Capitolo XIX
"Ma quinni sei vivo?" domandò ironico Mecenate osservando Properzio venirgli incontro con la coda tra le gambe.
"Nun me rompe er cazzo che nun è aria, eh", rispose seccato appoggiandosi al muro, "Gli altri?".
"Orazio l'ha fermato a parla' Pitagora perché ha preso 2 ar compito sulle derivate. Virgilio nun è propio venuto oggi".
"Ma com'è? Sta male?" chiese l'altro aggrottando le sopracciglia, visto che il loro amico era in grado di venire a scuola anche con la febbre a quaranta.
"Lunga storia: te basta sape' che forse è 'a vorta bona che ha scopato" concluse il ragazzo restando sul vago, ma tirando fuori uno dei suoi sorrisi sornioni.
Giusto la sera prima, infatti, Virgilio aveva mandato un messaggio dicendogli che sarebbe rimasto a dormire da Dante e che, quindi, con ogni probabilità non avrebbe fatto in tempo a ritornare a Roma per l'inizio delle lezioni. I suoi amici, ovviamente, avevano accolto la notizia con un certo entusiasmo e non vedevano l'ora di sapere com'era andata. Mecenate un po' lo invidiava, con quel suo fiorentino che andava a trovare nei fine settimana e quei sorrisetti da ebete che tirava fuori inconsapevolmente ogni volta che riceveva un suo messaggio, ma si ripeteva che anche lui avrebbe vissuto qualcosa del genere, prima o poi.
"Ch'hanno aperto 'e gabbie?" commentò sarcastico Orazio, sbucando dalla porta della sua aula, non appena vide Properzio.
"Ma che c'avete tutti, aoh!" esclamò infastidito il ragazzo alzando gli occhi al cielo.
"C'avemo che sei sparito pe' settimane, scemo", spiegò Mecenate, "Ma 'n cazzo de messaggio nun se usa?".
"E che ce posso fa'? I genitori de Cinzia so' stati fori 'n po' e le ho fatto compagnia" si giustificò l'altro.
"Immagino che compagnia! Te scocciava propio scallalle er letto, eh!" ammiccò Orazio.
"Statte bono che se semo mollati".
"E com'è?" chiesero in coro i due, scambiandosi un'occhiata sbigottita non appena realizzarono di aver parlato all'unisono.
"M'ha messo 'e corna co' uno der seconno. Der seconno, ve rennete conto!" esclamò Properzio diventando improvvisamente scuro in volto.
"Me dispiace, bro", disse Orazio, "Però ora 'namo che s'è fatta 'na certa e io vorrei magna' e mettemme er pigiama".
Mecenate lo fulminò con lo sguardo per quella mancanza di tatto, ma d'altronde le rotture di quei due erano come le stelle comete: lasciavano sempre il tempo che trovavano.
Non fecero in tempo ad uscire dai cancelli che videro un ragazzino con uno strano berretto rosso che si guardava in giro con aria persa. Sembrava che cercasse qualcuno e si sforzava di stare sulle punte delle vecchie scarpe da tennis per scrutare meglio quella folla di adolescenti.
"Ma quello è Dante?" chiese conferma Mecenate guardando Orazio.
Il suo amico annuì e fece cenno con la testa di andare a dare un'occhiata al forestiero, di cui avevano sentito declamare le nobili virtù nelle ultime settimane.
"Ma chi è mo questo?" domandò sottovoce Properzio sinceramente interessato.
"Storia lunga, poi te dico" lo sbolognò Mecenate, che non aveva né il tempo né la voglia di riassumere al ragazzo gli eventi che si era perso.
Non appena li vide camminare verso di lui, compatti come degli opliti in formazione, Dante si tranquillizzò un po': Virgilio gli aveva mostrato giusto il giorno prima alcune foto della loro vacanza in Sabina e sapeva perfettamente chi fossero quelle tre facce da schiaffi. Leggermente imbarazzato dalla situazione, il ragazzino andò loro incontro ed esordì: "Ciao. Cercavo Virgilio: sapete dirmi dove posso trovarlo?".
"Beh, noi credevamo che stesse co' te" rispose Orazio preso alla sprovvista da quella domanda.
"Perché lo credevamo?" sussurrò Properzio confuso prima di essere messo a tacere da una gomitata.
"E perché mai?" fece Dante.
"Nun è rimasto a dormi' da te l'altra notte?" si intromise Mecenate cominciando a preoccuparsi.
"Ehm, no" arrossì il fiorentino abbassando lo sguardo.
"Come no? Allora perché quer deficiente nun risponne ar cellulare?".
"Non lo so. Sono solo venuto per restituirgli la felpa che mi ha prestato ieri: se l'è scordata" si giustificò il ragazzino terribilmente a disagio.
