Capitolo LXXVII
"Scopa! Beccate questa, piccole'!" esclamò Marzia con voce rauca calando la sua carta.
"Nun è possibile! Questa è 'a terza volta! Te stai a bara'!" protestò Virgilio mettendo il broncio.
Sua nonna ridacchiò divertita e prese con una certa soddisfazione tutte le carte sul letto. Ormai era troppo debole perfino per alzarsi e non riusciva nemmeno a tenere dritta la schiena a lungo. Andava avanti così da dopo l'infarto e la situazione non accennava a migliorare.
Suo nipote cercava di essere ottimista e di sembrare tranquillo quando passava a trovarla, ma era sempre più difficile: faceva fatica a restare positivo quando lei era sempre allettata, con l'ossigeno attaccato e l'aspetto di chi non mangia da una vita.
Ma almeno aveva mantenuto il suo buonumore e continuava a litigare con le infermiere ogni volta che si dimenticavano di portarle le medicine. Era una piccola consolazione il fatto che ci stesse ancora con la testa, ma il ragazzo non poteva fare a meno di domandarsi se non fosse stato più facile se lei non si fosse resa conto di stare per morire.
"Forse ho barato, forse no: chissà", commentò Marzia con fare paraculo, "Ma ho vinto io!".
"Nun te ce manno solo perché sei mi' nonna" borbottò Virgilio rimischiando le carte.
L'altra fece per dire qualcosa, ma un eccesso di tosse le squassò il petto, facendola sussultare sul materasso. Si portò una mano scheletrica alla bocca e si chinò istintivamente in avanti, ma non riusciva a smettere di tossire.
Suo nipote mantenne la calma, anche se dentro si sentiva in pena, e le versò un bicchiere d'acqua. Glielo portò delicatamente alle labbra e la aiutò a bere qualche goccio, stando bene attento a non farle bagnare le coperte.
Ormai si stava abituando a quegli attacchi improvvisi, così come era avvezzo al sondino per alimentarla e a quella voce costantemente rauca, ma non era ancora immune a quella sensazione di essere completamente impotente. Quel non poter fare nulla per farla stare meglio lo tormentava, corrodendogli le viscere e mangiandogli il cuore, costringendolo in una silenziosa agonia.
"Grazie piccole'", fece lei non appena la tosse finì, "Me sto proprio a invecchia': mo manco a parla' be' riesco!".
"T'ho stancato troppo mi sa".
"No, amore santo, no", lo rassicurò accarezzandogli la guancia ispida, "Però, se proprio me vuoi fa' riposa', me puoi sempre aggiorna'".
"E su cosa?" domandò il ragazzo, troppo impegnato a sistemarle il cuscino per pensare a cosa si riferisse.
"Su Babe, me pare ovvio!" gli rispose entusiasta.
Virgilio si ritrovò improvvisamente a sorridere, anche se un po' gli dava fastidio che chiunque usasse quel soprannome per prenderlo bonariamente in giro.
"Ieri volevo portallo a Porta Portese", incominciò a raccontare sedendosi sul letto, "Ma nun c'aveva voglia de cammina', quinni semo iti ar bowling".
"Te? Ar bowling?" commentò sua nonna divertita.
"Sì, lo so: ero scettico pure io", le spiegò gesticolando più del suo solito, "Ma Dante ce voleva tanto anna', quinni me so' adattato. Però almeno l'ho stracciato".
"Un talento naturale proprio" fece sarcastica.
"A no', quello nun c'ha forza n''e braccia! Io so' stato scarso scarsissimo, ma lui momenti manco riusciva a solleva' 'a palla!".
Marzia scoppiò a ridere di cuore senza un motivo ben preciso, lasciando suo nipote interdetto.
"Che ho detto mo?" le chiese confuso.
"No, niente: è che siete troppo carucci insieme e ve stavo a immagina' a fa' figure de merda ar bowling", gli rispose asciugandosi una lacrimuccia, "Mo quanno lo rivedi?".
"Sabato c'ha casa libera, quinni vado su e faccio er pieno, che poi nun lo vedo più", le disse rattristendosi, "Un po' me rode perché già me manca mo, figuramose tra du' settimane! Però co' lui 'n giro nun me concentro e io voglio usci' co' 'n voto bono: okay, che lo amo ed è 'a vita mia, però io ce voglio usci' co' cento".
"Quanno ragioni così sembri tu' madre" sospirò sua nonna all'improvviso.
Virgilio la guardò dritto in quegli occhi che erano anche i suoi con aria interrogativa. La sua espressione la supplicava di proseguire.
Non parlavano spesso di sua madre e ricordava relativamente poco di lei prima che si ammalasse: tranne che per qualche informazione presa qua e là e conservata nella sua memoria, Magia Coridone rimaneva per lui una figura inafferrabile, che non avrebbe mai conosciuto come avrebbe voluto.
"Magia nun perdeva mai de vista i suoi obiettivi", gli raccontò Marzia con uno sguardo pieno di nostalgia, "Certo, se innamorava e perdeva la testa, ma nun veniva mai assorbita der tutto: anche se stava 'n 'na coppia, nun dimenticava mai de esiste' anche come 'na persona. A volte pe' amore perdemo noi stessi, piccole': nun devi mai permette che l'amore te annulli come individuo, ce semo capiti?".
Suo nipote annuì con la testa, facendo ondeggiare i riccioli biondi sulle spalle.
"Nun voglio che te finisca come tu' padre" aggiunse con dolcezza.
"Che c'entra mo mi' padre?" domandò lui aggrottando le sopracciglia.
"Tu' padre s'è fatto assorbi' dall'amore pe' tu' madre e, ora che lei nun ce sta più, ha perso se stesso", gli spiegò lei facendosi seria, "Nun sa più vive senza de lei e quinni se butta a be'".
