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Capitolo III

Virgilio si sentiva un po' meglio, ma non aveva la minima voglia di ritornare dentro: si sentiva stranamente malinconico e sentiva il bisogno di starsene per un po' per conto suo, pensando a quanto facesse schifo la sua vita. Suo padre non si interessava a lui e, se anche lo faceva, non perdeva l'occasione di sottolineargli quanto fosse una delusione per lui. Sua madre gli mancava da morire. I suoi amici erano tutti in preda a passioni amorose, ma lui nemmeno sapeva se sarebbe mai stato in grado di provare qualcosa di simile, cinico e razionale com'era. Flusso malinconico da sbronza: così lo chiamava Orazio e un nome più azzeccato non ci poteva essere.

All'improvviso la portafinestra si aprì e ne uscì fuori un ragazzino con un berretto rosso e un paio di pantaloni palesemente non suoi, tanto erano grandi per il suo corpicino smilzo.

"Guarda te mo se Ovidio nun s'è dato alla pederastia" pensò Virgilio.

Era davvero uno scricciolo, probabilmente faceva il primo, massimo il secondo anno, e aveva il naso aquilino più strano che avesse mai visto. Sentendosi osservato, il nuovo arrivato alzò lo sguardo verso l'altro e, rendendosi conto di non essere solo, cercò un pretesto per attaccare bottone.

"Ehi", gli disse tirando fuori dalla felpa una sigaretta, "Hai da accendere?".

"No" rispose Virgilio salutando definitivamente la sua solitudine.

L'altro si tastò le tasche alla ricerca di qualcosa e tirò fuori un accendino fucsia.

"Questi bastardi si nascondono sempre ovunque", commentò sorridendo mentre si accendeva la sigaretta, "Maremma maiala, ogni volta devo scroccarne uno in giro!".

C'era qualcosa di strano in quel ragazzino, non riusciva proprio ad inquadrarlo. Solitamente quelli del ginnasio si atteggiavano da gran fighi mentre fumavano, credendo di farsi belli con l'aria da bad boy, un po' come avevano sempre fatto Ovidio e Tibullo, ma non lui: se ne stava appoggiato al muretto del terrazzino con aria colpevole, come se il fatto di fumare davanti a qualcuno fosse profondamente sbagliato.

"Vuoi un tiro", gli domandò, "Tranquillo che è tabacco".

"Io nun fumo" rispose l'altro più scortese di quanto volesse.

Il ragazzino alzò le spalle e tornò a fumare, le mani gli tremavano leggermente a causa del freddo.

"Pure te qui perché i tuoi amici conoscono quel pazzo del padrone di casa?" gli chiese aspirando tutte le c.

"Ovidio nun è pazzo, è proprio cojone" lo corresse Virgilio con tono distaccato, anche se quel pischello iniziava a stargli simpatico.

"Con cosa ti hanno convinto?".

"L'alcol, direi. Te?".

"C'è la tipa che mi piace", sospirò abbassando un po' lo sguardo, arrossendo leggermente, "Beatrice Portinari, non so se hai presente chi è".

"Mai sentita".

"Forse perché siamo di Firenze, però comunque Bea viene giù spesso perché è amica di Corinna".

Virgilio rimase colpito dal modo in cui aveva pronunciato quel nome, quasi sospirandolo, come se quelle tre lettere racchiudessero un sentimento potente tra la disperazione totale e l'amore più profondo. 

"Conosci Corinna, sì?" continuò il ragazzino per rompere il silenzio che era sceso tra loro due.

"Sarebbe strano se nun 'a conoscessi" commentò l'altro sorridendo, un po' divertito dall'ambiguità di quella domanda.

"Allora conosci anche Beatrice: figa e mezza snob. Tanto gentile e tanto onesta pare, ma è proprio una stronza. Adorabili certe ragazze, non trovi?".

Virgilio non riusciva a capire se fosse ironico o meno: per tutto il tempo in cui avevano parlato, i suoi occhi erano stati incredibilmente lucidi e non riusciva a capire se fossero i fumi dell'alcol o lacrime.

"Da mori', guarda" gli rispose sarcastico.

"I miei amici dicono che non ho possibilità con lei perché sono troppo timido e mi impiccio sempre a parlare quando c'è lei", cominciò a raccontare sbiascicando un po' le parole, "Però lei mi piace proprio tanto. Non riesco a tenerci una conversazione, questo è vero, però mi piace moltissimo. Stasera mi sono fatto coraggio e mi sono dichiarato, ma mi ha dato picche, Maremma maiala! Capisci?".

Virgilio non capiva in realtà quello che provava quel ragazzino, ma sentì un'improvvisa ondata di affetto per lui e avvertiva lo strano desiderio di abbracciarlo, ma si diede un contegno e rimase seduto al suo posto a guardarlo. Era palesemente alticcio e, probabilmente, con qualche litro di alcol in meno in circolo, era davvero timido come affermava, anche se la sua parlantina sembrava smentirlo.

