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Capitolo LVIII

Virgilio aveva sentito tante volte nominare Cacciaguida: era il nonno del suo Dante e il ragazzino lo amava e lo rispettava più di suo padre, ma ne era anche intimorito e il solo pensiero di deluderlo lo mandava nel panico. Da quanto gli aveva raccontato in quei mesi, era un uomo vecchio stampo, di saldi principi morali, conservatore e, soprattutto, omofobo fino al midollo.

Virgilio se l'era, quindi, immaginato come una figura imponente, vigorosa, severa, una sorta di Figulo 2.0, ma non avrebbe potuto sbagliare di più: il vecchietto che li accolse calorosamente sulla porta era così esile che, in confronto, Mecenate era bello in carne. Aveva uno strano modo di muoversi, quasi a scatti, e non faceva altro che muovere le mani da una parte all'altra, gesticolando così tanto da sembrare buffo.

"E quindi voi siete i famosi amici romani di mio nipote, eh", esordì assestando una sonora pacca sulla schiena ad Orazio, "Non fa altro che parlare di voi e di quanto sia buona la vera carbonara: a quanto pare, la mia è falsa!".

"Non è che la tua sia falsa", lo corresse Dante imbarazzato, "Dico che quella fatta a Roma ha un sapore diverso".

"Poi se il cuoco è pure bravo a scopare..." commentò sottovoce Niccolò, venendo subito messo a tacere da una gomitata ben assestata di Giovanni.

"Sarà", continuò Cacciaguida spalancando platealmente le braccia, "Comunque, la pizza è pronta: andate a sedervi che ve la porto".

Il romano tirò un sospiro di sollievo. La presentazione più o meno c'era stata: il peggio era finalmente passato e doveva solo preoccuparsi - nell'ordine - di non fissare troppo quel gran figo del suo ragazzo, non dire nulla di compromettente, non fare la figura dell'asociale misantropo, sembrare affabile e respirare normalmente.

"No, er peggio arriva mo" si corresse mentalmente.

"Francesco!", urlò improvvisamente il vecchio rompendo i timpani di chiunque fosse nel raggio di un chilometro, "Molla fisica e vieni a cena!".

"Ma non sta già qua?" domandò ingenuamente Mecenate guardando prima Petrarca e poi Dante.

"Anche mio fratello si chiama Francesco" spiegò velocemente il fiorentino mettendosi a capotavola, anche se sapeva che così sarebbe stato molto lontano dal suo amato. Ma così doveva essere: se suo nonno avesse notato qualcosa, la sua vita sarebbe diventata un vero inferno.

"Quindi ci sono due Francesco nella tua vita. Ottimo, perfetto per non sbagliare con i nomi" commentò sarcastico il biondino prendendo posto.

"Tecnicamente sono tre", lo corresse Niccolò con aria saccente, "Anche il fratello di Gio si chiama Francesco".

"E che cazzo!", si lasciò sfuggire Orazio, tanto che il suo migliore amico e il suo ragazzo gli lanciarono delle fredde occhiate di rimprovero, "Ma poi non vi confondete?".

"Proprio voi parlate?", intervenne Francesco ridendo, "Da voi si chiamano tutti Caio o Gaio o qualcosa con -io!".

"Ed è proprio per questo che mi faccio chiamare Mecenate".

Ci fu un momento di silenzio: i fiorentini osservarono con occhi incuriositi e confusi Dante, che, da parte sua, non ci stava capendo nulla nemmeno lui e cercava una qualche risposta nel suo amato. Pessima idea quella, fissarlo per più di pochi istanti: aveva quell'espressione a metà tra il divertito e il nervoso che gli aveva visto più di una volta, quando si erano ritrovati a dover stare in mezzo alla gente e gli aveva sussurrato qualcosa di esilarante. Sapeva che tutta quella situazione - suo nonno, i suoi amici, quel dover stare per forza tutti quanti insieme in un posto che nemmeno conosceva - lo metteva fortemente a disagio ed era anche perfettamente consapevole che, se avesse potuto, sarebbe scappato via. Il fatto che, però, avesse accettato lo stesso di venire era sufficiente a fargli desiderare di tentare la fuga per poterlo baciare come avrebbe voluto.

