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Capitolo 17: Il primo scontro

L'atmosfera al Ranch era densa di tensione. Mentre il sole sorgeva, le persone si preparavano per lo scontro imminente. Le armi venivano distribuite, i cancelli rinforzati, e le posizioni strategiche assegnate. Ogni singolo abitante sapeva che non c'era spazio per errori.

Troy aveva assunto il comando delle operazioni, con Madison al suo fianco. Io lo seguivo da vicino, ascoltando i suoi ordini precisi e osservando come ogni mossa fosse calcolata con cura. Era difficile non ammirarlo in quei momenti: la sua leadership era naturale, e il modo in cui infondeva sicurezza agli altri era quasi rassicurante.

"Sarah," disse, chiamandomi mentre stava controllando una mappa. "Hai mai sparato con un fucile a lunga distanza?"

"Non esattamente" risposi, sentendo un misto di ansia e determinazione.

Lui annuì, passandomi un fucile. "Imparerai. Ti voglio sulla torre di vedetta. Avrai una visuale chiara su tutto."

"Non penso sia una buona idea" intervenne Madison, lanciandomi uno sguardo critico.

"Lo è," replicò Troy, con un tono che non ammetteva repliche. "Lei è sveglia, ha una buona mira e... mi fido di lei."

Quelle parole mi colpirono come un pugno nello stomaco, ma non ebbi il tempo di rifletterci. Madison annuì con riluttanza, e Troy mi guidò verso la torre di vedetta, mostrandomi come caricare il fucile e prendere la mira.

"Non ci sarà spazio per esitazioni," disse, guardandomi negli occhi. "Quando vedrai qualcuno avvicinarsi, spari. Capito?"

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Le ore passarono lente. Dalla torre, avevo una vista chiara del perimetro del Ranch e del bosco che lo circondava. Il silenzio era opprimente, interrotto solo dal fruscio del vento tra gli alberi e dai suoni ovattati della gente che si preparava.

Poi li vidi.

Un gruppo di uomini emerse dal bosco, muovendosi con cautela ma con un'aria di sicurezza che metteva i brividi. Erano almeno una decina, tutti armati, con un aspetto selvaggio e minaccioso.

Presi il walkie-talkie che Troy mi aveva dato. "Li vedo" dissi, cercando di mantenere la voce ferma.

"Quanti sono?" rispose Troy dall'altra parte.

"Una decina, forse di più. Si stanno avvicinando lentamente."

"D'accordo. Aspetta il mio segnale."

Il mio cuore batteva forte mentre osservavo il gruppo avanzare. Uno di loro sembrava il leader, un uomo alto con una barba lunga e una cicatrice che gli attraversava il volto. Portava un fucile sulle spalle e camminava con una sicurezza inquietante.

Quando furono abbastanza vicini da poter distinguere i loro volti, sentii la voce di Troy nel walkie-talkie. "Ora."

Sparai il primo colpo, centrando uno degli uomini alla spalla. Il rumore del fucile ruppe il silenzio, e il caos esplose.

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I predoni si dispersero, cercando riparo dietro gli alberi, ma i difensori del Ranch erano pronti. I colpi di arma da fuoco riecheggiavano nell'aria, mescolandosi con le urla e il frastuono del combattimento.

Dalla mia posizione, continuavo a sparare, cercando di mantenere la calma nonostante il panico che sentivo crescere dentro di me. Vedevo Troy correre lungo il perimetro, sparando con precisione e gridando ordini. Era come se fosse nato per momenti come quello.

Uno degli uomini riuscì ad avvicinarsi troppo al cancello, e sentii il cuore saltarmi in gola. Mirai con attenzione e premetti il grilletto colpendolo al petto. Cadde a terra, immobile.

Il tempo sembrava dilatarsi. Ogni secondo era un'eternità, ogni colpo un passo verso la sopravvivenza.

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Quando finalmente il silenzio calò di nuovo, il mio corpo era rigido, le mani tremanti. Guardai verso il perimetro e vidi che i predoni erano stati respinti. Alcuni erano morti, altri feriti, e il resto era fuggito nel bosco.

Scendendo dalla torre, sentii le gambe deboli, ma non mi fermai. Dovevo assicurarmi che Troy stesse bene.

Lo trovai vicino al cancello, il fucile ancora stretto tra le mani, il viso coperto di polvere e sudore. Quando mi vide, un'espressione di sollievo attraversò il suo volto.

"Sei ferita?" chiese, avvicinandosi.

"No" risposi, la voce rotta dall'emozione.

Lui mi prese il viso tra le mani, i suoi occhi celesti che cercavano i miei con intensità. "Sei stata in gamba" disse, il suo tono pieno di orgoglio.

Non dissi nulla, ma sentii le lacrime pungermi gli occhi. Era finita, almeno per ora, e avevamo vinto. Ma sapevo che la battaglia più grande era ancora dentro di me, contro tutto quello che sentivo per lui.

Troy mi tirò delicatamente verso di sé, stringendomi in un abbraccio che sembrava dire tutto quello che non poteva essere espresso a parole. E in quel momento, per quanto breve fosse, mi sentii al sicuro.


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