"Quello scemo c'ha detto 'na cazzata quinni", concluse Orazio stranito, "Mo do' cazzo se sarà cacciato!".
"Chiamemo Marzia, no?" propose Properzio.
"Sì, certo, così se nun lo sa manco lei è 'a vorta bona che glie vie' pe' davero 'n infarto!", si oppose fortemente l'altro, "Ma nun t'ha detto niente ieri?".
"No, assolutamente niente, altrimenti non sarei venuto qui" rispose Dante sentendosi come sui carboni ardenti.
Mecenate notò l'espressione spaventata che si era dipinta sull'innamorato del suo migliore amico e, sapendo fin troppo bene grazie agli sproloqui di Virgilio che il ragazzino si impauriva per qualsiasi cosa, gli mise una mano sulla spalla con fare amichevole.
"Nun te preoccupa', mo lo trovamo noi: quanno ce se mettemo semo peggio d''a Gestapo" lo rassicurò sfoderando uno dei suoi sorrisi falsi.
Dante sembrò tranquillizzarsi e i muscoli del collo, prima tesissimi, si rilassarono, ma nei suoi occhi brillava una luce inquieta.
"Do' cazzo può sta' mo esso? 'st'infame: sparisce senza dicce niente!" si domando Orazio.
"Ma che cazzo ne so io! Potrebbe esse' ito a fasse 'n giro ar Gianicolo come a Ponte Milvio" contestò l'altro.
"Raga, ma che giorno è oggi?" chiese Properzio come uscendo da un lungo sonno.
"25 febbraio" rispose Mecenate seccato da quella domanda decisamente fuori luogo, visto che il loro migliore amico al momento era dato per disperso.
"Il realtà è il 26" lo corresse il fiorentino.
"Sicuro?" commentò Orazio.
"Direi proprio di sì, guarda" fece l'altro mostrando lo schermo del cellulare.
I tre romani fissarono per un attimo il telefono e poi si scambiarono degli sguardi d'intesa: sapevano perfettamente dove si trovava Virgilio.
"Tutt'apposto: sta a casa" spiegò Orazio osservando il volto perplesso del fiorentino.
"Sicuri? Perché prima ho chiamato e non c'era nessuno" obiettò il ragazzino.
"Sicuri: fa sempre così perché se vergogna" spiegò Mecenate tradendo una punta di disapprovazione nella voce.
"Ma di cosa?".
"De facce vede' che ce soffre, come se noi nun lo sapessimo poi!" commentò Properzio alzando gli occhi al cielo.
"Scusate, ma non ho la minima idea di che cosa voi stiate parlando" ammise Dante non senza sentirsi in difetto.
"Ma come, nun te l'ha detto?" lo interrogò alquanto sorpreso Orazio.
"Ovvio che nun gliel'ha detto: a malapena ne parla co' noi!" rispose al suo posto Mecenate con aria di rimprovero.
"Leva er malapena: co' noi nun ne parla propio" intervenne Properzio.
"Non mi ha detto cosa?" chiese Dante cominciando a spazientirsi.
"Oggi è l'anniversario della morte de su' madre".
Il ragazzino sgranò gli occhi e fece un passo indietro, restando con la bocca semiaperta. Guardò dapprima il volto apparentemente placido di Mecenate, poi l'espressione vacua di Properzio e infine Orazio, che aveva dato quel responso con estrema naturalezza, come se fosse stata la cosa più ovvia di questo mondo.
"Sua madre è morta?" riuscì a dire quasi farfugliando il fiorentino.
"Sìne" rispose laconico Mecenate.
"Ma quando? Come?".
"Leucemia. Virgilio c'aveva otto anni. C'ha combattuto pe' 'n pezzo e pareva che stesse 'n po' meglio, ma alla fine niente, se l'è portata via" raccontò Orazio tenendo lo sguardo fisso in un punto poco sopra il berretto rosso, non trovando la forza di parlare guardandolo dritto in faccia.
"Io non ne sapevo assolutamente niente. In realtà non so praticamente niente della sua famiglia, tranne che sua nonna si chiama Marzia e a quanto pare è fantastica" si giustificò per l'ennesima volta Dante, che avvertiva come un peso nel cuore.
"Beh, quanno se la sentirà te dirà lui gli impicci che c'ha a casa", disse Mecenate, "Mo noi passamo a prenne' er gelato e 'namo da lui, lo famo tutti l'anni pe' fallo senti' meno de merda. Te la senti de veni' o...".
"Sì, vengo. Assolutamente" lo interruppe il fiorentino quasi offeso dal solo fatto che avesse veramente pensato che si sarebbe tirato indietro.
"Va be', allora 'namo" concluse Orazio indicando al ragazzino la via verso il supermercato.
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