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Capitolo IV

I tre arrivarono un po' barcollanti da Anu, la loro kebabbara di fiducia. Era notte fonda, anche se c'era ancora movimento in giro e le macchine non smettevano di sfilare veloci sul lungotevere. Presero il solito e si sedettero ad uno dei tavolini di plastica gialla sistemati nel locale.

"Dio benedica chi ha 'nventato er kebab!" esclamò Orazio addentando famelico il suo.

"Ringrazia Dio che er vecchio nun ce sta, altrimenti cor cazzo che t''o magnavi" commentò Mecenate, che sopportava malvolentieri le sbronze del suo amico.

Puntualmente, infatti, tutte le volte Orazio si ubriacava fino a stare male e lui e Virgilio erano costretti a portarlo via prima che rischiasse di collassare. Di solito lo portavano lì, lo facevano ricomporre un po' e poi lo riaccompagnavano a casa, nella speranza che suo padre non si accorgesse che il figlio fosse in condizioni al limite del pietoso. Anu, ormai, ci aveva fatto l'abitudine e non si preoccupava più come una volta delle uscite infelici che Orazio aveva da sbronzo, ma il vecchio Raj, il proprietario del locale e suo zio, non voleva rogne e li cacciava sempre non appena li vedeva entrare in preda ai fumi dell'alcol.

"Quale grande dolore dovemo annega' stavolta?" chiese Virgilio sarcastico, sapendo fin troppo bene che il suo amico beveva per dimenticare qualsiasi cosa, anche la più stupida.

"Nun ho rimorchiato Lidia" rispose l'altro pulendosi sulla manica della giacca i rimasugli della salsa allo yogurt che gli erano rimasti sulla bocca.

"E quinni? Er monno è pieno de figa" commentò Mecenate provando a nascondere la sua esasperazione.

"Nun so' sta' fidanzato e mo nun riesco manco a rimorchia': è stressante, aoh!", si spiegò meglio Orazio.

"Se facessimo così tutte 'e sere che 'namo 'n bianco, a 'sto punto ce trovavi a bucacce sotto a 'n ponte" ci scherzò su Virgilio per sdrammatizzare.

Orazio sorrise, ma, comunque la mettessero loro, i fatti restavano quelli: ultimamente la sua vita sentimentale gli faceva abbastanza schifo. Si sentiva con una, ci usciva un paio di volte, ci andava a letto, poi gli andava tutto in puzza e la piantava lì. Cercava sempre di essere gentile, ovviamente, ma puntualmente finiva per ferire la ragazza in questione e si sentiva un verme per non essere in grado di mantenere una relazione sana e normale.

"Ma nun te stavi a senti' co' Cloe der secondo C?" domandò Mecenate.

"L'ho accannata".

"E perché? Tanto caruccia è".

"Perché m'ha detto che me ama" rispose sbuffando.

"Cazzo, oh! Dopo du' settimane? So' precoci 'ste piccolette, eh" commentò Virgilio, che non riusciva nemmeno a comprendere bene che cosa ci trovassero in lui.

Aveva un bel faccino e un buon senso dell'umorismo, questo doveva ammetterlo, ma diventava sboccato non appena entrava un po' in confidenza e spesso si comportava come un perfetto idiota. Virgilio pensò che, se non lo avesse conosciuto dall'asilo e non avesse saputo che quella era tutta una montatura, molto probabilmente gli sarebbe stato antipatico esattamente come Ovidio.

"Ma possibile che te nun te 'nnamori mai: tra tutte quelle che te ronzano attorno nun ce ne sta una che te fa scapoccia'?" continuò Mecenate, provando a farlo parlare dei suoi sentimenti una volta tanto.

"Ma io le amo tutte, Mecena', te giuro!", esclamò sconfortato l'altro, "Però mica ce la faccio a stacce 'nsieme: è più forte de me! Me sento pure 'n colpa pe' 'sta cosa! Me mento proprio 'no stronzo!".

E forse in fondo un po' lo era, anche senza volerlo, ma non era il caso di farglielo notare.

