Capitolo 22: Frammenti di un altro mondo
Le giornate continuavano a scorrere con un ritmo lento e monotono. La calma che regnava sul Ranch era quasi inquietante, come il silenzio prima di una tempesta. Mentre tutti erano impegnati a prepararsi per l'assalto, io passavo sempre più tempo con i miei pensieri, cercando di trovare un senso a tutto ciò che mi stava accadendo.
Come ero finita qui?
C'era un motivo?
O era stato tutto un incidente, un capriccio dell'universo?
Non riuscivo a scrollarmi di dosso queste domande. Ogni volta che mi fermavo, la mia mente tornava alla mia vecchia vita. Mi mancavano le piccole cose: il profumo del caffè al mattino, il rumore del traffico fuori dalla mia finestra, le risate di Emma. Più ci pensavo, più sentivo un vuoto nel petto che sembrava inghiottirmi.
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Una sera, mentre eravamo seduti vicino al fuoco dopo una lunga giornata di esercitazioni, Troy mi fece una domanda che mi colse alla sprovvista.
"Quindi, da dove vieni davvero?" chiese, il suo tono casuale, ma il suo sguardo attento.
Esitai. Era la prima volta che qualcuno mi chiedeva direttamente del mio passato, e non sapevo come rispondere. Come potevo spiegare a Troy Otto che venivo da un mondo dove lui era solo un personaggio di una serie tv?
"È complicato," risposi, cercando di evitare il suo sguardo.
Troy si appoggiò allo schienale della sedia, osservandomi con interesse. "Sono bravo con le cose complicate," disse con un mezzo sorriso.
Non potei fare a meno di sorridere a mia volta, ma il nodo in gola rimase. "Vengo da un posto diverso," iniziai, scegliendo attentamente le parole. "Un posto dove... tutto questo," feci un gesto verso il Ranch e il mondo circostante, "non esiste. Non ci sono vaganti, niente pandemie apocalittiche. È... normale. O almeno lo era."
Troy aggrottò le sopracciglia. "Normale come?"
"Ci sono auto che sfrecciano per le strade, persone che si affrettano a lavorare, caffè che vendono latte macchiato... cose così," dissi, cercando di semplificare. "È un mondo con problemi diversi, ma non così... brutali."
Lui annuì lentamente, ma il suo sguardo rimase fisso su di me. "E tu? Che tipo di persona eri in quel mondo?"
La domanda mi lasciò spiazzata. Non sapevo nemmeno chi fossi davvero ora, figuriamoci allora. "Ero... normale," risposi, con un'alzata di spalle. "Lavoravo in una libreria, guardavo troppa tv, passavo il tempo con la mia famiglia e i miei amici. Niente di speciale."
"Non sembri così normale," commentò Troy, il suo tono neutro, ma c'era un accenno di curiosità dietro le sue parole.
"Perché lo dici?" chiesi, incrociando le braccia.
"Perché non molte persone riescono a sopravvivere in un mondo come questo. E tu lo stai facendo."
Le sue parole mi colpirono più di quanto avrei voluto ammettere. Non sapevo se fosse un complimento o un'osservazione neutra, ma mi fecero sentire un po' meno invisibile.
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Quella notte, il peso di tutto ciò che avevo perso divenne insopportabile. Decisi di allontanarmi dal fuoco e cercare un po' di solitudine. Camminai fino al bordo del Ranch, dove un grande albero si ergeva solitario contro il cielo stellato. Senza pensarci due volte, iniziai ad arrampicarmi sui suoi rami.
Quando raggiunsi un punto abbastanza alto da sentirmi al sicuro, mi sedetti contro il tronco, stringendomi le ginocchia al petto. Il vento freddo mi scompigliava i capelli, ma non mi importava. Per la prima volta da giorni, lasciai che le lacrime scivolassero libere.
Era un pianto silenzioso, il tipo di pianto che non cerca attenzioni, ma solo sollievo. Pensai a Emma, ai suoi abbracci caldi e ai suoi messaggi pieni di cuori. Pensai ai miei genitori. Mi chiesi se pensavano a me, se mi cercavano, o se mi avevano ormai data per morta.
Non sapevo quanto tempo passai lassù, persa nei miei pensieri e nel dolore. Il mondo intorno a me sembrava distante, come se non fosse reale.
"Sarah."
La voce di Troy mi riportò alla realtà. Guardai giù e lo vidi ai piedi dell'albero, il viso illuminato dalla luce tenue della luna.
"Che ci fai lassù?" chiese, il suo tono calmo, ma con un accenno di preoccupazione.
"Volevo stare da sola," risposi, asciugandomi le lacrime con il dorso della mano.
"Beh, ora non lo sei più," disse, iniziando ad arrampicarsi con sorprendente agilità.
Non cercai di fermarlo. Quando raggiunse il mio ramo, si sedette accanto a me, il suo corpo solido che irradiava un calore confortante. Per un po', nessuno dei due parlò.
"Piangevi," disse infine, rompendo il silenzio.
"Non importa," risposi, la voce ancora rotta dall'emozione.
Troy mi guardò per un lungo momento, poi parlò con una sincerità disarmante. "Qualsiasi cosa ti stia tormentando, non devi affrontarla da sola."
Quelle parole, così semplici ma cariche di significato, fecero crollare le ultime barriere che avevo eretto. Gli raccontai tutto: della mia famiglia, dei miei amici, della mia vecchia vita. Gli parlai di Emma, dei miei genitori, di quanto mi mancassero. Troy ascoltò in silenzio, senza interrompermi, il suo sguardo fisso su di me.
Quando finii, lui annuì lentamente. "Non posso immaginare cosa significhi perdere tutto questo," disse. "Ma sei qui ora, e stai combattendo. Questo significa che sei più forte di quanto pensi."
Non risposi, ma per la prima volta mi sentii un po' meno sola. E mentre il vento soffiava tra i rami dell'albero, con Troy accanto.
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