"So' passati dieci anni" commentò Virgilio con freddezza.
"L'amore vero te brucia in eterno" sentenziò sua nonna malinconica.
"M'è difficile immagina' mi' padre che ama sur serio qualcuno" confessò il ragazzo.
Non era del tutto sicuro di come si sentisse: non voleva che quella conversazione finisse, ma non gli piaceva parlare di suo padre. Non riusciva a concepire l'idea che quell'uomo potesse mettere da parte se stesso quanto bastasse per amare qualcuno: non si era mai molto interessato a lui e non c'era stato quando sua madre era morta.
Eppure era stranamente incuriosito da quel Figulo che Marzia conosceva più di lui e che si era sempre ostinata a giustificare e a difendere, come se fosse stato figlio suo.
"Tu' padre c'ha 'n modo tutto suo de dimostra' affetto", gli spiegò sua nonna, "In questo siete simili: nun andate 'n giro a di' te voglio bene o roba del genere, ma state silenziosamente accanto alle persone. Pensate alle cose pratiche, lasciate a tutti i loro spazi e sembra quasi che nun ve ne freghi 'n cazzo; eppure, quanno serve, siete i primi a corre'".
Virgilio si sorprese ad essere d'accordo con lei: era sempre stato troppo schivo e timido per dimostrare palesemente quello che provava. Era anche per quello che Marzia gli aveva insegnato a cucinare, affinché con il cibo potesse trovare un modo per comunicare con gli altri.
La cosa lo turbò più di quanto si aspettasse: disprezzava troppo suo padre per ammettere di assomigliargli. Ma d'altronde era sangue del suo sangue e sarebbe stato decisamente più strano se non avessero avuto niente in comune.
"Però co' Magia era diverso", proseguì Marzia dopo un breve silenzio, "Co' lei era dolce e affettuoso. Stavano sempre a fa' i piccioncini e nun faceva altro che dirle quanto fosse straordinaria e quanto la amasse. Pure qua me ricorda qualcun altro".
"Allora perchè nun ce stava quanno è morta?" chiese suo nipote con un filo di rabbia nella voce.
La vecchietta tacque e rifletté qualche istante prima di rispondergli.
"Ognuno reagisce alla morte a modo suo: io so' rimasta co' tu' nonno da quanno l'hanno ritrovato a quanno l'hanno seppellito, tu' padre nun ce l'ha fatta manco a vedella dentro 'a bara. Quanno muore l'amore d''a vita tua senti proprio 'ca cosa che te se frantuma dentro e ognuno raccoglie i pezzi come può".
Una lacrima solitaria rigò la guancia scarna di Marzia, finendo dritta sul pigiama pulito. Virgilio non ricordava molto della morte di suo nonno: sapeva solo che si era ammazzato come un codardo e senza lasciare nemmeno un biglietto, abbandonando la sua famiglia dopo non sapeva quale disastro politico.
"Però te nun sei diventata 'na stronza quanno nonno è morto" obiettò con fare giudice.
"Io c'avevo Magia e Figulo e te", disse lei accennando un sorriso, "Nun so' mai stata da sola e nun dovevo pensa' a niente: potevo concentramme sur dolore mio e superallo. Tu' padre, 'nvece, doveva occupasse de noi due e 'a famiglia sua se n'è fregata altamente".
"E questo lo giustificherebbe?", la contraddì di nuovo con maggior foga, "Giustifica che se ubriachi tutti i santi giorni e se ne freghi de me? Me ne ha date tante de botte, no', e nun fa' altro che ricordamme che so' 'na delusione pe' lui: come cazzo fai a giustificallo, porca puttana!".
"Nun lo sto a giustifica': ce mancherebbe altro!", esclamò Marzia alzando i toni a sua volta, "Ma devi capi' che nun ce stanno i buoni e i cattivi a 'sto monno. Nun è tutto o bianco o nero: ce stanno 'nfinite sfumature de grigio 'n mezzo e devi imparalle a riconosce'. C''o so' che c'hai diciott'anni e sei idealista - lo semo stati tutti all'età tua - ma nun devi vede' le cose solo dar punto de vista tuo, altrimenti...".
Un nuovo attacco di tosse la fece sussultare sul letto, impedendole di finire la frase. Fu più violento e lungo del precedente e non le servì a nulla bere un goccio d'acqua, che per poco non le andò di traverso.
Virgilio corse a chiamare un'infermiera e rimase con le mani in mano, sentendosi completamente inutile, mentre una ragazzona con una crocchia fulva aiutava sua nonna a mettersi seduta e le dava delle pacche dietro la schiena.
"La signora deve riposare adesso" gli sorrise con il classico tono con cui si dice a qualcuno di levarsi dai coglioni.
"D'accordo", sospirò il ragazzo prendendo le sue cose, "No', io provo a passa' 'n settimana, però nun so se...".
"Piccole', nun te preoccupa': te pensa a studia'", lo rassicurò Marzia dandogli una carezza, "Passa quanno c'hai tempo".
Suo nipote annuì e le rifilò velocemente un bacio sulla fronte prima di salutarla, sforzandosi di nasconderle il suo nervosismo. L'aveva agitata troppo, se ne rendeva conto: era colpa sua se aveva avuto un nuovo attacco.
Uscì dalla stanza a testa bassa, affondando le mani nelle tasche nei pantaloni non appena ebbe sistemato lo zaino sulle spalle.
"Ricordate de passa' 'n farmacia!" sentì urlargli con voce strozzata mentre attraversava il corridoio della clinica.
E Virgilio, per quanto il suo umore non fosse di certo dei migliori, si ritrovò a sorridere con fare sornione.
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