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Capitolo 48: La solitudine e la scoperta

POV SARAH

Il silenzio mi circondava come una coperta pesante, eppure, in qualche modo, era l'unica cosa che mi faceva sentire al sicuro. Il cavallo era ben legato e al sicuro, e nonostante la paura che mi aveva assalito appena sceso dal cavallo, ora c'era solo una sensazione di calma. Eppure non era la calma di chi è tranquillo, ma quella di chi sta cercando di rimanere lucido, nonostante la confusione che sentivo crescere dentro di me.

Mi guardai attorno. L'edificio davanti a me sembrava un vecchio laboratorio, o forse una fabbrica. Le pareti erano scrostate e coperte di muschio, i vetri rotti da tempo. Non c'era nessuna traccia di vita, solo il fischio del vento che si infilava tra le fessure. Mi sentivo piccola, insignificante, mentre mi addentravo in quello che sembrava un luogo dimenticato da tutti. Ma io non ero lì per il posto. Ero lì per le risposte.

Ripensai a tutto. A come ero arrivata in quel mondo, a cosa stavo cercando. Quella maledetta mappa che avevo trovato insieme ai fogli. Le informazioni che, alla fine, mi avevano spinta ad allontanarmi dal Ranch. Non potevo più restare lì, non senza sapere la verità. Non senza capire perché fossi finita lì e cosa davvero fosse successo. Non era solo il bisogno di scoprire la verità che mi spingeva, ma anche la sensazione che, in qualche modo, il mio destino fosse legato a quel posto.

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Mentre camminavo all'interno di quel laboratorio abbandonato, ogni passo sembrava farmi entrare più a fondo in un mondo che non conoscevo. Ogni angolo, ogni stanza, sembravano nascondere segreti. Sapevo che dovevo essere cauta. I vaganti non erano l'unica minaccia. Quel posto aveva un'energia strana, come se qualcuno fosse stato lì prima di me, come se non fossi davvero sola.

Un rumore sordo mi fece voltare di scatto. Non erano i vaganti, ma qualcosa di più. Sentii il respiro farsi più affannoso, i battiti del cuore accelerare. Guardai l'ingresso, ma non vidi nulla. Solo l'ombra che si allungava su un pavimento polveroso. Mi avvicinai piano, il fiato sospeso.

Ma non avevo scelta. Dovevo andare avanti. Dovevo trovare ciò che avevo cercato, anche se questo significava rischiare di essere catturata, o peggio. Una parte di me si chiedeva se stavo facendo la cosa giusta. Ma l'altra, quella più forte, sapeva che non potevo più tornare indietro. Non dopo tutto quello che avevo scoperto.

Mi fermai davanti a una porta rotta, i pezzi di legno sparsi sul pavimento. Era tutto abbandonato, ma l'atmosfera mi dava una strana sensazione. Dietro quella porta, qualcosa mi chiamava. Sapevo che se avessi varcato quella soglia, avrei trovato ciò che cercavo, ma mi chiesi se ero pronta a scoprire davvero la verità.

Il mio cuore batteva all'impazzata mentre mi avvicinavo, ma non avevo scelta. Dovevo sapere. Spinsi la porta e, con il respiro che mi mancava, entrai.

Il buio avvolgeva la stanza, ma la luce che filtrava dalle fessure nella parete mi permetteva di vedere qualche strano oggetto abbandonato. Cartelle, documenti sparsi, qualcosa che sembrava... più di quello che avevo visto prima. Mi accovacciai e cominciai a rovistare tra i fogli. Non avrei dovuto farlo, ma la curiosità era troppo forte. Ogni informazione che potevo trovare, ogni dettaglio che mi avrebbe portato più vicina alla risposta, era essenziale.

Poi, tra tutti quei fogli, trovai qualcosa che mi fece gelare il sangue. Era un nome. Un nome che avevo sentito prima, ma che non avrei mai pensato di ritrovare in quel posto. Non era solo una coincidenza. Era la conferma di quello che avevo temuto per tutto quel tempo.

Tutto stava diventando più chiaro, eppure più confuso allo stesso tempo. Avevo scoperto qualcosa che mi cambiava tutto, che cambiava tutto quello che pensavo di sapere. Non ero qui per caso. La mia presenza, in qualche modo, faceva parte di un piano molto più grande di me.

Un rumore improvviso mi fece voltare di scatto. Non ero più sola.

Era tardi. E io non avevo più tempo.

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