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Capitolo XC

Non poteva essere vero. Non poteva proprio esserlo. Sì, era un sogno, un orribile e atroce sogno incredibilmente lungo. Si sarebbe svegliato, prima o poi, e sarebbe andato al Labaro a giocare a carte con sua nonna. Si sarebbe svegliato lontano da quelle pareti bianche e dalla puzza di ammoniaca. Sì, si sarebbe svegliato. Sì, era tutto un sogno. O meglio un incubo.

"To', magna" gli fece Orazio lanciandogli un pacchetto di Oreo appena tirato fuori dal distributore.

"Nun c'ho fame" disse Virgilio con aria disgustata.

"Nun me ne può frega' de meno: nun magni roba solida da tre giorni", si impose il suo migliore amico mettendogli un biscotto sotto al naso, "Fa caldo e stai ancora sotto shock: se nun magni, crolli pe' terra e so' cazzi".

"Sei 'na vera rottura de cojoni" borbottò prima di addentare l'Oreo.

"C''o so" sorrise con una certa soddisfazione il ragazzone.

"Grazie".

"Figurate".

C'erano solo loro due in quel corridoio asettico, seduti su delle sedie di metallo decisamente scomode. Virgilio non avrebbe saputo spiegare perché si trovasse lì. Certo, suo padre era in ospedale, ma non si parlavano da mesi e aveva appena seppellito sua nonna. Che diamine ci faceva lì, solo con Orazio, mentre Marco era andato a chiedere informazioni su Figulo?

Sarebbe potuto rimanere con gli altri al ricevimento - così le vecchiette della parrocchia avevano chiamato il buffet organizzato in onore di Marzia. Sarebbe potuto restare con Dante e piangere sua nonna ancora per un po', accennando un sorriso amaro mentre ascoltava gli altri invitati parlare di lei.

E lui era anche arrabbiato con suo padre, quindi perché era lì? Perché aveva deciso liberamente di salire in macchina con quei due e andare da Figulo? Non aveva trovato una risposta logica, ma sentiva di dover essere lì.

"Sta a torna'" lo risvegliò dai suoi pensieri Orazio.

Virgilio sollevò lo sguardo e vide Marco venire verso di loro, accompagnato da una donna in camice bianco. Si alzò in piedi e si ripulì la bocca sul braccio.

"Lui è il figlio" disse il padre del suo migliore amico indicandolo.

"Suo padre starà bene, signor Marone", incominciò a blaterare la dottoressa con un sorriso standard da medico, "Ha sfiorato il coma etilico e le transaminasi sono decisamente fuori dalla norma. I valori epatici sono a livelli critici".

"Beve molto, è quasi sempre ubriaco" commentò con voce apatica, credendo di dover giustificare quel quadro clinico disastroso.

La donna assunse quell'espressione a metà tra la disapprovazione e la commiserazione che si dipingeva su chiunque scoprisse della dipendenza di suo padre. Non aveva mai capito se fossero dispiaciuti per Figulo, che si era rovinato con l'alcol, o per lui, che aveva dovuto conviverci.

"In ogni caso", proseguì con un freddo entusiasmo, "Gli abbiamo fatto una lavanda gastrica e gli stiamo somministrando liquidi tramite flebo. Quando lo hanno portato qui, era semicosciente e in evidente stato confusionale. Parlava di una certa Magia - o Marzia, non siamo riusciti a comprendere bene il nome - e di lei. In realtà, ha chiesto di lei anche quando si è risvegliato".

Aveva chiesto di lui, ancora non poteva crederci. Si era sorpreso quando era stato Marco a dirglielo, ma ora non sapeva come si sentiva. Ce l'aveva con lui - questo sì - ma non poteva fare a meno di compatirlo. E, in fondo, anche se non l'avrebbe mai ammesso a se stesso, era commosso dal fatto che avesse pensato proprio a lui.

"Vuole vederti. Lei vuole?" gli chiese alla fine.

Non si parlavano da settimane. Gli aveva fatto passare le pene dell'Inferno. Lo aveva picchiato. Gli aveva detto cose che nessun figlio dovrebbe mai sentirsi dire da un genitore. Non lo aveva cercato per tutto quel tempo. Non si era minimamente interessato a lui.