"Nun te devi senti' 'n colpa, su. Sei fatto così: nun sei da storia seria" lo confortò Virgilio stringendogli le spalle con un braccio.

Orazio sospirò di nuovo: continuava a sentirsi una merda, ma avere i suoi amici lì con lui a sostenerlo lo faceva stare un tantino meglio. Magari non era davvero colpa sua se non si voleva impegnare, ma comunque si sentiva in torto, come se fosse suo dovere trovare una ragazza fissa.

"Poi come è annata a fini' co' Augusto?" chiese Orazio a Mecenate per cambiare discorso.

"Male, come doveva anna'?" rispose sbuffando Mecenate, che non aveva la minima voglia di ripensare a quanto accaduto.

Si sentiva incredibilmente stupido per aver solo pensato di avere una possibilità con Augusto, con quel ragazzo che ovviamente lo vedeva solo come un amico, che lo avrebbe sempre visto solo come un amico.

"Eh dicce, no?" lo incoraggiò Virgilio.

"Nun me va de parlarne".

"Secondo me ne devi parla', altrimenti te senti 'na merda" disse Orazio.

"E potemo insulta' quer cojone 'nsieme" aggiunse Virgilio.

Mecenate non voleva davvero raccontare nulla, non voleva fare la figura del fesso illuso: ma, d'altronde, se era sicuro di una cosa era che, nonostante le loro battute, i suoi amici non lo giudicavano e ci sarebbero stati sempre e comunque. Era così da una vita e lo sarebbe stato per sempre.

"Eh niente", incominciò, "L'ho un po' consolato, ho sputtanato un po' Scribonia e ho cercato de esse' de supporto. Poi lui se n'è uscito che l'avrebbe fatta 'ngelosi', però nun sapeva co' chi, visto che c'ha 'n carattere de merda".

"E in effetti c'ha ragione" puntualizzò Orazio.

"C'avevo 'na mezza idea de dichiaramme stile Catullo, co' i paroloni e tutti er resto".

"Dimme che nun l'hai fatto, te prego" lo interruppe Virgilio preoccupato.

"No: me so' sentito 'na merda solo a pensacce. Quello stava a soffri' davvero come 'n cane: nun me annava de approfitta' d''a situazione pe' adescallo".

"E quinni c'hai fatto?".

"Gl'ho detto che magari 'a persona giusta stava davanti agli occhi sua e...".

"Aspe', famme capi': te sei praticamente proposto come ripiego?", domandò perplesso Orazio, "Ma quanto puoi esse' sottone?".

Virgilio lo rimproverò con uno dei suoi sguardi assassini.

"Oh, sarò sottone, ma armeno ce so' annato delicatissimo. Comunque me s'è avvicinato e m'ha detto che c'ho du' occhi bellissimi e che so' 'na persona meravigliosa. Pensavo me volesse bacia', ma poi s'è messo a parla' de una ed è annato a rimorchialla".

Mecenate finì di parlare e si mise a giocare nervosamente con la stagnola del suo kebab. Ora che lo aveva raccontato agli altri, si rendeva conto di quanto fosse stato pietoso e di come si fosse illuso: quante volte era stato così vicino a Virgilio o ad Orazio, ma non aveva mai pensato che ci stessero provando con lui!

"Io l'ho sempre detto che Augusto è 'n cojone" commentò Virgilio.

"Sei 'na persona meravigliosa. C'hai du' occhi bellissimi. Ma vaffaculo, lui e tutto er giro suo! Ma che te sta' a pija pe' er culo?" borbottò Orazio, che non sopportava l'idea che qualcuno si prendesse gioco del suo amico così.

"Questo c''o sa che te piace, su. E c'ha fatto pure lo stronzo!" esclamò l'altro.

"Nun credo che sappia che me piace" lo corresse Mecenate.

"Questo 'o dici te! Guarda che da ubriaco te se legge 'n faccia quello che pensi", disse Virgilio, "Tipo, mo' pensi' che 'sto a di' 'n sacco de cazzate".

