Capitolo LV
"Ragazzi, è arrivato Mecenate!" urlò Claudia andando ad aprirgli la porta.
"Arrivemo!" le gridò di rimando suo figlio dalla sua camera.
Orazio finì di segnare frettolosamente gli ultimi versi della traduzione di greco, non curandosi se più tardi non sarebbe riuscito a leggerci un bel niente, visto l'aramaico antico in cui scriveva quando andava di corsa.
"Guarda che se aspetta 'n attimo de più nun te scappa!" lo prese in giro Virgilio inviando l'ennesimo messaggio a Dante.
"Detto da te poi, che se nun arrivi puntale a Termini a pija' er cosetto tuo vai ner pallone!" gli rispose con tono beffardo.
"Ma vaffanculo!", imprecò l'altro sorridendo, "Io er mio 'o posso vede' pochissimo, te 'nvece ce l'hai a du' passi! Mortacci tua!".
"Può sta a du' passi o 'n culonia: quanno te manca qualcuno, er magone è sempre 'o stesso", sentenziò il ragazzone stranamente serio, "Ora, io vado dar ragazzo mio: te fai 'n po' come cazzo te pare".
"Arrivo, arrivo, mortacci tua".
Non appena furono in corridoio, vennero investiti dall'odore di sofficini ai funghi e patatine fritte, quello stesso profumo che aveva avvolto come una coperta infinite serate della loro infanzia. Ma la testa di Orazio era troppo concentrata su altro per ripensare ai vecchi tempi: con la coda dell'occhio, infatti, aveva intravisto la figura smilza di Mecenate fare capolino dalla porta di casa.
Più lo guardava, più non poteva fare a meno di pensare che fosse la creatura più bella che avesse mai visto. Non avrebbe potuto spiegare il perché, né tantomeno come fosse possibile che lo avesse notato solo allora dopo tanti anni d'amicizia, ma restava il fatto che amava il modo in cui i suoi capelli si muovevano con lui mentre camminava o quando rideva così tanto da gettare la testa all'indietro o la fermezza inquietante ed eccitante con cui metteva tutti al loro posto.
"Ciao" lo salutò il biondino tutto sorridente.
"Ciao" gli fece eco l'altro con la sua stessa espressione da ebete.
"Proprio antisgamo, eh", commentò sottovoce Virgilio scuotendo il capo divertito, "'namo che 'e patatine fredde fanno schifo, su!".
Si ritrovarono tutti e cinque seduti al tavolo della cucina: Marco a capotavola, come al solito, con Orazio e Mecenate alla sua destra e Claudia e Virgilio alla sua sinistra. Ormai quell'assetto era consolidato da un pezzo e aveva di nuovo che permetteva ai due piccioncini di sfiorarsi le ginocchia sotto la tovaglia. Averlo così vicino era per Orazio una gioia immensa e, in quel momento, motivo d'incoraggiamento: stava per fare una cosa che non avrebbe mai pensato di fare in vita sua.
"Tengo 'na notizia da divve", esordì con finta nonchalance, "Pe' me è molto importante, quinni vorrei che me ascoltaste 'n attimo".
"Tesoro, tutto okay?" chiese subito sua madre preoccupata.
Il ragazzone fece un bel respiro profondo. Si sentiva addosso i loro sguardi interrogativi e per un istante pensò di tirarsi indietro all'ultimo: non c'era così tanta fretta, non era costretto a dirlo per forza. E poi aveva paura di dirlo, di come l'avrebbero presa i suoi: sebbene i presagi fossero positivi, c'era sempre il rischio che tutto cambiasse se era convolto lui, il loro ragazzo, loro figlio.
Poi avvertì qualcosa muoversi lentamente sotto al tavolo e sfiorarlo con dolcezza come per rassicurarlo: Mecenate gli stava stringendo la mano. Nemmeno lui sapeva che cosa avrebbe annunciato davanti a tutti, eppure aveva percepito la sua difficoltà e aveva voluto ricordargli che, qualsiasi cosa fosse successa, non sarebbe stato da solo. Quel semplice contatto riuscì a mettere in fuga le sue preoccupazioni: sapeva di essere pronto, ci aveva riflettuto per giorni, e credeva che fosse arrivato finalmente il momento giusto per dirlo.
"C'ho un ragazzo. Stamo 'nsieme".
Si udì lo stridio delle posate che cadevano sui piatti di ceramica e poi il silenzio. I suoi genitori lo osservavano stupiti e confusi, i suoi amici parevano urlargli con gli occhi: "Ma che cazzo stai a fa'? Ma nun ce potevi avvisa', mortacci tua?".
