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Capitolo LIV

Emiliano rimase in silenzio, osservandolo con aria seria e preoccupata. Stava cercando di elaborare la mole assurda di informazioni che suo cugino aveva appena snocciolato tra le lacrime, investendolo con il suo triste singhiozzare come un fiume in piena.

Mecenate non aveva osato guardarlo in volto, temendo di leggervi quel disappunto e quella commiserazione che egli stesso provava ogni mattina specchiandosi in bagno: conosceva bene quell'espressione e quella sensazione di pietà e di disgusto, ma non l'avrebbe mai sopportata sul viso di suo cugino.

"Te prego, dimme 'ca cosa" lo supplicò con voce sofferente, non riuscendo più a tollerare quel suo tacere.

"Dico che è proprio una situazione del cazzo", sospirò il maggiore portandosi una mano alla fronte, "Ma ti piacciono proprio uguale? Non ce n'è uno che...".

"No, Emilia', no. Altrimenti avrei già risolto, no?", lo interruppe con quella foga che solo una disperazione profonda più alimentare, "Me piacciono 'n modo diverso, ma nun è che ce sta uno che me piace de più o de meno!".

"Cazzo!", imprecò l'altro a denti stretti, "Bella merda, cugi'! Però Batillo ti ha praticamente lasciato, quindi non vedo quale sia il problema: sta' con Orazio e basta!".

"Er problema è che me piacciono 'ntrambi! Ce stanno certi momenti 'n cui penso sur serio de molla' Orazio e corre da Batillo: questo è er problema! Io li voglio entrambi!".

Il minore si accorse di aver gridato solo quando si ritrovò a dover riprendere fiato. Non riusciva a capire che cosa lo prendesse negli ultimi tempi. Varo era sistemato per un bel po', Orazio lo riempiva di tenerezze e di baci, il fanzine stava andando alla grande e mancava poco alla fine della scuola: avrebbe dovuto essere felice ed entusiasta come pochi, ma invece non provava altro che angoscia e un senso d'oppressione, come se qualcuno l'avesse rinchiuso in una gabbia dorata in cui non poteva respirare.

"Ma non è che sei poli?" se ne uscì Emiliano alzando un sopracciglio.

"Non sono polisessuale, sono gay: su questo almeno non ci piove" rispose Mecenate seccato, non capendo il senso di quella domanda.

"Non intendo polisessuale: lo sappiamo tutti che sei gay fino al midollo, ormai è appurato", lo corresse suo cugino, "Intendevo dire poliamoroso".

Il biondino non seppe bene che cosa dire: non aveva mai preso in considerazione quella possibilità. Probabilmente perché, in realtà, della poliamorosità sapeva ben poco e quelle scarse nozioni che aveva erano più leggende metropolitane che dati di fatto.

All'inizio storse la bocca: non era uno di quelli che amava tenere il piede in due scarpe ed era impossibile amare allo stesso modo due persone contemporaneamente, no? O forse sì? D'altronde Orazio e Batillo gli piacevano allo stesso modo e contemporaneamente, seppur per cose completamente diverse: la dolcezza un po' brusca, il sorriso beffardo e gioviale, la vitalità dell'uno; la grazia, la tenerezza, i modi impacciati dell'altro.

Era davvero poliamoroso, quindi? Se fosse stato così, non avrebbe dovuto capirlo prima? Aveva scoperto di essere attratto dai ragazzi alle medie, avrebbe dovuto realizzare di essere poli più o meno nello stesso periodo, no? Ma non era mai stato davvero con qualcuno: aveva sempre avuto rapporti occasionali e l'unica vera crush prima di quei due era stata Augusto, quindi di fatto non aveva mai avuto materiale sufficiente a porsi il dilemma. Forse era poliamoroso sul serio?

"Oh, cugi', io te l'ho buttata lì: non mi andare in crisi adesso" ridacchiò nervosamente Emiliano notando il suo repentino cambio d'espressione.

"Nun sto a anna' 'n crisi" si difese Mecenate risultando più aggressivo di quanto avesse voluto.

"No, infatti, la tua faccia s'è fatta buia all'improvviso senza alcun motivo", lo smentì il maggiore, "Ripeto, te l'ho buttata lì: adesso non ti fissare, okay?". Gli scompigliò i capelli con fare affettuoso. "Adesso pensa solo alla maturità, che con i nodi concettuali rischi davvero di...".

"Lassa perde': sto a diventa' matto a fa' i collegamenti! Poi, tra Claudia, i prof e i miei, nun so chi me sta a mette' più ansia co' 'sta maturità der cazzo!".

"Da quant'è che non li vedi? I tuoi, dico" gli chiese sorridendo bonario, ma con un cipiglio che tradiva un certo turbamento.

