Capitolo XIV
Dante e Virgilio se ne stavano seduti al loro tavolo in un piccolo bar del centro: erano l'uno di fronte all'altro, con i piedi che si toccavano di tanto in tanto e gli sguardi che cercavano di non incontrarsi. Fuori non faceva poi così freddo per una passeggiata, ma il calore delle loro cioccolate calde e l'atmosfera un po' vintage e un po' intimistica che si respirava in quel posto li aveva convinti a restare lì per un po'.
Virgilio era molto agitato: non erano mai stati così soli e lontani da ogni possibile occhio indiscreto ed era la prima volta che usciva con qualcuno che gli piacesse così tanto. Aveva passato la notte in bianco e nella sua mente aveva scritto e riscritto ogni singola battuta, ogni minimo gesto, il tutto affinché non risultasse palese quanto quel ragazzino gettasse confusione nel suo animo. Fortunatamente, era abbastanza bravo a sembrare tranquillo quando non lo era affatto, perciò appariva sereno e a proprio agio in quel posto sconosciuto e con Dante che lo guardava con una strana luce negli occhi.
Non stava più con Gemma, questo glielo aveva ripetuto non appena lo aveva visto sulla banchina, tutto imbacuccato e con i capelli tagliati corti (Mecenate alla fine aveva avuto la meglio) che sbucavano timidamente dal cappello: Gemma era molto dolce, molto simpatica, molto carina e tutto il resto, ma Dante non la amava come avrebbe dovuto e aveva preferito chiudere la loro storia prima che le cose andassero troppo avanti. La ragazza non l'aveva presa affatto bene, ma confidava che le sarebbe passata molto presto, visto che erano stati insieme solo per poche settimane.
Il fatto che glielo avesse ricordato subito fece pensare a Virgilio che, forse, quel ragazzino volesse spianargli la strada per una dichiarazione o qualcos'altro: nella sua testa riecheggiava la voce beffarda di Orazio che ripeteva "Dichiarate, limonate e stamo pace!"; tuttavia, lui era una persona razionale, che si basava sulle certezze, e lui in quel momento non ne aveva nemmeno una.
"Sono felice che tu mi abbia chiamato", esordì Dante dopo aver pulito per bene col cucchiaino la sua tazza, "Vorrei farti leggere una cosa che ho scritto".
Tirò fuori dal suo zaino un quadernino con la copertina di cuoio dall'aspetto vissuto e lo allungò al suo interlocutore.
"Che è?" chiese Virgilio sfogliandolo con particolare attenzione.
"Un poema, ci sto lavorando da un po' in realtà", continuò l'altro, "L'idea è quella di raccontare un viaggio nei tre regni dell'aldilà, ma non so bene se la forma sia adatta al contenuto. All'inizio ho provato con la prosa, ma mi sembrava molto sciatta come cosa; poi ho letto la tua Eneide e ho capito che la poesia faceva al caso mio".
Il ragazzo aprì quel taccuino alla prima pagina e cominciò a leggere quella grafia così minuta e ordinata, quasi da amanuense. Divorò ogni singola parola per strofe e strofe, stupendosi della bravura di quel ragazzino nel comporre versi tanto fluidi e musicali, ma allo stesso tempo così crudi e terrificanti nel loro contenuto. Non passò molto tempo, in effetti solo poche terzine, prima di scoprire, non senza un certo imbarazzo, che anche lui era in quell'opera: era il suo maestro, la sua guida, la Ragione che illuminava il suo cammino nelle tenebre della dannazione eterna.
Si sentì incredibilmente onorato e in soggezione nel ricoprire un ruolo così importante in quel poema, ma mai si sentì tanto in difficoltà come quando lesse che loro due varcavano la soglia dell'Inferno tenendosi per mano: Virgilio si sentì improvvisamente le guance in fiamme e pregò qualsiasi divinità gli venisse in mente di non arrossire, visto che Dante sbirciava dall'altra parte del tavolo e sapeva bene a che punto fosse arrivato nella lettura.
Non senza un certo sforzo, il ragazzo mantenne il suo solito contegno e proseguì, ma le cose non facevano altro che peggiorare: Dante arrossiva e abbassava lo sguardo in continuazione, lui stesso appariva sempre così premuroso nei suoi confronti e lo chiamava dolce guida.
"Non è ancora finito, ovviamente. Questi sono solo i primi canti", spiegò il ragazzino riprendendosi il quaderno, "Che cosa ne pensi? Credi sia salvabile?".
