Capitolo LXXXVIII
Marzia è morta, tesoro. Marzia è morta.
Sentirselo dire ad alta voce ebbe uno strano effetto su di lui. Sapeva che sarebbe accaduto prima o poi. Più prima che poi, considerate le condizioni in cui si trovava da settimane.
Aveva capito che era già tutto passato. Aveva intuito che sua nonna ormai gli sorrideva solo nei suoi ricordi. Ma forse era meglio così, almeno aveva smesso di soffrire.
Eppure, per quanto i suoi pensieri fossero così razionali e concreti, ogni cosa attorno a lui sembrava così vaga e inconsistente, come se stesse sognando o fosse stato completamente ubriaco.
Vedeva, ma non sul serio. Le figure erano come fantasmi che si affacciavano alla sua vista, senza dargli il tempo di registrarli davvero.
Udiva le voci e i rumori attorno a lui, ma erano lontani, come se provenissero da un'altra dimensione, e giungevano ovattati alle sue orecchie.
I medici dicono che non ha sofferto, è stato come se si fosse addormentata.
Hanno provato a rianimarla, ma il suo cuore era troppo debole e non ce l'ha fatta.
Non era sola, c'era Figulo lì con lei.
Informazioni che gli scivolavano addosso, entravano da un orecchio e uscivano dall'altro, senza essere metabolizzate o apprese dal suo cervello. Perché erano solo parole inutili. In qualsiasi modo fosse accaduto, ciò non cambiava la realtà: Marzia era morta.
Era rimasto in silenzio per tutto il viaggio, schiacciato sui sedili posteriori tra Mecenate e Dante. Si era limitato a fissare la distesa d'asfalto davanti a lui e ad annuire di tanto in tanto, tentando di non incontrare lo sguardo di nessuno.
Stava rigido, con le gambe composte e le mani ferme sulle ginocchia, pietrificato in un'espressione di indescrivibile dolore. Avvertiva la timida presenza del suo ragazzo, che lo guardava con le lacrime agli occhi e aveva provato più di una volta a tenergli la mano.
Ma lui non voleva, non poteva sopportarlo: qualsiasi contatto non avrebbe fatto altro che ricordargli che era tutto reale. Non era un incubo, non era uno dei suoi film mentali. Era la morte che era apparsa nella sua vita per strappargli un pezzo della sua anima. Di nuovo.
La macchina varcò il cancello della clinica, facendo scricchiolare la ghiaia sotto le ruote. Superò il giardino e svoltò in una stradina secondaria, che conduceva alle camere mortuarie.
Ogni singola cosa di quel posto aveva in sé un alone di morte e desolazione. La schiera di casupole basse e anonime, intonacate di un bianco sporcato dagli anni. Il caldo opprimente e senza un filo di vento. Il profumo dei cipressi e del disinfettante. Il silenzio sacro e spettrale, che rendeva l'aria ancora più irrespirabile.
Virgilio percorse lentamente il viale, affiancato dal suo Dante e dalla rassicurante figura di Claudia, che non aveva smesso per un attimo di parlargli con dolcezza, sebbene le sue parole fossero tutt'altro che liete.
Tuo padre sta discutendo con i signori della ditta funebre, si sta preoccupando lui di queste cose.
Cilnia e Lucio stanno rientrando, saranno a Roma per stasera.
Marco è andato a comprarvi qualcosa da mangiare, immagino sarete affamati.
"Nun c'ho fame" riuscì a dire Virgilio, intravedendo Figulo dietro ad un macchinone nero.
Agitava le mani in modo quasi convulso, ma la sua espressione era fredda e quasi innaturale. Ma fu solo l'ennesima immagine che il ragazzo dimenticò dopo un attimo, troppo scosso per potersi davvero preoccupare per la sua presenza.
"La camera è questa", disse la donna indicando l'unica porta semiaperta, "Non l'hanno ancora sistemata, ma puoi vederla. Se te la senti, ovviamente".
"Sistemarla?" chiese Dante quasi sussurrando.
"Le ditte funebri sistemano li corpi prima de mettelli n''e bare", gli spiegò Mecenate con una tranquillità deprimente, "I cadaveri nun so' 'n bello spettacolo, quinni loro usano tipo dei trucchi pe' falli sembra' meno...".
"Meno morti" concluse al suo posto Orazio per tagliare il discorso.
