Capitolo LXXII
"Ma che me stai a fissa'?" domandò Virgilio con la voce ancora impastata di sonno.
Aveva gli occhi chiusi e il volto affondato nel cuscino, ma percepiva il suo sguardo su di sé, così come sapeva, senza neppure vederlo, che Dante aveva quell'espressione compiaciuta e soddisfatta che gli donava tanto.
"A mia discolpa, sei dannatamente bello anche di prima mattina" si giustificò Dante sfiorandogli delicatamente un ricciolo biondo.
Il romano aprì timidamente gli occhi e si voltò quanto bastava ad ammirarlo. Aveva i capelli tutti arruffati e le labbra leggermente screpolate, ma un raggio di sole accarezzava dolcemente il suo profilo, facendolo sembrare una creatura celeste.
Gli rivenne in mente della seconda volta che si erano visti, alla festa di Capodanno dei gemelli: con quelle alette bianche e quel sorriso candido, era rimasto colpito da quel ragazzo angelo con le c aspirate. Allora non aveva ancora capito quanto si fosse già fatto strada nel suo cuore, ma aveva subito avuto la sensazione che quel ragazzino fosse diverso da tutti quelli che aveva mai conosciuto.
"Vie' qua" mormorò mettendosi su un fianco.
Il fiorentino non se lo fece ripetere due volte e si avvinghiò a lui, lasciandosi stringere da quelle braccia forti. I loro nasi si sfiorarono mentre le loro bocche si concedevano quelli che sarebbero stati solo i primi baci della giornata.
"Allora, che vuoi fa' oggi?", chiese il maggiore, "A Porta Portese dovrebbe esse' aperto, altrimenti...".
"Io in realtà avevo un'altra idea" rispose l'altro con un sorrisetto tenero.
"Spara" disse spostandogli i capelli dietro le orecchie.
Il minore approfittò di quell'attimo di debolezza per poter salire sopra di lui e sovrastarlo - per quanto gli fosse possibile - con il suo corpo. Il suo amato fu piacevolmente sorpreso dalla piega che stava prendendo quel discorso e si mise a sedere, in maniera tale che le loro pupille fossero alla stessa altezza.
"Perché non ce ne stiamo tutto il giorno a letto?", propose con un fare innocente tremendamente seducente, "Ci vediamo un film, ci facciamo le coccole e...".
"Babe, c'avevamo er check out tra du' ore" lo riportò bruscamente alla realtà Virgilio, accarezzandogli la schiena con il dorso della mano.
La bocca di Dante si curvò all'ingiù in una smorfia di delusione e le sue ciglia si abbassarono mestamente. Cinse il collo del suo ragazzo con le braccia e prese a giocare con una ciocca più lunga delle altre.
Il romano si sentì stringere il cuore a vederlo con quella faccina da cagnolino triste. Gli sollevò delicatamente il mento con due dita e lo costrinse a guardarlo dritto in quelle iridi azzurre.
"Però 'e coccole te le faccio lo stesso, nun te preoccupa'" aggiunse dandogli un leggero bacio a stampo.
Il fiorentino si illuminò all'improvviso e lo spinse giù sul materasso. Si sdraiò sopra di lui e posò la testa sul suo petto, facendosi cullare dai suoi respiri regolari e dal battito del suo cuore.
Il maggiore lo abbracciò e chiuse gli occhi per poter godere meglio di quel momento meraviglioso. Tra tutte le cose di cui soffriva la mancanza durante la settimana, questa era quella che rimpiangeva più di ogni altra: potersene stare con lui sotto le coperte, avvertire il calore della sua pelle e il lieve peso del suo capo, facendo scorrere le mani tra i suoi capelli e sulle sue braccia.
Se ci fosse veramente un Paradiso, era così che Virgilio se lo immaginava: solo loro due, insieme, in pace. Niente Figulo ad interromperli, niente Giovenale a scrivere satire. Nessuna Marzia sempre più debole e nessuna maturità da affrontare.
Solo lui e il suo Dante: nessun chilometro a separarli, nessun altro pensiero che il loro amore.
"Come farò a stare un mese senza di te, Maremma maiala?" chiese il minore con voce sonnecchiante.