All'inizio si sentì incredibilmente sollevato: l'aveva detto, finalmente, e non avrebbe più dovuto nascondersi. Non ce la faceva più a fingere di essere etero e trattenersi dal fare commenti quando stava con loro.
Ma poi subentrò il panico. Perché tacevano? Perché non reagivano? Perché si limitavano a fissarlo con quell'espressione inquietante?
"Ma non ti piacevano le ragazze?" domandò Marco cercando di non sembrare indelicato.
"Sì, pa': so' bisessuale, non gay" gli rispose suo figlio sforzandosi di vincere il nodo che gli stringeva la gola.
"Ah, questo risolve molti punti in sospeso" commentò Claudia con aria sollevata.
"Che punti 'n sospeso?" chiese Orazio aggrottando le sopracciglia.
"Sei troppo calmo nell'ultimo periodo", gli spiegò suo padre rilassando i muscoli delle spalle, "Sei più tranquillo e più felice del solito. Non che prima fossi un musone, ma sei meno - come posso dire?".
"Esuberante", intervenne sua madre, "E sei meno brusco del solito".
"Sul serio?" domandò il ragazzo scettico.
"Sì" confermarono quasi in coro i suoi genitori.
"L'ho notata pure io 'sta cosa" aggiunse Virgilio tentando di non scoppiare a ridere.
"In ogni caso", riprese Claudia, "Siamo felici per te, tesoro".
"E ci devi far conoscere 'sto bardascio, eh!", commentò Marco assestandogli una pacca sulla spalla, "Devo assicurarmi che non sia uno scapestrato".
"In realtà già lo conoscete".
Mecenate gli strinse forte la mano sotto al tavolo per attirare la sua attenzione e gli lanciò un'occhiata interrogativa. Ma seriamente fai? Non era arrabbiato o preoccupato o offeso dal non essere stato avvertito prima - era troppo euforico per il fatto che il suo ragazzo avesse fatto coming out con i suoi e avesse detto loro che stava con qualcuno. Era sorpreso e soddisfatto e felice e non sembrava credere che tutto questo stesse accadendo sul serio, ma era davvero pronto a rivelare che si era fidanzato con il suo migliore amico? Bastò uno sguardo di Orazio per avere la conferma: sì, voleva davvero dire alla sua famiglia che era il suo ragazzo, che era il ragazzo di Mecenate.
"E chi è?" domandò Claudia incuriosita.
"So' io", rispose il biondino senza levare per un solo attimo gli occhi di dosso al ragazzone, "Io e Orazio stamo 'nsieme".
Seconda bomba sganciata, secondo silenzio assordante, ma che stavolta durò molto poco.
"Io lo sapevo!", esclamò compiaciuto Marco battendo un pugno sul tavolo, "Io te l'avevo detto che ultimamente 'sti due stavano tramando qualcosa!".
"'sti due tramano sempre qualcosa, amore", disse Claudia ridacchiando, "Ma in effetti è vero: ultimamente siete stati troppo strani, vi comportavate in modo sospetto, la porta sempre chiusa a chiave. Beh, mi pare ovvio che da adesso dovete sempre lasciarla socchiusa".
"Ah ma'!" protestò Orazio senza però perdere il suo buonumore.
"Ah ma' un bel niente, tesoro. La legge è uguale per tutti in questa casa: Virgilio e Dante hanno dormito insieme con la porta socchiusa e così farete voi ogni volta che vi apparterete! E adesso mangiate che se si fredda tutto è peccato!".
Il ragazzone rimase a bocca aperta a guardare i suoi genitori: l'avevano presa davvero bene, molto più del previsto, come se avesse detto di stare con una ragazza, e adesso si scambiavano sguardi complici e soddisfatti. E poi c'era quel deficiente di Virgilio, che se la stava ridendo sotto ai baffi e si avventava sui sofficini come se non mangiasse da mesi.
"Se nun fossimo a tavola co' i tuoi, te sbatterei ar muro e te bacerei fino a fatte mori d'asfissia" gli sussurrò all'improvviso Mecenate con voce suadente.
Orazio quasi si strozzò con le patatine che aveva in bocca, ma si sforzò di deglutire senza rischiare davvero di morire soffocato. Bevve un sorso d'acqua per mandare giù meglio il boccone e poi gli rispose qualcosa parlandogli all'orecchio.
"Che cazzo glie sta a di' mo a questo?" si chiese Virgilio notando come le guance del suo migliore amico si stessero imporporando con una certa velocità.
Avrai tutto er tempo de rimedia' più tardi. E credi a me: ar muro che finisci te, mica io.
Bạn đang đọc truyện trên: Truyen247.Pro