Capitolo 6 (pt.1): Vanilla
«Come sei luminosa, grande lucciola.»
Non rispondere, non rispondere, non rispondere. Continuavo a ripetermelo, anche se in quel frangente non riuscii a tirar fuori alcun suono, troppo presa dalla scena che si stava svolgendo davanti a me.
Nuvole grigie e imponenti avevano preso il posto del sole del pomeriggio, che riusciva a penetrare solo in alcuni punti illuminando la vegetazione e la strada alle mie spalle. Sopra di me, senza bisogno del vento che la sorreggesse, una larga foglia verde e auricolata – come quelle solite crescere sulle piante di fico – si muoveva senza una vera e propria direzione, tenendo misteriosamente sollevato sulla propria lamina il mio mazzo di chiavi e rivolgendosi a me con un tono impressionato.
Non ti sta parlando una foglia di fico, Wes. Non pensare cazzate.
La foglia si abbassò fino a svolazzare davanti al mio naso, lasciando cadere sonoramente le chiavi per terra e vibrando ai margini, emettendo strani suoni che mi fecero tornare in mente un vecchio documentario sui delfini che avevo visto qualche mese prima.
La mia immaginazione aveva raggiunto livelli mai considerati prima, e c'era qualcosa di profondamente sbagliato in tutto ciò.
«Mi capisci, grande lucciola?» chiese la foglia, avvicinandosi così tanto che non riuscii a vedere niente, se non i suoi contorni verdi. «Parli la mia lingua?»
Chiusi gli occhi, stringendo il più possibile le palpebre e pregando che quell'incubo potesse finire il più presto possibile. Prima ancora che potessi fare qualsiasi cosa, però, la foglia ruvida si poggiò sulla mia fronte, esclamando con la sua vocina da chipmunk: «Sei calda come il sole!»
E a quel punto dovetti ammettere che, o la mia immaginazione aveva preso vita e mi stava toccando, o non stavo immaginando un bel niente.
Senza badare a dove fossi o a chi potesse essere in ascolto, lanciai uno strillo acuto e arretrai di scatto, portando con me la foglia ancorata al viso e finendo rovinosamente a terra. Tempo di alzarmi e lanciarmi verso le chiavi di casa e quell'essere era di nuovo lì, davanti ai miei occhi, e svolazzando allegro canticchiava: «Parla! Parla! La lucciola parla!»
Il mio cervello smise di funzionare.
L'unica cosa a cui riuscii a pensare fu la fuga.
Afferrai le chiavi proprio mentre la foglia lanciava un gridolino acuto e si dirigeva verso di me come un toro. Ora, pensare a una foglia come l'equivalente di un toro non era di certo l'ideale in quel momento, ma il desiderio di fuggire da quell'incubo e dalle grinfie dell'anticristo che stava roteando verso di me era troppo forte, e cercai di dimenticare quei pensieri sconnessi il più in fretta possibile.
Sentii la cosa attaccarsi alla mia schiena e fare pressione mentre lanciavo gridolini strozzati, correndo verso la porta e ignorando la borsa per terra.
A parte tutto, come faceva una foglia a fare pressione? Anzi, domanda migliore, come diavolo faceva una foglia a fare quello che quell'essere demoniaco stava facendo?
Suonai a ripetizione il campanello senza un motivo ben preciso se non quello di fare qualcosa di diverso dallo svenire. Infilai la chiave nella serratura e girai finché non scattò, lasciandomi intravedere la salvezza. Prima di entrare, però, mi dimenai per cercare di allontanare la foglia, che di rimando si staccò e girò su se stessa come stesse ballando, lanciando piccoli suoni euforici e continuando a cantare: «Grande lucciola!»
Una piccola parte di me trovò anche il tempo di pensare che se non fosse stata una foglia parlante, sarebbe potuta essere carina...
Cazzate, cazzate!