"Da Pasqua, ma quanno se ricordano che c'hanno 'n figlio e me chiamano nun parlano d'altro!", rispose il minore con nonchalance, tanto era abituato alla loro assenza, "Mo stanno nun so dove a presenta' nun so cosa, dovrebbero torna' settimana prossima. Ma nun te preoccupa': me la cavo da solo. Me la so' sempre cavato da solo".

"Quindi non sanno che tu e Orazio...".

"No, ma che sei matto?", esclamò Mecenate, "Nun accettano er fatto che c'hanno pe' figlio 'na checca isterica effemminata, figuriamoci se dicessi che me so' messo co' er figlio de Claudia e Marco! Credime, sarebbe 'a volta bona che me cacciano de casa sur serio!".

"Sarebbe la volta buona che te ne andassi tu, piuttosto".

"Ma no, dai. Tanto è come se vivessi da solo. E poi 'ndo vado?".

"Da Orazio?".

"Se, va be', mo i Flacco so' er rifugio pe' li pori froci co' i drammi in famiglia!".

Emiliano rimase colpito dal tono con sui aveva detto quell'ultima frase. Suo cugino stava sorridendo, ma era un sorriso amaro, rassegnato, esasperato. Era il sorriso di chi aveva dovuto imparare a ridere delle proprie sciagure per non colare a picco negli abissi della propria anima. Avrebbe voluto poter fare qualcosa, avrebbe voluto potergli stare più vicino, avrebbe voluto lanciargli un salvagente.

"Puoi sempre venire a stare da noi", azzardò a proporgli pur conoscendo la risposta, "Tanto nonna Emilia ha ancora sistemata la camera di tuo padre: potresti andare a stare lì per un po'. Io e Polibio stiamo cercando casa insieme, quindi poi in caso...".

"Grazie, Emilia', ma nun posso accetta'", declinò l'offerta Mecenate con i suoi soliti modi affabili e gli occhi pieni di malinconia, "Tutta a vita mia sta ecco: c'ho Orazio, c'ho Virgilio, c'ho i Flacco, c'ho i ragazzi der fanzine. C'ho pure Marzia, 'n fondo, solo che nun la vado a trova' più de tanto che so 'mpicciato".

"A proposito, come sta la nostra vecchietta sprint preferita?" colse la palla al balzo il maggiore, che non riusciva più a sostenere quel discorso.

"Male, come può sta'?", sospirò, "Nun le resta molto tempo, Emilia'. Mesi, forse settimane: er core nun regge più. Virgilio se sta a illude' che saranno mesi, ma so' settimane: le analisi nun mentono. Mo sta 'n sto centro ar Labaro, che è pure bono, ma sta veramente 'n culonia. Virgilio ce mette 'n'ora de macchina solo pe' anna' giù. Cerca de annacce er più possibile pe' nun lassalla da sola, ma nun ce la può fa': è umano pure lui. Però armeno mo c'ha Claudia e Marco che glie danno 'na mano".

"Figulo?".

"Ancora nun se parlano".

"Bella merda pure lui, eh".

"Qua stamo tutti n''a merda", lo corresse Mecenate amareggiato, "Pure Orazio: glie stanno tutti a mette prescia pe' l'accademia e 'a patente e pe' l'esame. C'ha pure matematica e fisica sotto".

"E non gli puoi dare una mano tu?" domandò Emiliano senza malizia.

"Seh, va be: ciao core!", esclamò l'altro sorridendo, "C'ho provato, fidate: semo finiti a pomicia' sur letto suo".

"Avrei dovuto prevederlo", ridacchiò divertito, "Comunque io devo andare: mi devo vedere con Polibio al Gianicolo tra mezz'ora e c'è un traffico che uccide!".

"Ma tu e Polibio..." insinuò maliziosamente il minore mentre lo accompagnava alla porta.

"Daje, Mecena': io so' etero!".

"Pure Orazio era etero, però glie piace molto quanno...".

"No, non lo voglio sapere!" gridò il maggiore portandosi le mani sulle orecchie.

Mecenate rise di cuore per quella reazione e lo abbracciò stretto più che mai.

"Grazie" mormorò.

"Ma figurati: a che servono i cugini sennò? Però te falla una cazzo di chiamata ogni tanto, okay?".

"Veramente m'hai rassicurato e cazziato 'n 'na botta?" commentò basito.

"Superpoteri da fratello maggiore" concluse l'altro facendolo ridere di nuovo.

Ma quel buonumore sparì improvvisamente non appena Emiliano sparì dietro alle porte dell'ascensore: allora Mecenate fu di nuovo solo con i suoi pensieri. E quella notte la valeriana non gli bastò. Aveva un nuovo dilemma da risolvere: neanche la morfina a quel punto sarebbe riuscita a concedergli qualche ora di sonno, perché nulla allontana Morfeo come una crisi esistenziale.

E lui ne stava per vivere una bella grossa.

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