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Capitolo LXXI

La serata aveva preso una piega completamente inaspettata. Orazio aveva creduto che avrebbero bevuto insieme, che avrebbero ballato appiccicati come cozze, che sarebbero crollati abbracciati sul letto del suo Mecenate dopo il terzo o quarto round.

Ma le cose non erano andate così: il biondino aveva perso il controllo dopo aver parlato con Augusto e non aveva avuto la minima intenzione di recuperarlo. Il ragazzone non aveva osato bere più di una birra per tenere d'occhio il suo amato, che, al contrario, non aveva fatto altro che mandare giù shottini di tequila.

Li aveva vomitati tutti quanti qualche ora dopo e Orazio aveva avuto l'ingrato compito di reggergli i capelli, ripulirlo e riportarlo a casa. Mecenate aveva fatto la stessa cosa un numero infinito di volte per lui, eppure non era la stessa cosa.

Per quelle poche ore di caos, infatti, il ragazzone aveva avuto la terribile sensazione di essergli di troppo: non lo aveva sfiorato, si era rifiutato di ballare con lui, gli aveva a malapena rivolto la parola, se non per esortarlo a bere e pregarlo di portarlo di corsa in bagno perché gli veniva da vomitare.

E così, quando lo aveva messo a letto semisvenuto alle tre del mattino, non se l'era sentita di rimanere con lui e aveva preferito tornarsene a casa, dove di certo nessuno lo avrebbe fatto sentire fuori posto.

Aveva provato a dormire qualche ora, ma, ogni volta che chiudeva gli occhi, rivedeva il volto straziante di Mecenate che piangeva e si disperava rannicchiato a lui.

Solo questa ci mancava, come se non avessero abbastanza problemi già di loro: Augusto doveva risbucare fuori dal nulla e seminare il panico, altrimenti il suo ego smisurato non sarebbe stato appagato.

L'orologio di Spiderman appeso alla parete segnava le otto e mezza, quando Orazio decise che ormai non aveva più senso sforzarsi di dormire e tanto valeva andare a farsi la colazione.

Cercò di fare il più piano possibile per non svegliare sua madre - Marco era uscito per andare a lavoro alle sei e un quarto, come sempre - ma le sue premure si rivelarono vane. Non appena fu in salone, infatti, vide Claudia comodamente seduta sul divano a guardare la televisione.

"Buongiorno tesoro", gli sorrise dolcemente, "Non ti ho svegliato io, vero?".

"No, figurati: io pensavo che stessi a dormi'", la rassicurò suo figlio, "Che te stai a vede'?".

"Una mamma per amica".

"'n'altra volta?" sospirò il ragazzone con aria divertita.

"Senti, bello de casa, io ci sono cresciuta con 'sta roba: è come se tu tra trent'anni ti mettessi a rivedere Stranger Things", lo rimise bonariamente in riga sua madre, "E poi anche a te piaceva, quando eri piccolo".

"Seh, va be'", strinse il discorso, "Io vado a mette' su er caffè".

"C'ho già pensato io", disse Claudia, "Tocca aspettare".

Orazio annuì distrattamente e si sedette sul divano accanto a sua madre, provando a ricordarsi più o meno la trama di quella serie tv. La ragazzina si chiamava Rory - questo non l'avrebbe scordato mai, visto che era stata una delle sue prime crush - e la madre mezza sciroccata l'aveva avuta alle superiori.

Si era sempre chiesto chi sarebbe stato così stupido da tenere un figlio a sedici anni e rovinarsi la vita, ma adesso la situazione non gli sembrava più così assurda: Properzio aveva diciannove anni appena e sarebbe presto diventato padre.

Che poi nessuno dei due la voleva, quella creatura, quindi che senso aveva tenerla? Certo, Cinzia non voleva abortire e tutto - scelte sue - ma avevano escluso a priori anche l'adozione, diamine! Sarebbe venuto su un altro ragazzino complessato e con la consapevolezza di essere stato solo un errore di calcolo, come Mecenate.

"Tutto bene, tesoro?" gli chiese sua madre, che aveva notato il suo improvviso cambio d'espressione.

"Sì, ma', nun te preoccupa'" le rispose frettolosamente l'altro.

"Quinto Orazio Flacco: non osare mentirmi", incominciò Claudia con voce ferma ma rassicurante, "Ti ho portato in grembo per nove mesi e mi sono fatta venti ore di travaglio per spingerti fuori dalla mia vagina: te lo leggo in faccia quando hai qualcosa per la testa. E poi ti ricordo che sono un'insegnate e metà dei fratelli dei tuoi compagni di scuola vengono alle elementari da me: i genitori parlano e si lamentano e i più piccoli sentono e ripetono tutto".

Orazio si irrigidì accanto a lei e la guardò dritta negli occhi, sperando che non stesse insinuando quello che credeva lui.

"So della satira di Giovenale e so anche della scritta sul Muro", aggiunse, "Il Censore ha denunciato la seconda cosa e un collega di tuo padre gli ha gentilmente domandato se per caso non sapesse chi fossero F. e M. Ovviamente tuo padre ha capito subito e ha mandato a cagare quel tipo, ma non nascondo che siamo preoccupati".

