: era paralizzato dal terrore e qualche lacrima si stava facendo strada lungo le sue guance. Lo abbracciò, non sapendo che altro fare e lanciò uno sguardo molto eloquente a Mecenate. Fatte di' che cazzo è successo, porca puttana!

"Marzia ha avuto un infarto, di nuovo. La stanno portando al Gemelli proprio adesso. Dovete tornare a Roma immediatamente".

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