Eppure voleva vederlo. Voleva guardarlo dritto negli occhi e affrontarlo una volta per tutte. Senza piangere, senza urlare. Freddo e distaccato, ustionandolo con la sua rabbia e il suo odio. Perché era stato un padre terribile e aveva preferito ubriacarsi fino a rischiarci la pelle piuttosto che andare al funerale. Era stato per l'ennesima volta un egoista e lo disprezzava profondamente per questo.

Non appena, però, entrò nella stanza, qualcosa scattò nella sua testa. Era come se qualcuno gli avesse gettato addosso un secchio d'acqua gelida, facendolo rinsavire. Perché gli bastò un solo sguardo per scoprire, inaspettatamente e irragionevolmente, che Marzia aveva sempre avuto ragione sul suo conto.

Sembrava essere invecchiato di vent'anni, con quei capelli grigi e le rughe sulla fronte. Aveva perso molto peso, ma aveva la pancia gonfia e le guance piene.

Ogni cosa in lui trasudava disperazione: il modo in cui le braccia erano abbandonate lungo i fianchi, le occhiaie scure sotto agli occhi, la linea all'ingiù delle labbra.

"Virgilio" lo sentì mormorare con voce spezzata.

Il ragazzo si bloccò ai piedi del letto. Era la prima volta che lo chiamava in quel modo, che lo chiamava con il nome che sua madre aveva scelto per lui.

"Virgilio, ti prego, vieni qui".

Il suo corpo si mosse in maniera quasi meccanica, senza che lo volesse sul serio. La sua mente era attraversata da così tanti pensieri da essere vuota, lasciandolo alla mercé del suo istinto.

Si sedette sull'orlo del letto senza proferire una parola, ma non faceva altro che studiarlo. Da quando non era aggressivo? Da quando non gli ordinava qualcosa? Da quando aveva quella smorfia gentile e triste? Da quando assomigliava al Figulo sofferente che sua nonna aveva sempre difeso? Era cambiato in quelle settimane o era stato lui a trasformarsi?

Suo padre sollevò lentamente una mano. Virgilio schizzò in piedi con una velocità disarmante. Era stato un riflesso, una risposta involontaria del suo corpo, programmata dalla sua psiche per difendersi da quell'uomo. E fu proprio quel riflesso, che lui stesso aveva causato, a farlo crollare.

"Mi dispiace, Virgilio", cominciò a piangere con due occhi terrorizzati e pieni d'angoscia, "Mi dispiace. Mi dispiace. Mi dispiace tanto".

"Ah, ora ti dispiace? Sur serio?" gli domandò Virgilio con voce cattiva.

"So di essere stato un padre orribile, Virgilio, e mi dispiace. Mi dispiace sul serio", riprese Figulo, "Mi dispiace. Ti prego, siediti. Fammi spiegare".

"Perché dovrei ascoltarti? Nun c'è nulla che tu possa dire che giustifichi quello che m'hai fatto!" esclamò l'altro arrabbiato.

"Nulla potrà cancellare o giustificare il dolore che ti ho causato", ammise suo padre mangiandosi le parole per il pianto, "Ma, ti prego, ascoltami! Ti prego, ti supplico: dammi la possibilità di...".

"Di cosa, pa'? Di cosa?" lo schernì suo figlio guardandolo truce.

"Non fissarmi così, Virgilio. Per favore, non farlo" lo supplicò.

Il ragazzo rimase in silenzio, con le braccia incrociate sul petto e un fuoco minaccioso che lo consumava da dentro. Lo stava odiando e disprezzando come mai prima. Davvero pensava di impietosirlo, con tutta quella storia del coma etilico e del pentimento? Davvero credeva che un mi dispiace avrebbe risolto ogni cosa?

"Perché? Perché nun dovrei farlo?" ruggì furioso.

Figulo esitò per un istante prima di rispondergli, pronunciando quelle parole con una sofferenza devastante.

"Perché hai gli occhi di tua madre".

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