"Nun ce vole 'na laurea, eh" commentò Mecenate leggermente seccato.

"Boni, che se fate a botte so' cazzi pe' tutti e tre", intervenne Orazio per placare gli animi, "Piuttosto, Virgi', te ch'hai fatto? Nun me di' ch'hai fatto l'asociale pe' tutta 'a sera!".

"E 'nvece no. Me so' fatto du' chiacchiere" lo smentì trionfante il suo amico, che non amava passare sempre per quello misantropo, anche se era davvero molto riservato.

"Co' una?" cominciò ad investigare Orazio con aria maliziosa.

"No, co' uno de Firenze".

"E che ve siete detti?" domandò Mecenate, che era piuttosto sorpreso che Virgilio avesse messo da parte per un istante la sua ansia sociale.

"Se stava a lamenta' ch''a tipa l'ha rifiutato e l'ho convinto a falla 'ngelosi'" proseguì l'altro con falsa noncuranza.

"Te che dai consigli d'amore? Nun ce credo manco se te vedo!" esclamò sarcastico Mecenate.

"E 'nvece sì, miscredenti!" gridò soddisfatto facendo spaventare Anu.

"Raga, boni eh. Se no scenne mi' zio e so' cazzi pe' tutti" li rimproverò la ragazza continuando a pulire il bancone.

Virgilio si scusò un po' imbarazzato e i tre decisero di levare le tende e lasciare che Anu chiudesse il locale.

"Come se chiama 'sto tipo?" chiese Mecenate finendosi di allacciare il cappotto.

"Se chiama Dante".

"Alighieri?" domandò Orazio sgranando gli occhi.

"Che cazzo ne so. Perché?" rispose Virgilio allarmato dall'espressione del suo amico.

"No, niente", rispose Orazio con un sorriso sornione, "Comunque me sa che ce la faccio a torna' a casa da solo".

"Nun ce prova': tu vieni a dormi' da me, punto e basta. Se no tu padre te sgama subito: se sente 'a puzza d''a maria da du' chilometri" disse irremovibile Virgilio.

"C'ha ragione: tu padre è 'na guardia e se 'nsospettisce pe' 'n cazzo" lo appoggiò Mecenate.

"E va bene! Però che palle che siete voi due!".

I tre cominciarono a passeggiare a braccetto ed ad intonare a mezza voce qualche canzonetta per restare allegri.

"Fatece largo che passamo noi, li giovanotti de 'sta Roma bella! Semo ragazzi fatti cor pennello e le ragazze famo 'nnamora'!" cominciò a cantare Orazio alzando la voce più del dovuto.

"E li ragazzi famo 'nnammora'" si agganciò Mecenate prima che tutti e tre attaccassero a stonare il ritornello.

"Ma che ce frega, ma che ce 'mporta, se l'oste nel vino c'ha messo l'acqua. E noi glie dimo, e noi glie famo: c'hai messo l'acqua e nun te pagamo!".

Continuarono a cantare, a ridere e a scherzare, non curandosi degli sguardi dei passanti, che li guardavano chi con un'aria bonaria e chi con un certo sdegno. Non appena la casa di Mecenate fu abbastanza vicina, cominciarono a correre, facendo a gara per vedere chi sarebbe arrivato per primo, cercando di non inciampare e di non scontrarsi. Come sempre, vinse proprio Mecenate, che correva come una gazzella con quelle sue gambette secche e lunghe.

Salutato Mecenate, gli altri due si diressero verso casa di Virgilio, che era a sole due vie di distanza.

"Ma sicuro che posso dormi' da te? Nun ce sta tu padre?" domandò Orazio.

"Ma levate: quello starà più ubriaco de noi!" commentò amaramente l'altro.

Quando finalmente rientrarono, la prima cosa che videro era Marzia, addormentata sulla sua poltrona, con la televisione ancora accesa e il lavoro a maglia sulle gambe. Il nipote la spense e coprì sua nonna come meglio poteva con una coperta.

Suo padre non era rientrato nemmeno quella sera.

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