"Fosse pe' me, continueremmo a vedecce", gli rispose l'altro parlando con incredibile tenerezza, "Ma c'ho 'a maturità e devo studia': te me distrai troppo".
"Almeno però sabato prossimo ci vediamo?", lo supplicò sollevando un po' la testa per vederlo meglio, "Ho casa libera, in teoria".
"Certo che vengo, Babe", lo rassicurò il romano con un sorriso smagliante, "Devo fa' er pieno pe' pote' sopravvive' senza gli occhioni tua 'n giro".
"Ma come: non ti distrai se pensi a me e cose del genere?" domandò con una certa malizia.
Virgilio rimase in silenzio e si perse nelle sue iridi castane, che sembravano brillare come topazi colpiti dal sole. Ne stava diventando dipendente, così come non poteva più fare a meno del suo continuo cicaleccio e del profumo dei suoi vestiti. Avrebbe voluto rubargliene un paio e indossarli per sentirlo più vicino quando avvertiva la sua mancanza, ma le sue felpe erano troppo strette per lui e aveva dovuto rassegnarsi.
Lo pensava in continuazione, restando sempre come in sottofondo nella sua testa, e continuava a ripensare alle ore trascorse insieme - i baci, le carezze, i loro ansimi di piacere che risuonavano nella stanza - e a progettarne di nuove, sforzandosi sempre di inventarsi qualcosa per stupirlo e renderlo felice. Perché era questa l'unica cosa che voleva: renderlo felice.
"Dante, te sei la mia distrazione preferita" mormorò quasi sospirando.
Il toscano si tirò su sui gomiti e gli concesse uno sguardo raggiante, dietro al quale era malcelata una timida soddisfazione.
"Sul serio?" fece con un entusiasmo travolgente e un'innocenza commovente.
"Sur serio" confermò il maggiore ridacchiando.
Le loro labbra si ritrovarono e si scambiarono dei baci più appassionati dei precedenti, riprendendo quella danza che solo le parole e il sonno potevano interrompere. Le mani di Virgilio scivolarono sulla schiena di Dante e si fermarono sul suo sedere, afferrandolo voluttuosamente con dita fameliche.
"Per la cronaca, giusto per farti sentire un po' meno un innamorato ebete", commentò il fiorentino staccandosi da lui, "Tu sei la mia maggior musa, quindi direi che siamo pari".
"Co' 'sti capelli 'nfatti paio proprio Calliope", scherzò il suo amato con fare compiaciuto, "E sentimo 'n po': che te ispiro?".
"Pensieri indicibili se me tocchi così, Maremma bucaiola!" disse fra sé e sé il minore arrossendo leggermente.
Ma era fin troppo sobrio per potersene uscire così candidamente con un'affermazione del genere, quindi tacque per qualche istante a riflettere.
"Non c'è cosa più divina che una fellatio mattutina" cantilenò alla fine non senza un certo pudore.
"Ricopione!", esclamò il maggiore, "E poi è Nun c'è cosa più divina che scopasse' la cugina".
"Tu dici?" considerò l'altro con aria voluttuosa.
Il romano fece per rispondere qualcosa, ma il suo amato gli mise un dito sulla bocca, imponendogli il silenzio.
Strabuzzò gli occhi per la sorpresa, non essendo abituato a quell'intraprendenza, soprattutto non senza l'aiuto dell'alcol. Ma non ebbe il coraggio - né tantomeno la voglia - di lamentarsi.
Dante gli baciò famelicamente le labbra, mordicchiandogli leggermente il labbro inferiore nella foga. Poi posò la bocca sul suo collo, lasciandogli qualche succhiotto non così discreto.
Virgilio provò a ricambiare i brividi di piacere che il suo fidanzato gli stava procurando, ma ogni tentativo fu gentilmente bloccato sul nascere.
"Stavolta ci penso io a te" sussurrò suadente il minore all'ennesima interruzione.
E, di lì a pochi minuti, il maggiore dovette dargli ragione: per quanto la citazione fosse sbagliata, una fellatio era uno splendido modo per cominciare la giornata, soprattutto se a farla era quella straordinaria meraviglia che era il suo amato.
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