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Capitolo LXIV

Aurelio, padre della voglia di farsi una scopata,
non solo di questa, ma anche di quella che altri
hanno avuto o hanno o avranno negli anni,
vuoi inculare l'amore mio.
E nemmeno in segreto: infatti non appena puoi giocherai con lui,
proverai tutte le cose strusciandoti al suo fianco.
Inutilmente: mentre organizzi insidie
io prima te lo ficcherò in bocca.
E se tu lo facessi da sazio, tacerei:
quello che ora mi fa scazzare, porca puttana!,
è che insegni al mio ragazzo ad aver sete.
Quindi, smettila, mentre sei ancora pulito,
e non costringermi a ficcartelo in bocca.*

"Che cazzo ho appena letto?" chiese Mecenate sconvolto, lanciando uno sguardo confuso e basito al suo amico.

"'na poesia?", gli rispose Catullo con una certa irritazione, "Nun è che ce voglia tanto a capillo, eh! Sai com'è, è scritta 'n versi!".

"Grazie ar cazzo che è 'na poesia: a quello c'ero arrivato, cojone!", esclamò l'altro sforzandosi di non reagire a quei toni insolenti, "Dico, perché 'sta roba?".

"Perchè me annava: va be'?".

"No che nun va be': io 'sta roba nun te la pubblico! Ma te renni conto?", lo rimproverò il biondino, "A parte 'a volgarità, ma su quella ce posso pure pure passa' sopra: ma te pare er caso de propone 'na cosa der genere? Va be' che Aurelio so' du' giorni che se struscia a cazzo addosso a Giovenzio e capisco che te rode er culo, ma manco a fa' così!".

Catullo si sbracò sul divano e divaricò leggermente le gambe per stare più comodo. I suoi occhietti svegli fissavano il suo amico con una buona dose di cattiveria, trafiggendolo da parte a parte. 

"Io faccio come cazzo me pare! Io scrivo quello che cazzo me pare! Eh che è, semo ner Medioevo?" sbottò con fare polemico.

"Tu puoi scrive' quello che cazzo te pare, Catu', ma io 'sta cosa sur fanzine nun ce la metto manco se me corchi de botte" ribadì Mecenate con un tono che non ammetteva repliche.

"C'hai ragione, Mecena': nun se può proprio legge'", commentò Saffo finendo di correggere i compiti di greco di Orazio, "C''o so che stai male e tutto, bro, ma 'ste robe sfogo nun se fanno: mica semo 'nfami come quer cojone 'ncefalico de Giovenale!".

Catullo lanciò un'occhiataccia velenosa a sua sorella.

"Ma se può sape' te da che parte stai, stronza?", sibilò con un certo disprezzo, "So' tu' fratello, mortacci tua!".

"I fratelli servono pure a questo", rispose lei con una serietà agghiacciante, come se quel discorso riguardasse una questione di vita o di morte, "Chi cazzo te fa' nota' altrimenti che te stai a comporta' come un regazzino de dieci anni co' le paturnie? E te fai 'o stesso co' me: me pare che mica me 'ncazzo come Santippe cor ciclo quanno me dici che paro 'na ritardata co' le trecce o che sto a fa' 'a cojona perché voglio leccalla a qualche tipa".

"Guarda che te pari 'na ritardata a prescinne" commentò suo fratello con un sorrisetto di scherno.

"Li vedi 'sti due?", gli domandò la ragazza mostrandogli i diti medi, "Ecco, co' 'sti due prima te manno a fanculo e poi te li ficco te sai dove. E, credimi, nun sarà 'na cosa piacevole".

"Vaffanculo, sore'", disse Catullo abbassando finalmente i toni, "Scusa, Mecena', nun volevo fa' er cojone. Sto a scapoccia' co' 'sta storia, giuro!".

"Chi è che sta a scapoccia'?" chiese Orazio con la sua solita ilarità entrando in salone con i Cornetti.

Mecenate rimase per qualche secondo incantato, la bocca leggermente aperta in una posa di infantile stupore. Lo osservò mentre distribuiva i gelati agli altri e cercò di darsi un contegno, per quanto gli fosse possibile: faceva così tanto caldo che la maglietta del ragazzone si era appiccicata alla sua pelle a causa del sudore, evidenziando i suoi muscoli.

Una carrellata di pensieri indicibili sfilò nella sua mente, per poi andare a finire nella lista delle cose da fare più tardi, quando tutti quanti se ne fossero andati e loro due sarebbero stati soli soletti.

Solo in un secondo momento notò che Virgilio gli stava passando un Estathé alla pesca. Vide la sua apetta osservarlo dapprima con aria interrogativa e poi, non appena ebbe capito che cosa avesse catturato la sua attenzione, accennò un sorriso maliziosamente bonario.

"Mi' fratello, chi sennò?", rispose Saffo con voce beffarda, "Sta a svalvola' pe' Aurelio e Giovenzio".

"Te capisco, te capisco", disse Orazio piazzando a Catullo un paio di pacche d'incoraggiamento sulle spalle, "Io pe' quer cretino de Batillo momenti uscivo pazzo!".

"Ma che davvero?", domandò il suo amico sorpreso, "Io manco avevo capito che te piaceva Riccioli d'oro!".

"M'ha fatto 'na scenata de gelosia dar kebabbaro 'na volta che lassamo perde!", esclamò il biondino alzando gli occhi al cielo, "'na tragedia, guarda! Che poi io manco l'avevo capito che questo me moriva dietro, quinni io parlavo de Batillo co' nonchalance, 'sto poraccio!"

"Allora c''o sai che m'hai fatto pati'!" fece il suo fidanzato.

"Credime: c''o so eccome!" ammise Mecenate abbassando lo sguardo.

Lo sapeva, lo sapeva eccome! Aveva ripensato varie volte a quando aveva rivelato di star frequentando qualcuno e, più ci rifletteva, più si sentiva un perfetto idiota a non aver compreso prima di che il ragazzone si era innamorato di lui.

L'aveva lasciato sui carboni ardenti per troppo tempo - anche se, di fatto, era solo qualche settimana - e poi lo aveva fatto aspettare, riempiendo quell'attesa di baci e carezze concessi in segreto.

La sua confusione aveva fatto soffrire la persona che più amava in assoluto: si faceva pena da solo.

"Almeno te ne sei consapevole!", sbottò la ragazza passando il quaderno di greco al suo legittimo proprietario, "Quella cojona de Anattoria fa tutta 'a caruccia co' una der seconno, mortacci sua! Che poi questa è pure etero, quinni manco me dovrei preoccupa', ma me ce rode troppo er culo!".

"L'amore fa schifo, è proprio 'na merda!", sentenziò Catullo sospirando malinconico, "Beato Virgilio, che nun c'ha 'sti problemi! Libero e felice: me mancano 'sti tempi de cazzaggio!".

"Io 'n realtà er ragazzo ce l'avrei" se ne uscì all'improvviso il diretto interessato con nonchalance.

E un silenzio sbigottito calò sulle loro teste, come se Omero avesse appena annunciato un compito di grammatica a sorpresa.


*Liber, XXI di Gaio Valerio Catullo. La traduzione (mia) è piuttosto libera per rendere in italiano la volgarità usata in latino.

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