Capitolo 23: Confessioni sotto le stelle
Il vento frusciava piano tra i rami dell'albero, creando un sottofondo naturale al nostro silenzio. Dopo aver condiviso frammenti della mia vecchia vita, sentivo il peso sulle mie spalle un po' più leggero. Troy rimase accanto a me, tranquillo, il suo sguardo rivolto alle stelle, come se stesse riflettendo su qualcosa di importante.
Mi voltai verso di lui, la curiosità improvvisamente accesa. "Troy," iniziai, la mia voce appena un sussurro. "Come mi hai trovata quel giorno? Quando sono arrivata qui."
Lui abbassò lo sguardo, e per un attimo parve esitare. Era raro vedere Troy Otto senza la sua maschera di sicurezza e sarcasmo. Ma quella domanda sembrava averlo colpito in modo particolare.
"Stavi camminando," disse infine, la sua voce più bassa del solito. "Da sola, in mezzo al nulla. Sembravi... persa. Come se non sapessi nemmeno dove fossi."
Sorrisi amaramente. "Era esattamente così."
Troy continuò, il tono quasi distratto, come se stesse ricordando ogni dettaglio. "Ero uscito a perlustrare i dintorni. Avevamo avvistato dei vaganti non lontano dal confine, e volevo assicurarmi che non fossero troppo vicini. Poi ti ho vista. Eri così disidratata che mi sono chiesto come fossi riuscita a camminare fino a quel punto."
Feci un cenno, ricordando la sete che mi aveva consumato. "Non so nemmeno io come ho fatto. Mi sembrava tutto un sogno... o un incubo."
"Quando sei crollata, ho pensato che fossi morta," continuò Troy, voltandosi verso di me. "Ma poi ho visto che respiravi ancora. Ti ho caricata sul retro del camion e ti ho portata qui."
Il suo sguardo si fece più intenso. "Ma c'è qualcosa in te che non riesco a spiegare. Non sembravi come le altre persone che ho trovato. Non eri spaventata nello stesso modo. Era come se fossi... fuori posto."
La sua osservazione mi fece rabbrividire. Troy era più attento di quanto lasciasse trasparire. "Forse perché lo ero davvero," ammisi, le parole che mi uscivano quasi senza pensare.
Lui inclinò la testa, curioso. "Che intendi?"
Presi un respiro profondo, cercando di trovare il coraggio per spiegarmi. "Ti ho detto che vengo da un posto diverso, e non intendo solo un'altra città o un altro paese. Intendo... un altro mondo, Troy. Un mondo dove niente di tutto questo esiste. Un mondo dove tu, e questo Ranch, e tutto ciò che vediamo, sono... una storia. Una finzione."
Troy mi guardò per un lungo momento, il suo sguardo impossibile da decifrare. Poi si appoggiò al tronco dell'albero, intrecciando le mani dietro la testa. "Sai che suona folle, vero?" disse infine, ma senza traccia di derisione nella voce.
"Lo so," risposi, abbassando lo sguardo. "Ma è la verità. Non so come sia successo, né perché. So solo che una sera ero a casa mia, e il giorno dopo ero qui."
Ci fu un lungo silenzio. Mi aspettavo che Troy ridesse, o che mi dicesse di scendere dall'albero e tornare alla realtà. Ma invece, lui mi sorprese.
"Non importa," disse, la sua voce ferma.
Lo guardai, confusa. "Cosa?"
"Non importa da dove vieni," ripeté. "Se sei qui, c'è un motivo. Magari non lo capiamo ora, ma non sei qui per caso."
Le sue parole, così semplici eppure cariche di significato, mi lasciarono senza parole. Troy Otto, l'uomo che spesso sembrava privo di empatia, stava accettando la mia storia senza fare domande, senza giudicare.
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Rimanemmo seduti sull'albero per quello che sembrò un'eternità. Le stelle brillavano sopra di noi, e per un momento mi sentii lontana da tutto: dai vaganti, dal Ranch, dalla paura che mi seguiva ovunque andassi.
"Troy," dissi infine, rompendo il silenzio. "E tu? Qual è la tua storia?"
Lui si lasciò sfuggire un leggero sorriso, ma c'era una tristezza nei suoi occhi che non avevo mai notato prima. "La mia storia non è così interessante," disse.
"Non è vero," insistetti. "Voglio sapere."
Lui sospirò, guardando il cielo. "Sono cresciuto qui, nel Ranch. Mio padre... era un uomo complicato. Aveva grandi idee su come costruire un mondo migliore, ma non era mai davvero presente. E quando c'era, era... difficile."
Troy fece una pausa, il suo sguardo perso nei ricordi. "Ho imparato presto a cavarmela da solo. A essere quello che gli altri si aspettavano che fossi. Forte. Spietato. Ma a volte mi chiedo se sono davvero io, o solo quello che il mondo ha fatto di me."
Quelle parole, così vulnerabili, mi colpirono più di quanto avrei mai immaginato. Troy non era solo l'uomo forte e sicuro di sé che mostrava agli altri. Era un uomo con cicatrici profonde, proprio come me.
"Non sei solo quello," dissi, la mia voce ferma.
Lui si voltò verso di me, la sua espressione sorpresa. "Come fai a esserne così sicura?"
"Perché ho visto chi sei veramente," risposi. "E non è solo forza e spietatezza. C'è molto di più."
Per un attimo, i nostri sguardi si incontrarono, e fu come se tutto il resto scomparisse. Poi Troy annuì lentamente, un piccolo sorriso giocando sulle sue labbra.
"Forse hai ragione," disse. "O forse sei solo una pazza che crede di venire da un altro mondo."
Risi, e per la prima volta da giorni, sentii che tutto sarebbe andato bene.
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