Virgilio annuì per l'ennesima volta e, senza nemmeno domandare se qualcuno volesse fare altrettanto, varcò la soglia.
Il fresco della stanza gli pizzicò le guance, facendogli venire la pelle d'oca. Una luce bianca e fredda illuminava la penombra di quelle quattro pareti senza finestre. I suoi respiri divennero incredibilmente profondi e avvertì un'improvvisa ondata di tristezza.
Si sentiva come in un luogo al di fuori dello spazio e del tempo, tra il mondo dei vivi e quello dei morti, un limbo in cui la vita ricordava e celebrava la sua disfatta.
E lì la vide, stesa su una lastra di marmo. Rigida, con le braccia lungo i fianchi. La pelle tesa sulle ossa sporgenti, evidenziandone ogni spigolo. La morte le aveva già dipinto in volto il suo pallore eterno e le aveva spento i capelli.
Virgilio fece per avvicinarsi, ma qualcosa lo fermò, congelandolo in mezzo alla camera.
Non sembrava umana. Sembrava, piuttosto, una di quelle bambole di porcellana a grandezza naturale, con le loro pose innaturalmente statiche e gli occhi dipinti con colori vivaci.
Ma nessuno avrebbe più visto i suoi, di occhi. Quelle iridi azzurre come il ghiaccio polare, ma che riuscivano a trasmettere un amore e un calore che fondevano il cuore. Le stesse iridi che aveva avuto sua figlia e che aveva suo nipote, le stesse iridi in cui il ragazzo non si sarebbe più potuto specchiare.
Perché Marzia era morta. Non apparteneva più a questo mondo. Nessuna stanza avrebbe mai più risuonato della sua voce. I suoi lavori a maglia sarebbero rimasti incompiuti per sempre. Nessuno avrebbe più trovato un rifugio tra le sue braccia.
Virgilio non avrebbe più dovuto frenare la lingua davanti a lei, perché lei non avrebbe più potuto tirargli uno scappellotto. Virgilio non avrebbe più dovuto stare attento alle sue carte, perché lei non avrebbe più potuto barare. O ridere alle sue battute idiote. O ricordargli di passare in farmacia. O rimproverarlo perché non mangiava abbastanza.
Gli mancava l'aria, come se qualcuno lo stesse trattenendo con la testa sott'acqua. Tremava, non sapeva se per il freddo o se per il dolore che provava in ogni fibra del suo corpo.
Aveva perso sua madre una volta e ne era uscito devastato. E ora aveva perso sua nonna, la donna che gli aveva fatto da madre negli ultimi dieci anni. Aveva perso la persona che gli era stata madre e padre per più di metà della sua vita.
Anche se non avrebbe potuto provarlo, ebbe la certezza che un frammento della sua anima fosse morto con lei. Altrimenti non si sarebbe spiegata quell'atroce sensazione di vuoto, di assenza, come se gli avessero strappato via un pezzo di cuore.
Cadde a terra, in ginocchio, con le lacrime che gli solcavano le guance rosse. Si accorse di star piangendo solamente quando il pianto gli annebbiò la vista, impedendogli di contemplare quello spettacolo straziante di morte.
Un grido animale squarciò l'aria silenziosa, un suono gutturale e roco che faceva agghiacciare il sangue. Sofferente, come se qualcuno stesse torturando chi gli aveva dato voce. Disperato, come se ogni briciola di bontà e speranza fosse stata spazzata via dalla terra.
Virgilio non udì i passi veloci dei suoi amici risuonare sulle mattonelle e fermarsi al suo fianco. Ma avvertì le loro braccia che lo stringevano in una morsa soffocante e confortante. Le loro voci gli sussurravano qualcosa, ma non riusciva a comprendere il loro significato.
"Nonna è...".
Un nuovo singhiozzo gli frantumò le parole in gola, facendolo annaspare. La verità era così ripugnante e crudele che non aveva la forza di pronunciarla.
"Nonna è...".
Il peso di quella semplice frase gli gravava sul petto, gli toglieva il respiro, rinnovava il pianto sulle ciglia. L'abbraccio dei suoi amici si faceva sempre più forte, le loro lacrime si mischiavano alle sue in quella stretta, che gli ricordava che era tutto reale e che non era solo.
"Nonna è morta".
E, nel dire finalmente quelle parole, una nuova consapevolezza lo travolse, dandogli il colpo di grazia. Era rimasto orfano. Di nuovo.
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