Capitolo XI
Senza nemmeno rendersene conto, il Circolo ricominciò la solita routine scolastica, scandita dai caffè alle macchinette, il freddo mattutino e, ovviamente, le notti passate a tradurre. Anno nuovo vita nuova, questo si erano riproposti tutti e tre, ma le vecchie abitudini erano dure a morire e puntualmente si riducevano all'ultimo con lo studio. Tutti i venerdì continuavano ad andare da Virgilio e avevano preso l'insolita consuetudine di fare insieme i compiti piuttosto che giocare alla Play: lo spettro della maturità, infatti, era sempre più incombente e nessuno aveva la minima idea di rischiare di essere bocciato per una materia sotto. Ma la scuola era lungi dall'essere il loro unico problema.
Da quando Mecenate aveva lasciato quel bar alla fine di dicembre, Augusto aveva cominciato a chiamarlo un giorno sì e un giorno no per convincerlo a cambiare idea. Doveva essere ragionevole, gli diceva, e smettere di preoccuparsi troppo: aveva proprio la stoffa da giornalista, anzi da redattore, e già lo vedeva Ministro della cultura quando sarebbero saliti al governo!
"Forse nun hai capito", gli rispondeva seccato Mecenate, "Io nun lo voglio fa' perché nun la pensiamo allo stesso modo!".
Augusto non capiva, o forse fingeva di non capire, a che cosa si riferisse il ragazzo ed insisteva imperterrito a telefonargli finché, ormai stufo della situazione, Mecenate smise di rispondergli. Il raffreddamento dei loro rapporti non era passato inosservato e, alla riapertura delle scuole, tutti quanti erano a conoscenza di quello che qualcuno, molto probabilmente Catullo, aveva chiamato il divorzio di Augusto e Mecenate. Come la notizia si fosse diffusa nessuno lo sapeva, ma Mecenate comprendeva fin troppo bene perché fosse sulla bocca di tutti: Augusto era fortemente ammirato e rispettato e sembrava strano che qualcuno avesse liberamente scelto di allontanarsi dalla sua aura di popolarità.
E fu proprio smettendo di apparire al suo fianco che il ragazzo capì quanto l'influenza di Augusto rimpregnasse la sua vita: erano sempre stati gentili con lui, anche se dietro versavano litri di veleno, così come lui lo era con loro, ma improvvisamente alcuni smisero di salutarlo e qualcuno ebbe perfino il coraggio di scrivere nei bagni della palestra Mecenate frocio traditore. Ma lui non se ne curava più di tanto, piuttosto iniziò a preoccuparsi quando i suoi scrittori fissi smisero di inviargli i loro pezzi per il giornalino scolastico: le scuse erano sempre le solite - la maturità, i troppi compiti, qualche imprevisto - ma lui sapeva perfettamente che il vero motivo era che Augusto, con ogni probabilità, non leggeva più il giornalino e quegli opportunisti non avevano più la visibilità di un tempo.
"A chi devo mena'?" gli domandò una volta Orazio vedendolo più triste del solito.
"Nessuno, Ora'" rispose sconfortato l'altro salvando la bozza semivuota del numero di fine gennaio.
"Tu dimmelo e corco qualcuno: basta 'na parola".
"Apprezzo er pensiero, ma nun credo che servirebbe a qualcosa".
"Se vuoi potemo scrive' noi i pezzi che te servono" propose Virgilio, anche se l'idea di pubblicare di nuovo qualcosa non lo faceva impazzire di gioia.
"Se, va be', te che fai legge' le cose tue! Ciao core!" commentò sarcastico Orazio.
"Se l'andazzo è questo er giornalino rischia de chiude': che volemo fa'?" lo rimise al suo posto l'altro.
"Se me scriveste i pezzi pe' er numero de metà febbraio me fareste 'n piacere: tanto me manneranno 'ca cosa Saffo e Ovidio, forse Catullo" disse Mecenate sconfortato.
"E te li scrivemo noi i pezzi, nun te preoccupa'" lo rassicurò Orazio, ma lanciò uno sguardo preoccupato all'altro.
Anche Virgilio in quelle settimane stava vivendo un periodo complicato e il motivo di tutti i suoi casini era quel Dante. All'inizio era stato tentato dal non inviargli la sua Eneide: non era pronta, non era assolutamente pronta per essere letta, ma sentiva che c'era qualcosa che andava cambiato e non sapeva bene cosa, perciò un secondo parere gli sarebbe stato utile.
