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Capitolo LXXV

Mecenate si era tremendamente pentito di averlo chiamato e di averlo fatto preoccupare senza alcun motivo. Solo sentendo il panico nella sua voce mentre accorreva sul tetto capì che cosa sembrava che stesse accadendo: che si fosse ubriacato e fosse talmente depresso da volersi buttare di sotto. Non che non avesse accarezzato l'idea, ma non era quella la sua intenzione: lui voleva avere solo un po' di pace.

Virgilio si era precipitato da lui con una velocità disperata, tenendolo sempre impegnato a parlargli al telefono perché, finché lo avesse sentito sbiascicare e mascherare il pianto dall'altra parte della linea, sarebbe stato sicuro che quel coglione fosse ancora vivo e vegeto.

Non appena fu sul tetto e lo vide seduto vicino al muretto del cornicione, con la sambuca semivuota al suo fianco e il volto di chi ha toccato il fondo, non seppe bene se dovesse essere sollevato o allarmato come non mai.

"Che cazzo volevi fa'?" gli domandò a bruciapelo tutto trafelato.

"Niente" rispose il biondino con un sorrisetto nervosamente triste.

"A''a prossima bugia te ce butto io de sotto", lo minacciò l'altro, "E, se me dici che stai be', giuro che è 'a volta bona che te corco de botte. Quinni, che cazzo volevi fa?".

"Nun lo so" sospirò Mecenate con aria spaventata ricominciando a piangere.

Virgilio notò il suo improvviso cambio d'espressione, fece un bel respiro profondo e si costrinse a darsi una calmata: era vero che l'idea che il suo migliore amico volesse fare una cazzata del genere lo aveva completamente mandato fuori di testa, ma di certo arrabbiarsi non avrebbe migliorato le cose.

Allontanò la sambuca da lui e si sedette al suo fianco, spalla a spalla, come quando, da ragazzini, andava a recuperarlo dopo che Cilnia e Lucio lo avevano sgridato per bene davanti a tutti.

"C''o sai che quella nun serve a 'n cazzo, ve'?", gli chiese con voce più dolce indicando la bottiglia, "Mi' padre spera da 'na vita che sur fonno ce stia 'a soluzione pe' tutto, ma nun ce sta 'n cazzo".

"C''o so, ma c'avevo bisogno de nun pensa'" spiegò Mecenate.

Teneva gli occhi puntati sul nulla, lo sguardo perso in qualcosa che sfuggiva alla sua apetta. Piangeva silenziosamente, lasciando che le lacrime gli solcassero con grazia le guance rosse e ricadessero sulla maglietta zuppa di sudore.

"Nun pensa' a cosa?".

"Ar fatto che c'ho 'n casino 'n capoccia" singhiozzò perdendo per un istante il controllo.

L'altro sospirò sconfortato. Aveva notato che negli ultimi tempi il suo amico fosse più rigido, come se si fosse confinato in un certo ruolo per chissà quale motivo. Ma avrebbe dovuto intuire da sé la causa di quel comportamento, invece di aspettare che fosse lui ad aprirsi: in questo loro due erano uguali.

Non volevano che la gente si preoccupasse per loro, quindi si costringevano a fingere che stesse andando tutto bene, anche se il loro mondo stava lentamente crollando a pezzi, schiacciandoli sempre di più sotto alle macerie.

Gli gettò un braccio dietro la schiena e lo abbracciò, facendo sì che appoggiasse la testa sulla sua spalla.

"Credo de esse' poliamoroso", disse all'improvviso Mecenate, "O almeno Emiliano crede che lo sia. Nun ce sto a capi' 'n cazzo, Virgi'".

Rimase per qualche momento in silenzio, elaborando quell'informazione. Non sapeva bene come avrebbe dovuto reagire. Lui, in verità, era ancora sorpreso di essere in grado di amare Dante, pertanto non riusciva a comprendere come si potessero amare più persone allo stesso tempo.

Ma lui non era poliamoroso, dunque non doveva ricondurre quel discorso alla sua esperienza personale: doveva, al contrario, capire che cosa passasse esattamente nella mente del biondino e provare a farlo stare un po' meglio.

Perché è questo che fanno gli amici: anche se non conoscono i mostri che stai affrontando, sono sempre pronti a combattere al tuo fianco.

"Com'è 'sto dubbio?" gli domandò con dei modi talmente pacati e invitanti da non potergli negare una risposta.