"Hai letto 'a satira?" le domandò il ragazzone con una vocetta flebile e insicura che non gli apparteneva.

"Sì, tesoro. Ho letto quella merda", sospirò Claudia dispiaciuta, "Batillo è un rosicone del cazzo e Giovenale un omofobo che lo ha sfruttato per avere i suoi quindici minuti di fama. Sono due deficienti, tesoro: non devi dare peso a quelle parole".

"Er problema nun so' io: so' gli altri", incominciò a spiegare Orazio con foga, "A me nun me ne frega 'n cazzo de quello che dice Giovenale. Però agli altri sì e sembra che ce godono a famme pati' l'Inferno! E i commentini, e er Muro, e gli occhi puntati addosso manco fossi 'n marziano, e tutte le puttanate omofobe che sparano! Te giuro, me stanno ad arriva' 'n direct robe assurde e...".

"Perché non ce ne hai parlato prima?" lo interruppe sua madre allarmata.

La verità era che, lì per lì, non gli davano poi così tanto fastidio: leggeva la notifica, borbottava qualcosa e poi andava avanti con la sua vita. Sentiva in giro cose strane sul suo conto, ma erano talmente assurde che nessuno avrebbe potuto darle per vere. Ma, goccia dopo goccia, il vaso non riusciva più a contenere tutto quanto e Orazio preferiva far finta di nulla piuttosto che trovare una soluzione. Eppure, sempre pieno era.

"Boh", evitò di rispondere sollevando le spalle, "Ma comunque nun ce posso fa' niente. Tanto mo ho finito e chi li rivede sti cojoni?".

"Beh, questo è vero", ammise sua madre, "Ma questo non significa che tu debba sopportare ogni cosa da solo. Non ti sto dicendo di denunciare - anche se questa è sul serio roba da denuncia, tesoro - ma ti farebbe bene parlarne con qualcuno. E non deve essere per forza con me o con papà: anche Mecenate è nella stessa merda e...".

"Mecenate nun lo calcola', tanto..." commentò il ragazzone con aria scocciata.

"Tanto cosa?" insistette Claudia.

"Tanto parla' co' lui è impossibile", disse suo figlio, "Te giuro, da quanno stamo 'nsieme nun riuscimo proprio a fa' 'n discorso serio! Finisce sempre che pomiciamo e...".

"Tesoro, è normale i primi tempi" provò a confortarlo con una certa malizia.

"No, ma', fidate: ce stanno cose che nun me dice. Me lo sento proprio. E 'sta cosa me dà fastidio! Pe' carità, io c'ho 'n pessimo carattere e nun c'ho tutto 'sto tatto, ma è er ragazzo mio, porca puttana!", si sfogò alzando la voce, "E me rode er culo perché io lo amo da mori' e lui boh, nun se capisce. Nun m'ha mai detto che me ama - mai! - e io 'nvece glielo ricordo sempre! Prima nun me ne fregava 'n cazzo, perché ero convinto che me amasse, ma ieri avemo beccato Augusto e...".

Orazio si fermò per un istante a riprendere fiato e le sue guance si inumidirono di lacrime.

"Mamma, credime: glie se so' illuminati gli occhi quanno l'ha visto. Quer cojone l'ha fatto pati', ma gli è bastato vedello e glie brillavano gli occhi! E nun ha mai detto 'n cazzo contro de lui, né tantomeno contro Batillo! E nun posso fa' a meno de chiedemme se ne valga la pena! Cioè, io me sento da' der pervertito, der maniaco, der fedifrago, de tutto, e nun so' manco se Mece me ama sur serio!".

Claudia lo abbracciò e gli diede un bacio tra i capelli, asciugandogli le lacrime con una manica del pigiama.

"Mecenate ti ama, tesoro: non metterlo in dubbio nemmeno per un secondo", lo confortò parlandogli con dolcezza, "Probabilmente prova ancora qualcosa per quei due, ma lui ama te. Lo vedo come ti guarda: sembra che tu sia il suo sole, sembra che tu sia l'unica cosa esistente al mondo. Magari non riesce a dirtelo e ha bisogno di tempo, ma questo non significa che lui non ti ami".

"Ieri sera m'ha schifato" obiettò Orazio malinconico.

"Quanto aveva bevuto?" chiese lei.

"Nun lo so, ma troppo" rispose lui.

"Allora non conta un cazzo: a volte l'alcol distorce quello che vogliamo sul serio".

Il ragazzone non era molto convinto da quel discorso, ma si sentiva un po' meglio per averne parlato con qualcuno. Si sdraiò sul divano e posò la testa in grembo a sua madre, chiudendo gli occhi, come quando era piccolo.

"Non siamo troppo grandi per queste cose?" ridacchiò Claudia accarezzandogli i capelli.

"E te nun sei troppo vecchia pe' er pigiama co' gli unicorni?" commentò divertito.

"Non dare della vecchia a tua madre: come t'ho fatto, io te distruggo", lo minacciò bonariamente, continuando a lasciar scorrere le dita tra le ciocche scure, "In ogni caso, tu non ti preoccupare di nulla: si sistemerà tutto, okay? E Mecenate ti dirà sicuramente che ti ama: non mettergli fretta e si aprirà prima. Intesi?".

"Intesi" annuì Orazio, senza però crederci sul serio.

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