Inviò, quindi, le foto dei suoi carteggi disordinati a quel ragazzino e aspettò con impazienza una sua risposta: passarono i giorni, passarono le settimane, ma Dante taceva. Virgilio cominciò a farsi mille paranoie e a rimproverarsi per essere stato così sciocco: se proprio voleva un'opinione esterna, perché non l'aveva chiesta a Mecenate o a Orazio? E poi pensava a quella testolina nera in continuazione: notte e giorno, durante le lezioni di matematica, perfino mentre aiutava sua nonna in cucina e, anche se si odiava per questo, quando ascoltava pazientemente gli sfoghi dei suoi amici.
"Ma che te prende, piccole'?" gli chiese sua nonna senza smettere di friggere.
"Niente, no'" le rispose Virgilio continuando a tagliare le patate da buttare nell'olio.
"Problemi a scola?" provò ad indovinare Marzia.
"No, tranquilla".
"Allora problemi de core".
"Lassa perde, no'" si chiuse a riccio lui.
"Ma è pe' tu' padre?".
"Pe' 'na volta che nun c'entra!" esclamò Virgilio.
"Qualunque cosa sia 'sto niente, c''o sai che puoi sempre parla' co' nonna tua, sì?" si assicurò lei con voce rassicurante.
"Tranquilla, no'" disse il nipote sospirando.
Alla fine, dopo quasi un mese, Dante rispose: l'Eneide era un capolavoro, l'aveva riletta tre o quattro volte tanto gli era piaciuta e il finale, così commovente e crudo allo stesso tempo, lo aveva addirittura fatto piangere! Virgilio si sentì incredibilmente sollevato nel leggere quella lode che occupava più di un messaggio e le cose andarono ancora meglio quando fecero addirittura una videochiamata per poterne parlare più approfonditamente.
E fu nel vederlo per la terza volta, con quel cappellino rosso fuoco e il sorriso più bello del mondo, che il ragazzo comprese di essersi innamorato di lui, anche se nemmeno lo conosceva bene.
Nemmeno Orazio era esente dai tormenti amorosi, ma la sua situazione era decisamente più disperata: aveva perso la testa per Pirra e, non importava che cosa la logica gli imponesse di fare, lui voleva vederla sempre. Era riuscito ad ottenere grazie a Catullo il suo nickname sui social e aveva scoperto dove andava all'università: non appena aveva avuto un minuto libero, quindi, si aggirava nel quartiere universitario e prendeva "casualmente" il caffè al bar di fronte alla facoltà di Pedagogia.
"Questo è stalking" lo ammonì serio Mecenate.
"Ma manco 'a seguo!" si difese Orazio.
"Ce manca solo quello, guarda!" esclamò Virgilio, che soleva accompagnarlo in tali pellegrinaggi per assicurarsi che non commettesse qualche reato.
Orazio si svegliava e pensava a Pirra, andava a letto e la sognava, bastava che una chioma bionda sbucasse in mezzo alla folla che il suo cuore batteva all'impazzata, credendo che quella testolina fosse la sua, anche se non lo era mai. E poi c'era il problema del suo ragazzo, un bruto che, probabilmente, lo avrebbe pestato a sangue se avesse saputo come Pirra accendesse al tempo stesso i suoi sentimenti più elevati e i suoi istinti più volgari.
In tutto questo, nessuno aveva la più pallida idea di come stesse Properzio, se era vivo, se era morto, se Cinzia lo avesse mollato di nuovo o se si stessero dando alla pazza gioia. Di certo a scuola non lo vedevano mai, visto che stava in un'altra sezione, se non una volta che lo avvistarono di sfuggita intrufolarsi nello sgabuzzino dei bidelli. Il telefono sempre spento, a casa non c'era mai: se non avessero saputo che di solito, quando era così, Properzio se la spassava tra baci, erba e pratiche sessuali sadomaso, i tre si sarebbero preoccupati di certo.
L'anno era cominciato, quindi, con un sapore dolceamaro per il Circolo, ma ancora non sapevano ancora quali piani il Fato stesse preparando per loro: e tutto ebbe inizio due giorni prima di San Valentino.
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