Capitolo 21: La quiete prima della tempesta
I giorni passarono lenti, immersi in un'apparente tranquillità che sembrava quasi irreale. Dopo l'ultimo scontro, i predoni non si erano più fatti vivi. Forse stavano leccandosi le ferite, o forse stavano semplicemente aspettando il momento giusto per colpire di nuovo.
Questa calma innaturale ci diede il tempo di prepararci all'assalto che avevamo deciso di portare avanti. Troy guidava le esercitazioni quotidiane, istruendo chiunque fosse in grado di tenere un'arma. Io, invece, passavo le giornate dividendomi tra la torre di vedetta, dove osservavo il perimetro con la costante paura che qualcosa emergesse dalla distanza, e l'infermeria, dove aiutavo a sistemare le scorte mediche e a organizzare un eventuale piano di emergenza per i feriti.
Ma nonostante tutto, c'era qualcosa di diverso. Il Ranch era quieto, e con quella quiete arrivò il tempo per pensare.
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Era una sera limpida, il cielo punteggiato di stelle. Mi trovavo da sola nella torre di vedetta, il fucile appoggiato accanto a me, il binocolo al collo. La radio gracchiava ogni tanto, ma nessuna minaccia era stata segnalata. Per la prima volta da quando ero arrivata in quel mondo, non c'era un'immediata sensazione di pericolo.
E fu allora che iniziai a pensare.
Mi chiamo Sarah Miller. Ho ventisei anni. Vengo da un mondo in cui tutto questo - zombie, ranch fortificati, persone che si combattono per il cibo e l'acqua - è solo finzione. O almeno, così credevo.
Mi tornò in mente il momento in cui tutto era iniziato. La mia vita "normale" prima che fossi catapultata qui. Vivevo in un piccolo appartamento, lavoravo in un negozio di libri, e nel mio tempo libero guardavo le mie serie tv preferite. "Fear the Walking Dead" era una di queste. Un modo per evadere dalla realtà, per perdermi in un mondo che, pur nella sua brutalità, era affascinante.
E poi... ero finita qui.
Come? Perché?
Le domande mi tormentavano, ma non avevo risposte. L'unica cosa che sapevo era che una sera mi ero addormentata sul divano dopo aver guardato un episodio della serie, e quando mi ero svegliata, mi trovavo in mezzo al nulla, con il sole cocente sopra di me e nessun segno di civiltà.
All'inizio avevo pensato a un sogno, o forse a un'allucinazione. Ma poi erano arrivati i vaganti. Il sangue. La paura. E tutto aveva smesso di sembrare un sogno.
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La nostalgia mi colpì con forza. Pensai ai miei genitori. A mia sorella minore, Emma, con i suoi capelli biondi sempre spettinati e il sorriso che poteva illuminare una stanza. Pensai ai miei amici, ai messaggi che ci scambiavamo, alle serate passate a ridere davanti a una pizza e a un film.
Mi strinsi le braccia intorno al corpo, come se questo potesse tenere a bada il dolore che mi attanagliava. Non sapevo se sarei mai tornata a casa, o se loro pensassero che fossi morta. Forse per loro ero solo scomparsa.
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La radio gracchiò all'improvviso, interrompendo i miei pensieri.
"Sarah, tutto tranquillo lassù?"
Era la voce di Troy. Aveva il solito tono calmo, ma c'era una nota di curiosità che mi fece sorridere nonostante tutto.
"Tutto tranquillo," risposi. "Il cielo è limpido, nessun movimento in vista."
"Perfetto," disse. "Scendi tra un po'. Ho trovato qualcosa che potrebbe tirarti su di morale."
Alzai un sopracciglio, incuriosita. Troy non era il tipo da preoccuparsi per il morale degli altri, o almeno così sembrava. Ma negli ultimi giorni era cambiato. O forse ero io che avevo imparato a vedere oltre la sua facciata da duro.
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Quando scesi dalla torre, lo trovai vicino al fuoco principale, con un piccolo sorriso che giocava sulle sue labbra. Aveva qualcosa tra le mani, e quando mi avvicinai lo vidi chiaramente: una vecchia lattina di Coca-Cola.
"Dove hai trovato questa?" chiesi, incredula.
"L'ho conservata," rispose, come se fosse la cosa più ovvia del mondo. "Pensavo che magari ti avrebbe fatto piacere."
Rimasi senza parole per un momento. Non era tanto la lattina in sé, ma il gesto. Il fatto che avesse pensato a me, che si fosse preoccupato di trovare qualcosa che mi facesse sentire un po' più vicina a casa.
"Grazie," dissi infine, prendendo la lattina e stringendola tra le mani come se fosse un tesoro.
Troy mi guardò per un lungo momento, poi fece un passo più vicino. "So che a volte sembri... persa," disse, il suo tono più morbido di quanto l'avessi mai sentito. "Non so da dove vieni, ma qualsiasi cosa sia, non sei sola qui. Non lo dimenticare."
Quelle parole, semplici ma profonde, mi colpirono più di quanto avrei mai ammesso.
E mentre sorseggiavo la Coca-Cola, con Troy accanto a me e il fuoco che crepitava nel buio, per la prima volta da quando ero arrivata in quel mondo, sentii una piccola scintilla di speranza.
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