"Io mi chiamo Gaio Cilnio Mecenate", spiegò il biondino notando le facce perplesse, "Gaio è troppo comune e mi fa sentire costretto ad essere sempre felice - il che non è il massimo per la salute mentale di chiunque. Cilnio, invece, fa semplicemente schifo, quindi Mecenate e basta".

"Aspe, mi stai dicendo che tu sei quel Mecenate?", chiese Niccolò accendendosi in volto, "L'amico di Ottaviano Augusto?".

"Non siamo più amici e...".

"Non me ne frega un cazzo di Augusto: mi sta sulle palle, più di Gio", lo interruppe il ragazzino con un entusiasmo incontenibile, "Tu conosci Tito Livio?".

"Ehm, sì" rispose Mecenate avvertendo come la sensazione che avrebbe dovuto rispondere di no.

"Maremma maiala!", imprecò l'altro tutto contento, "Io lo adoro! Non mi perdo un articolo di Ab Urbe Condita e so il suo blog a memoria! A memoria, letteralmente!".

"Arieccolo che ricomincia!" sbuffò esasperato Giovanni alzando gli occhi al cielo.

"Com'è dal vivo? Mi sembra così simpatico! E così colto! Scommetto che è...".

"Scommetti che niente: è una testa di cazzo di prima categoria", lo fermò subito trattenendo una smorfia di disgusto, "Livio è la persona più incoerente che conosca: fa tanto l'amicone con Augusto, ma in realtà lo disprezza da morire e, se potesse mandarlo a fanculo senza perderci, lo farebbe senz'altro. Lecca il culo che è una cosa assurda ed è un essere viscido. Sta simpatico alla gente solo perché ha un buon senso dell'umorismo, ma è di una volgarità assurda e parla come un bovaro. Okay che è veneto e quelli bestemmiano come intercalare - e pure noi qualche uscita empia ce l'abbiamo - ma lui proprio non conosce la decenza!".

Machiavelli rimase senza parole, non sapendo bene che cosa dovesse dire: il suo più grande mito era crollato davanti ai suoi occhi.

"Almeno così non scasserà più i maroni con quel blog del cazzo" commentò il festeggiato tirando un sospiro di sollievo.

"Non è che tu sia meglio di me, eh", gli rispose a tono il suo amico, "Pare che l'Eneide sia la cosa più bella mai scritta, che Omero in confronto gli spiccia casa!".

Virgilio pregò tutte le divinità esistenti di non arrossire e i Numi, per quella volta, furono benevoli: il suo incarnato rimase del suo solito rosato un po' pallido, nascondendo perfettamente il suo imbarazzo e la sua soddisfazione.

"Ma quindi lui ha veramente letto quella cosa lunghissima?", domandò Orazio esterrefatto e un po' offeso, "Noi due ti sopportiamo da quasi diciannove anni e niente, poi arriva questo, sbatte un po' le ciglia e la può leggere?".

"Il potere del cazzo" rispose maliziosamente Giovanni giusto un secondo prima che Cacciaguida arrivasse con la pizza.

"Francesco!", tuonò di nuovo Cacciaguida, "O scendi tu o vengo su io a dartele, le pizze!".

"Vado a picchiarlo io!", si propose Tana tutta pimpante prima di sparire su per le scale, "Essere inutile, preparati: vengo a farti a pezzi!".

"Francesco: scendi da solo o morirai! A me non cambia niente: male male che va, non dovrò più condividere la stanza!" gli suggerì suo fratello urlando.

"Io mica lo so che cosa devo fare con quel ragazzo", sospirò il vecchietto scuotendo il capo sconfortato, "Ai miei tempi bastavano due colpi di cinta e andava tutto bene! Quelli sì che erano bei tempi! Adesso li chiamano abusi. Abusi, giusto?".

Quella frase bastò a raggelare l'atmosfera, come se qualcuno avesse aperto improvvisamente la finestra in una notte di gennaio, facendo uscire tutto il tepore del caminetto e lasciando entrare il freddo di una bufera. Virgilio non poté fare a meno di notare come il suo amato si fosse fatto stranamente buio in volto e, per la prima volta, gli nacque il sospetto che quei suoi modi timidi e timorosi non fossero semplicemente dovuti al suo carattere.

"Se er peggio nun è questo, oggi me moro" pensò sforzandosi di non cercare con lo sguardo gli unici occhi che, in quel momento, avrebbero potuto farlo sentire un po' meglio.


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