"Me piace Batillo, ma amo Orazio" gli confessò con occhi disperati.

"Sur serio? Dopo tutto quello che t'ha combinato?" fece Virgilio esterrefatto, ma sforzandosi di rimanere imperturbato almeno all'apparenza.

"Sì, lo so: me faccio pena da solo pe' questo", incominciò Mecenate tra i singhiozzi, "E credo che me piaccia ancora un po' Augusto: m'ha quasi baciato l'altra sera e ce so' quasi cascato".

"Stai a scherza', ve'?" chiese conferma l'altro incredulo.

Il ragazzo annuì debolmente con il capo e poi riprese a parlare, tenendo lo sguardo lontano da quelle iridi glaciali e inquisitorie.

"Io amo Orazio, te l'assicuro: me strapperei er core se me lo chiedesse lui. Nun me esce d''a capoccia e vorrei sta' tutto er giorno addosso a lui a baciallo. Ma penso pure a Batillo e ar modo 'n cui i suoi capelli se muovono quanno cammina. E mo c'ho stampate 'n testa pure le labbra de Augusto che se avvicinano alle mie e...".

Il biondino fu costretto a interrompersi da un respiro spezzato, uno dei tanti che tentava di reprimere da quando non era più solo.

"E er peggio è che penso che Orazio abbia 'ntuito 'ca cosa", continuò alzando la voce per la foga, "So che sa che provo ancora 'ca cosa pe' Batillo, ma fa er comprensivo e nun me fa' commenti a riguardo. Ma ieri sera l'ho trattato 'na vera merda perché stavo fori fase pe' quer demente de Augusto e l'ho ferito. Perché io ferisco tutti".

"Ma nun è vero, Mecena': te sei 'na brava persona!", lo smentì Virgilio con aria seria e rassicurante al tempo stesso, "Sei gentile co' tutti, te preoccupi momenti pure pe' i sassi e...".

"Virgi', io faccio soffri' 'a gente: nun ce prova' a famme er discorsetto contrario", lo interruppe Mecenate convinto di quello che diceva, "Ho spezzato er core a Batillo, ho fatto piagne' Augusto, ho ferito Orazio più de 'na volta: lo vedo mori' dentro quanno me dice che me ama e io svio er discorso".

"Ma, se lo ami, perché non glielo dici e basta?" domandò ingenuamente il suo migliore amico.

"Perché nun ce riesco, porca puttana!", urlò l'altro con rinnovata disperazione, "Vorrei da mori', ma nun ce riesco! Me sale er panico solo a pensacce, mortacci mia! Come cazzo faccio a diglie che lo amo, se me piacciono pure quegli altri due?".

"Batillo e Augusto te piacciono, Orazio lo ami: so' du' cose diverse" gli fece notare.

"Ma io so' veramente 'n grado de ama'?" domandò il biondino con una vocetta flebile e spezzata dal pianto.

Virgilio rimase profondamente sconvolto da quella domanda e lo guardò dritto in faccia, cercando di leggervi quale follia l'avesse mai preso.

"Mi' madre a pranzo m'ha detto che io nun so ama' perché nessuno m'ha mai amato" spiegò Mecenate, riconoscendo fin troppo bene quell'espressione confusa.

"Che grandissima puttanata!", commentò Virgilio disgustato, "Tutti te amano, Cristo santo!".

"Nun è vero", obiettò l'altro, "I miei nun me amano: me l'hanno ricordato pure oggi. E anche Batillo me odia, quinni...".

"Io te amo, mortacci tua!", esclamò la sua apetta con una gravità commovente, "Te amo come se fossi mi' fratello e nun ce sta niente che me possa fa' cambia' idea! Marzia te ama come se fossi su' nipote: quanno vado giù, me chiede sempre de come stai e se te sei sciupato! Claudia e Marco te adorano, cazzo! I gemelli so' pronti ad ammazza' Giovenale pe' quello che t'ha fatto! Properzio probabilmente sta già a studia' 'n piano pe' fallo fori, quer cojone! E Orazio stravede pe' te: so' quasi diciannove anni che fa tutto er macho e er duro e te l'hai trasformato in un mezzo sottone!".

"A volte me stupisco pure io der dolciume che caccia fori" sorrise timidamente il biondino.

"Vedi? Te amano tutti. Nun da' retta a tu' madre: stamo a parla' d''a stessa donna che crede che Saffo sia etero! Saffo, che va' 'n giro cor braccialetto de W la figa!".