"Nun te preoccupa': er monno è pieno de figa. Capace pure che te metti co' una, quella se 'ngelosisce e ve mettete 'nsieme" provò a consolarlo ripetendo uno dei tanti ragionamenti che aveva sentito da Orazio.

"Dici che dovrei farla ingelosire?".

"Provace. Male che va te trovi 'n'altra".

"Magari ci proverò, grazie mille per il consiglio".

"Ma figurate" riuscì a dire Virgilio prima che Catullo spalancasse la portafinestra.

"Meno male che t'ho trovato! Vieni che Orazio sta a vomita' l'anima. Mecenate glie sta a regge' i capelli" gli spiegò urlando.

Virgilio sospirò: tutte le volte andava a finire così e il Carpe diem lo portava dritto con la testa nel cesso.

"Vengo, vengo" borbottò alzandosi in piedi e pregando che le gambe non gli cedessero.

Fece un cenno di saluto al ragazzino e rientrò nel caos della festa. Quella musica era davvero infernale e la testa riprese a girargli. Si fece largo in mezzo alla gente sudata, cercando di non urtare nessuno, poi qualcuno lo trattenne per un braccio. Si girò e vide quel ragazzino.

"Come hai detto che ti chiami?" gli domandò urlando per sovrastare quel casino.

Virgilio sorrise per la dolcezza un po' ingenua e infantile di quel tipetto, che l'aveva rincorso per fargli quella unica domanda.

"Nun l'ho detto. Me chiamo Virgilio".

Il ragazzino spalancò gli occhi, come se avesse ricevuto la più grande delle sorprese.

"Io sono Dante" disse un po' farfugliando.

Virgilio gli diede un paio di pacche sulle spalle, gli urlo un "ce beccamo 'n giro" e seguì Catullo verso il bagno in fondo al corridoio.

"Ma quanto cazzo hai bevuto!" esclamò osservando la scena pietosa che si presentava davanti ai suoi occhi.

Orazio era in ginocchio, per terra, con la faccia nel water, vomitando chissà cosa. Mecenate, ritto dietro a lui, provava come meglio poteva a tenergli i capelli lontano dalla bocca e gli stava pulendo del vomito dalla giacca con della carta igienica.

"Nun sta' lì a guardacce e damme 'na mano a fallo mette 'n piedi, cojone" brontolò Mecenate, che quando era ubriaco e scocciato diventava volgare in una maniera terrificante.

In due lo presero per le ascelle e lo portarono al lavandino per sciacquargli la faccia.

"Ma Properzio?" chiese Virgilio.

"A scopa' co' Cinzia, secondo te?", rispose l'altro arrabbiato, "Questo tocca portallo via prima che ce sviene ecco".

"Ho fame" riuscì a dire Orazio tra un mugugno e l'altro.

"Hai appena vomitato, nun me pare er caso" sentenziò Virgilio.

"Ma io c'ho fame, mortacci vostra", continuò a lagnarsi come un ragazzino, "Devo schimica'!".

Mecenate alzò gli occhi al cielo sbuffando e, cercando di trattenere il disgusto, gli sentì il fiato: Orazio aveva chiaramente fumato erba.

"Da chi l'hai presta stavolta, deficie'?" domandò con tono inquisitorio.

"Da li Greci, scemo" rispose Orazio provando a mettersi in piedi da solo.

"Ma che c'avevi dubbi?" commentò Virgilio.

"Ma perché devi sempre strafa', dico io, li mortacci tua!" lo sgridò Mecenate.

"Perché così scopo de sicuro!" urlò l'altro cercando di far valere le sue ragioni.

"Ma fatte 'na sega come tutti, no?".

"Ma vaffanculo, Mecena'!".

"Raga, state boni tutti e due!", si intromise Virgilio per placare gli animi, "Mo famo come dico io e zitti tutti. 'namo dar kebabbaro, tanto Anu dovrebbe esse' ancora aperta a 'st'ora. Se magna e nun sbocca, stamo pace co' a maria perché schimica e lo portamo a dormi' da me. Se magna e sbocca, stamo pace co' 'a sbronza e trovamo 'n modo pe' fallo schimica'. Va be'?".

"No!" gridò Orazio uscendo da solo dal bagno mezzo barcollante.

"Voi anna' a casa così e fatte becca' da tu' padre?" lo minacciò Mecenate.

"Ma che sei matto: quello è 'na guardia e me scrocia!" gli rispose l'altro.

"Allora statte bono e dacce retta: 'namo da Anu" disse Virgilio con una serietà che non ammetteva repliche.

Orazio sbuffò e annuì col capo, anche se la sola idea di sentire l'odore di quel posto gli faceva tornare la voglia di vomitare. Virgilio e Mecenate gli si misero accanto per evitare che cadesse e si avviarono verso l'uscita.

"Che stai già finito, piccole'?" commentò con cattiveria Cicerone vedendolo bianco come un cadavere.

"Nun ce rompe er cazzo, Marcoli'" lo mise a tacere Mecenate lanciandogli uno dei suoi sguardi assassini prima di chiudere la porta dell'ascensore.

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