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Capitolo LXXXVII

"Ad essere onesti, Mecenate, siamo rimasti piacevolmente sorpresi dal tuo tema" incominciò il professor Ennio allungandogli la sua prova.

Ora che aveva finito di parlare, il ragazzo si sentiva incredibilmente sollevato: certo, dargli come argomento l'omosessualità era stata un'altra scelta becera, ma aveva avuto molto da dire e, col senno di poi, sarebbe potuta andargli decisamente peggio.

"Ci eravamo aspettati un'analisi del testo, viste le tue capacità, eppure hai preferito affrontare la traccia d'attualità" riprese il suo insegnante.

La traccia d'attualità, un eufemismo per non nominare apertamente il tema del suo elaborato: la salute mentale. Certo, era stata una decisione azzardata, ma non gli era importato: con quella traccia d'attualità aveva davvero dato il meglio di sé.

"Per quello che vale, ora che è finito tutto", intervenne il professor Omero non senza un certo imbarazzo, "Vorremmo che tu sapessi che il modo in cui ti sei comportato con Nasone e Giovenale è stato davvero encomiabile. Hai dimostrato di essere una persona matura e...".

Mecenate ascoltò quel discorso trattenendo un disgustato sorriso di scherno: quante parole vuote e fini a se stesse! Non avevano la più pallida idea di come si fosse effettivamente comportato e, soprattutto, non potevano neppure immaginare quali fossero state le conseguenze di tutto l'odio che aveva subito in quei mesi.

Nemmeno lui ne era stato consapevole fino a quando Rachele non glielo aveva fatto notare, mostrandogli nitidamente i meccanismi di difesa - non sempre così sani - che aveva sviluppato per proteggersi.

"Grazie" fece alla fine di quelle chiacchiere inutili, tanto per dire qualcosa e non passare per maleducato.

"Potete andare, tutti quanti!", esclamò divertito il professor Eraclito, guardando gli altri ragazzi presenti in aula, "Siete liberi! Andate ad ubriacarvi o cose del genere!".

Quello che venne dopo accadde così velocemente che il biondino non ebbe il tempo di metabolizzare ogni cosa: le stretti di mano, i suoi amici che gridavano e saltavano di gioia, rischiando di cadere mentre correvano giù per le scale.

"Vaffanculo! De core! Vaffanculo!" urlò Orazio, attraversando l'atrio per l'ultima volta e sfoderando con una certa tracotanza i diti medi.

"Io c'ho fame. Ce annamo a pijia' 'n kebab?" propose Virgilio cingendo con un braccio la vita del suo amato.

"Ma annamosene ar Mc!", disse invece Catullo, "Ce sfondamo de alette de pollo e stamo pace!".

"Ora', ce sta tu' madre" gli fece notare Saffo.

Claudia se ne stava appoggiata al cofano della sua macchina mezza scassata, con le braccia conserte e una strana luce negli occhi.

"Com'è andata?" domandò con una freddezza per lei insolita.

Il suo sguardo si allacciò per un istante a quello di Virgilio, per poi soffermarsi su suo figlio. Quell'attimo fugace, però, bastò al ragazzo per rabbrividire, come se avesse percepito una presenza segreta e incombente in quella conversazione.

"Glie avemo rotto er culo!", esclamò Mecenate agitando un pugno in aria, "Hanno fatto 'n po' i paraculi, eh, ma sticazzi! Ce l'avemo fatta: se semo tolti er liceo dalle palle!".

Claudia sorrise forzatamente e la pelle si tirò sui suoi zigomi, dipingendole in volto una smorfia innaturale.

"Che c'hai, ma'?" le chiese il ragazzone aggrottando la fronte.

Sua madre deglutì e si schiarì la voce, prendendo tempo per cercare le parole giuste - se mai ce ne fossero state - per dire quello che doveva.

"Devo divve 'na cosa" temporeggiò ancora.

"Che è successo?" insistette il biondino con aria allarmata.

Lo sguardo di Claudia si posò di nuovo su Virgilio. I suoi occhi brillavano sotto al sole di mezzogiorno e, ora che si erano fissati su di lui, il ragazzo constatò che erano leggermente arrossati e incredibilmente tristi.

E fu allora che un presentimento lo investì in pieno petto, mozzandogli il respiro. Era qualcosa di alogico e arcano, era come se potesse vedere ogni cosa dall'esterno, con il punto di vista onnisciente di Dio. Era un presagio che sapeva essere vero, per quanto terribile.

Qualcosa si spezzò dentro di lui, come se qualcuno gli avesse appena frantumato l'anima. Si accorse di star trattenendo il fiato solo quando i polmoni gli urlarono di riprendere aria, altrimenti non ci avrebbe neppure fatto caso. In fondo, che cos'era una cosa banale e stupida come respirare in confronto a quello che era successo?

Perché lui non ne aveva ancora le prove, ma lo sapeva. E quel sapere con assoluta certezza pur senza alcuna conferma lo uccise. Di nuovo.

"No" riuscì a dire con un flebile sussurro.

Il braccio gli ricadde lungo il fianco, rompendo quella stretta tanto attesa per settimane. In verità, non era sicuro di averlo detto ad alta voce, magari lo aveva solamente pensato. Ma doveva averlo detto, altrimenti perché ora tutti lo stavano osservando?

"Te prego, nun lo di'" la supplico con voce rotta.

"Tesoro, mi dispiace così tanto" sospirò Claudia cominciando a piangere.

Lo accarezzò con dolcezza, esitando con la mano sulla guancia rossa.

"Mi dispiace così tanto" ripeté affranta.

"Ma che è successo?" domandò Orazio, guadagnandosi un'occhiataccia.

Un paio di iridi azzurre lo fecero agghiacciare, raggiungendo con la loro disperazione il fondo della sua anima.

"Marzia è morta, tesoro. Marzia è morta".

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