Capitolo 3: Il patto non detto
La tensione tra me e Troy cresceva ogni giorno. Era una corda sottile, tesa tra provocazioni e momenti inaspettati di intimità, una linea che nessuno dei due sembrava disposto a varcare. Tuttavia, con il tempo, iniziai a capire una cosa fondamentale: il mondo al di fuori del Ranch era un inferno, ma il vero pericolo si celava sempre nelle persone. E Troy Otto, con il suo carisma oscuro e la sua mente imprevedibile, era sia un'arma che un enigma.
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Era metà pomeriggio quando fui convocata nell'edificio principale. Jeremiah Otto, il patriarca del Ranch e padre di Troy, voleva parlare con me. Non avevo idea del motivo, ma l'ansia mi stringeva lo stomaco. Quando entrai, Troy era lì, seduto su una sedia nell'angolo, con un'aria disinteressata che non riusciva a mascherare del tutto.
"Sarah," iniziò Jeremiah, la sua voce bassa ma autoritaria, "sei qui da qualche settimana ormai. Mi sembra che ti stia adattando, ma vorrei sapere qualcosa in più su di te. Chi eri prima di arrivare qui?"
Mi irrigidii. Era una domanda che temevo. Come potevo spiegare che venivo da un altro mondo? Che tutto ciò che conoscevano era per me fiction? Mi sforzai di mantenere la calma.
"Non c'è molto da dire," risposi. "Ero sola. Ho vagato nel deserto fino a quando non sono crollata."
Jeremiah mi fissò con attenzione, come se cercasse di scavare nella mia anima. Troy non parlò, ma il suo sguardo su di me era penetrante.
"E non hai nessuno?" continuò Jeremiah. "Nessuna famiglia? Nessun amico là fuori?"
Scossi la testa. "No. Sono sola."
Jeremiah annuì lentamente, come se accettasse la mia risposta. "Qui al Ranch, proteggiamo chi si dimostra utile. Se vuoi restare, dovrai guadagnarti il tuo posto."
Prima che potessi rispondere, Troy si alzò dalla sedia. "Non preoccuparti, papà. Mi assicurerò che impari."
Le sue parole mi colpirono come una lama. Non sapevo se fosse una promessa o una minaccia, ma il modo in cui mi guardava mi fece capire che non avevo scelta.
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La mia "formazione" con Troy divenne più intensa nei giorni successivi. Mi portava con sé fuori dal Ranch, nei territori selvaggi dove il pericolo era costante. Era brutale, inflessibile, ma ogni lezione mi rendeva più forte.
Un pomeriggio, ci trovammo di fronte a un piccolo gruppo di vaganti. Non erano molti, ma abbastanza da farmi venire un nodo alla gola.
"Prendili" disse Troy, porgendomi un coltello.
Lo fissai, incredula. "Sei serio?"
"Se non lo fai, morirai," rispose con calma. "O muoiono loro, o muori tu. Scegli."
Non avevo tempo per pensare. I vaganti si avvicinavano, i loro gemiti gutturali riempivano l'aria. Presi il coltello con le mani tremanti e avanzai. Il primo colpo andò storto, colpii troppo in basso, ma Troy era dietro di me.
"Alla testa, Sarah" sussurrò, la sua voce fredda come acciaio.
Radunai tutto il mio coraggio e colpii di nuovo, questa volta centrando il cranio. Il vagante crollò a terra, ma non mi lasciai il tempo di pensare. Mi girai verso il prossimo ancora. Quando l'ultimo cadde, mi accasciai a terra, esausta.
Troy si chinò accanto a me, osservandomi con un'espressione strana. "Hai fatto bene."
Non era una lode, non nel senso convenzionale, ma per lui era il massimo che avrei potuto ottenere.
"Perché fai questo?" chiesi, ansimando.
"Perché devi sopravvivere" rispose semplicemente. Poi si alzò e mi porse la mano.
Esitai per un istante, ma alla fine la presi. Le sue dita erano callose, ma il contatto era sorprendentemente caldo.
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Quella notte, di ritorno al Ranch, non riuscivo a dormire. Continuavo a pensare a quel momento, a quel contatto fugace. Troy era un enigma, sì, ma per la prima volta iniziai a intravedere qualcosa dietro la maschera.
Quando uscii dalla mia stanza per prendere un po' d'aria, lo trovai seduto accanto al fuoco, da solo. Aveva uno sguardo distante, come se stesse combattendo una battaglia dentro di sé.
"Non riesci a dormire?" chiesi, avvicinandomi.
Alzò lo sguardo, sorpreso di vedermi.
"Nemmeno tu, a quanto pare."
Mi sedetti accanto a lui, mantenendo una certa distanza. "Grazie... per oggi."
Lui annuì, ma non disse nulla.
"Davvero, Troy," insistetti. "Non so perché ti importi se io impari o no, ma grazie."
Il suo sguardo si fece serio. "Non è che mi importi, Sarah. È che, nel nostro mondo, dipendiamo gli uni dagli altri. Se sei debole, sei un rischio per tutti. Se impari, tutti hanno una possibilità in più di sopravvivere."
C'era una logica brutale nelle sue parole, ma anche un filo di vulnerabilità che non avevo mai visto prima. Era un uomo spezzato, consumato dal mondo in cui viveva, ma non del tutto privo di umanità.
"E tu? Chi sei auando non devi sopravvivere?" chiesi, senza nemmeno rendermi conto di quanto fosse intima auella domanda.
Lui mi guardò a lungo, come se stesse decidendo se risponde o meno. Alla fine, si limitò a scuotere la testa. "Non lo so più."
La sua risposta mi colpì più di quanto avrei voluto ammettere. E in quel momento capii che, nonostante tutto, Troy Otto non era solo il mostro che voleva far credere di essere.
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