"Salvabile? Dante, è meraviglioso", rispose Virgilio con entusiasmo, "Er modo 'n cui crei le rime è qualcosa de straordinario: è tutto così melodioso e scorrevole, però se vede che c'hai lavorato molto. E le similitudini! Come te vengono 'n mente delle cose der genere? So' immagini così chiare e precise, così espressive!".
Dante arrossì e abbassò lo sguardo per davvero, cominciando a giocare nervosamente con la manica della felpa.
"Quindi dovrei continuare?".
"Ma vuoi scherza'? Assolutamente sì!".
Virgilio si era volontariamente dimenticato di aggiungere che avrebbe voluto sapere come si sarebbero evolute le cose tra i loro personaggi: era piuttosto evidente che quel ragazzino provasse qualcosa per lui, anche se magari in maniera diversa da quello che lui stesso provava nei suoi confronti, e voleva assolutamente capire quale fosse la natura di questi sentimenti. Di dichiararsi, ovviamente, non se ne parlava proprio, ma magari avrebbe potuto spingerlo a sbilanciarsi un po' di più.
"Ma perché proprio io?" gli domandò sforzandosi di guardarlo dritto in quegli occhi castani in cui aveva paura di perdersi.
"Non te lo posso dire" si tradì l'altro.
I loro piedi si toccarono inavvertitamente sotto al tavolo e tra le loro mani c'era uno spazio infinitesimale, tanto che sarebbe bastato un piccolo movimento, anche involontario, affinché si sfiorassero.
"Ma perché?".
Dante sospirò come se stesse sopportando una grande fatica, ma continuò a sostenere lo sguardo indagatore di quelle iridi azzurre e glaciali. Fece per aprire bocca, eppure cambiò subito idea e serrò le labbra, come se non avesse voluto rischiare di far uscire il suo segreto.
Quel silenzio, quell'attesa stavano logorando Virgilio: si sentiva i nervi a fior di pelle e il cuore batteva forte nel suo petto, risuonandogli nelle orecchie. Quel ragazzino provava qualcosa per lui e quel qualcosa era la stessa forza divina che aveva preso possesso del suo corpo e della sua mente nelle ultime settimane: ora lo vedeva chiaramente dal modo in cui le sue guance era diventate così rosee e i suoi occhi sembravano volerlo mangiare.
Virgilio raccolse tutto il suo coraggio e lo fece: allungò il suo braccio quanto bastava affinché le loro mani si toccassero.
"Dante, perché io?" chiese di nuovo, ma stavolta la voce era rotta per la tensione.
Non aveva la minima idea di come avrebbe potuto reagire Dante, ma di certo non avrebbe mai previsto quello che successe un istante dopo.
Con una velocità ed una grazia quasi divina, il ragazzino si alzò sulle braccia e si fiondò sulla bocca di Virgilio, dandogli un leggero e fugace bacio a stampo.
Il ragazzo si sentì improvvisamente catapultato in un'altra dimensione, inebriato dalla sensazione e dalla sorpresa delle labbra del suo amato sulle sue. Rimase fermo, come incantato da quanto era appena successo così velocemente che, magari, se lo era solo immaginato e Dante doveva ancora dargli la sua risposta.
"Mi dispiace, scusami" farfugliò il ragazzino prendendo di corsa le sue cose e fuggendo via.
Ma Virgilio non aveva la minima intenzione di lasciarlo andare via così: senza nemmeno pensarci due volte, prese a rincorrerlo facendosi strada tra gli altri tavoli del locale.
"Dante, aspe'!" gli gridò prendendolo per un braccio e costringendolo a voltarsi.
Solo allora si accorse che i suoi occhi si erano velati di lacrime ed erano pieni di disperazione: non aveva capito nulla di quanto era successo.
"Che cosa c'è?" gli domandò Dante cercando di non piangere.
I loro sguardi si incrociarono e non riuscirono più a staccarsi, come due calamite che si attraggono e si rifiutano di separarsi.
Virgilio prese delicatamente quel volto tra le mani e baciò di nuovo quelle labbra pallide, ma stavolta assaporò per bene quel sapore di cioccolato e tabacco del ragazzino più stupido e straordinario che avesse mai incontrato.
All'inizio Dante sgranò gli occhi per la sorpresa, non capacitandosi di quanto stesse accadendo, ma poi li richiuse e si lasciò andare a quella sensazione di serafico piacere che stava percorrendo come elettricità tutto il suo corpo.
"C'è che me piaci da 'mpazzi, Dante" gli rispose alla fine Virgilio staccandosi per un istante da lui.
Ma Dante non gli permise di allontanarsi da lui troppo a lungo e lo mise a tacere reclamando di nuovo le sue labbra con un bacio.
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