Mi fiondai dentro casa, sbattendomi la porta alle spalle e ricadendo contro di essa, cercando di ansimare il più silenziosamente possibile e facendo attenzione ai suoni che provenivano da fuori. Attraverso la superficie in legno riuscii a distinguere vagamente la voce stridula e infantile della foglia che non accennava a volersene andare, e il mio pensiero tornò ancora una volta alla borsa che avevo lasciato in giardino. Sperai che quando tutto questo fosse finito, l'avrei ritrovata tutta intera.
Mi accertai di aver bloccato in tutti i modi possibili la serratura e urlai il nome di Nina con quella che dovette essere una voce piena di disperazione. La sentii correre verso di me mentre controllavo la chiusura delle finestre e delle tende, utili a coprire la foglia che nel frattempo si stava strusciando dall'altra parte del vetro.
Sembrava una stella marina. La stella marina del demonio.
Mi sembrò tutto così surreale che iniziai a imprecare ad alta voce, ottenendo in risposta solo strilli più acuti e felici da parte dell'essere in verde.
«Signorina, si allontani!»
La mano di Nina spuntò dal nulla, spingendomi di lato con vigore e aprendo in fretta e furia la finestra. Io spalancai gli occhi e le mie imprecazioni non fecero che aumentare alla vista della piccola foglia che, ridente, fece il suo ingresso in casa, puntando immediatamente verso di me con grida gioiose.
«Grande lucciola!»
«Nina, che diavolo stai facendo?» esclamai, correndo dall'altra parte della stanza e guardandomi intorno in cerca di un'arma. «Blocca quella cosa!» Con la coda dell'occhio notai la paletta nera adagiata nel suo contenitore accanto al camino, poco distante da me. Con un balzo l'afferrai e la sollevai con fare minaccioso.
Ma a quanto pare Nina mi aveva preceduta.
La foglia che un minuto prima aveva cercato di raggiungermi per strusciarsi a me era ora bloccata tra le eleganti dita della mia salvatrice, il pollice e l'indice, e si dimenava borbottando con la sua vocina, "lasciami!", mentre Nina la fissava con uno sguardo straniato, come non riuscisse a credere ai suoi occhi.
Vedi? Non sono pazza. La vede anche lei.
«Che cosa ci fai tu qui?» chiese la donna rivolta alla foglia, scuotendola abbastanza da farla vibrare, ma senza metterci troppa forza.
La foglia si inarcò su se stessa per voltarsi verso Nina, ma invece di rispondere alla domanda, con un breve luccichio sfuggì alla sua presa, bloccandosi a mezz'aria e mormorando incuriosita: «La bianca non è bianca?»
Abbassai distrattamente la paletta e la fissai senza espressione. Cosa stava blaterando? E perché Nina sembrava così ben accetta del fatto che una foglia parlante e volante stesse galleggiando nel nostro salone? A parte uno sguardo leggermente confuso, come se più che rappresentare un essere surreale fosse solo inaspettata, gli occhi di Nina non tradirono nulla ma, anzi, si indurirono una volta che si poggiarono su di me.
«Signorina Blaine» iniziò, facendo un passo avanti. Alla foglia non servì altro per ricordarsi della mia presenza. Girò rapidamente su se stessa e si illuminò – nel vero senso della parola. Il suo verde brillante divenne se possibile ancora più accecante, e scattò verso di me ricominciando a gridare felice.
Alzai la mia arma improvvisata e iniziai ad agitarla in aria senza alcun contegno, gridando di rimando, ma l'essere schivò agilmente ogni mia mossa e alla fine si schiantò – e ribadisco, nel vero senso della parola – su di me, gettandomi a terra con una forza che una foglia normale non avrebbe mai potuto o dovuto avere.
Era un torello, quella cosa!
Sentii Nina esclamare il mio nome, ma non le diedi corda presa com'ero dall'essere che cercava di rimanermi appiccicato, mormorando a ripetizione e con tono soddisfatto: «Grande lucciola!»
Mi alzai in piedi a fatica, vedendola allontanarsi di poco da me per ricominciare poi la sua strana danza.
«Signorina, dobbiamo parlare.» Nina mi si avvicinò in tutta fretta con una nuova certezza negli occhi. Io mi abbassai invece a recuperare la paletta da dove era caduta, tenendo d'occhio la foglia magica e preparandomi a un secondo round.