"Cazzo, basta sentilla parla' pe' du' minuti pe' capi' che è lesbica" commentò ridacchiando Mecenate.

"Ecco, vedi? Tu' madre nun ce capisce 'n cazzo", sentenziò Virgilio, "Quinni nun daje retta: te sai ama' e sei amato. C'hai i modi tua pe' dimostrallo, ma te sai ama': nun te ce fissa' su 'ste stronzate. E pe' er resto, nun te cruccia': se sei poli, amen! Nun te senti' 'n colpa pe' ave' rifiutato quei dementi: quei du' cojoni encefalici nun te meritano manco cor cazzo".

"Ce provo a nun pensacce e a sta' sciallo", gli spiegò il biondino, "Ma nun ce riesco. Ultimamente manco riesco a dormi' e me 'ntrippo co' 'sta roba. E pure de giorno, certe volte: me faccio pena da solo".

Tutta quell'autocommiserazione non era sana e nascondeva qualcos'altro: Viriglio riusciva a percepirlo, ma non sapeva come aiutarlo. Non era mai stato bravo a gestire le sue emozioni, figuriamoci quelle altrui! Provava empatia, questo sì, ma non capiva sempre che cosa dovesse farci.

"Ne hai parlato co' Sibilla?" gli chiese candidamente.

Sibilla era la psicologa della loro scuola: era una donna strana, che si aggirava per i corridoi con le sue gonne lunghe e fruscianti e i mille bracciali ai polsi, che tintinnavano ogni volta che si muoveva.

"Ma che sei matto? Momenti quella manco se ricorda chi è: sta sempre strafatta!", gli rispose Mecenate, "Però l'altro giorno c'avevo la mezza idea de chiede' a Saffo er numero de quella che le ha fatto passa' gli attacchi de panico, ma boh".

"Nun è affatto male come idea!", lo incoraggiò l'altro, "Ce fai du' chiacchiere e magari lei te sa da' qualche consiglio utile".

"E chi me li dà li sordi?".

"Li sordi se trovano, nun te preoccupa'".

Tacquero entrambi, riconsiderando da soli quello che si erano appena detti, scrollandosi del peso di dover per forza dare voce ai propri pensieri.

Il biondino riappoggiò la testa sulla spalla del suo migliore amico e chiuse gli occhi. La sua presenza e le sue parole erano riusciti in qualche modo a calmarlo e a rassicurarlo, anche se non avevano estirpato il problema alla radice.

"Voglio solo che 'sta cosa finisca" si ritrovò a sospirare un po' sovrappensiero.

"Tutto finisce, niente dura pe' sempre" sentenziò di nuovo Virgilio con una speranzosa malinconia.

"Puoi resta' a dormi'? I miei se ne so' iti e manco m'hanno salutato. Nun me va sinceramente de...".

"Perché, te pensi che te lasserei da solo stanotte?", lo interruppe l'altro con una schiettezza quasi commovente, "Te stai fori come 'n balcone!".

"'n realtà stamo sur tetto" ci scherzò su il biondino.

"Poi te me devi ancora spiega' er perché".

"Nun c''o so, pe' davvero", ripeté Mecenate, "Me ce so'  ritrovato e basta. Probabilmente stavo a schiatta' 'n camera mia".

"Quinni nun volevi..." disse timidamente il suo migliore amico, sperando di non mandarlo sulla difensiva.

"No, nun me voglio ammazza': va be' che so' cojone, ma nun fino a 'sto punto! Ve devo rompe li cojoni pe' almeno 'n'altra cinquantina d'anni" lo rassicurò.

"Allora annamosene, che mo arrivano li pinguini, vah", fece Virgilio rimettendosi in piedi, "Ce la fai o te serve 'na mano?".

Il biondino provò a tirarsi su da solo, ma barcollò sulle gambe e dovette appoggiarsi al suo amico per non cadere. Si incamminarono a braccetto verso la porta, in silenzio, come se mettere un piede davanti all'altro richiedesse tutta la loro concentrazione.

"Grazie" mormorò all'improvviso Mecenate, stavolta guardandolo dritto negli occhi.

"Smettila de ringraziamme quanno te do 'na mano", sorrise Virgilio, "Sei praticamente mi' fratello, porca puttana: quanno te servirà, io ce starò sempre pe' te".

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