«Nina, aiutami a eliminare quella cosa» dissi senza un filo di esitazione, annuendo verso l'obiettivo e preparandomi all'assalto. La mano di Nina, però, mi bloccò per la seconda volta quel giorno, poggiandosi su una mia spalla e attirando la mia attenzione su di sé.
La guardai di traverso, facendo attenzione a non perdere di vista la foglia con la coda dell'occhio.
«Signorina Blaine.»
Non sapevo come una normale giornata di shopping fosse riuscita a degenerare in questo modo, né tantomeno perché il mondo avesse improvvisamente deciso di capovolgersi sotto sopra. Fui tentata di darmi uno schiaffo per assicurarmi di non star sognando, ma poi ripensai alla sensazione della foglia sulla pelle e cambiai idea: se la sfortuna mi aveva presa di mira, gliene avrei date di santa ragione.
«Blaine, mi ascolti.»
Blaine?
Persi momentaneamente di vista l'essere ballerino e mi voltai verso Nina, inarcando le sopracciglia. Era la prima volta che la cameriera usava il mio nome senza alcun prefisso davanti, cosa che stranamente mi turbò.
E poi, perché guardava me come fossi la cosa più strana nella stanza quando quella foglia continuava a... urlare, felice?
«Dobbiamo parlare» ribadì Nina per la trecentesima volta, togliendomi la paletta di mano e rimettendola al suo posto. Io la seguii con gli occhi, anche se una parte di me rimase fin troppo consapevole dell'abominio che danzava nell'aria e l'istinto che mi urlava di correre lontano, dove tutto quello non stesse accadendo. «Temo che tutto... questo» indicò la foglia. «Possa averla turbata.»
La fissai stralunata per alcuni secondi.
Poi scoppiai a ridere.
Non riuscivo a crederci. Dal modo in cui parlava si sarebbe detto che per lei tutto quello fosse normale. Che il vivere situazioni del genere, con esseri che non potevano esistere o comportarsi così nella realtà, fosse roba da tutti i giorni. In quel momento, sperai avesse capito il livello di scetticismo che stavo raggiungendo, se non altro grazie alla risata isterica che non riuscii più a fermare.
La foglia sembrò turbata dalla mia reazione, perché si fermò sopra la mia testa e domandò con garbo: «Tutto a posto, grande lucciola?»
Devi anche chiederlo?
No. Non importa.
Chiusi gli occhi e cercai di pensare ad altro. Ripetei mentalmente tutte le posizioni di guardia e di pugno che conoscessi, passando poi a elencare tutti gli orari dei miei allenamenti e sentendo la mente sgomberarsi e calmarsi, riprendendo possesso della fermezza di cui avrei avuto bisogno per chissà quanto ancora.
Sentii Nina rivolgersi a quell'essere.
«Foglia di fico, giusto?»
«Foglia di vanilla, sì, bianca non bianca.»
Aprii gli occhi e fissai il vuoto. Foglia di vanilla? Ma si era mai guardata allo specchio?
Ovvio che no. Era una foglia.
Nina doveva pensarla come me, perché guardò il demonio in modo strano, aggrottando la fronte. Quando parlò, comunque, non diede nulla a vedere.
«D'accordo, foglia di vanilla. Credi di poterci lasciare da sole?»
Ringraziai mentalmente il Cielo per avermi dato Nina. Grazie, grazie Signore. Cercai di catturare lo sguardo della donna per trasmetterle la mia gratitudine. Per mia sfortuna, però, la foglia bloccò la mia visuale discendendo di fronte a me e inarcandosi ancora una volta in modo che la punta più alta si piegasse leggermente di lato, producendo strani squittii.
«La bianca non è bianca. Quindi Vanilla non sente» affermò con testardaggine, avvicinandosi piano a me e vibrando altrettanto lentamente.
Questa volta non mi mossi, terrorizzata all'idea che quell'essere potesse toccarmi di nuovo.
«La grande lucciola vuole rimanere sola con bianca non bianca?» chiese, ed ebbi la sensazione che si stesse rivolgendo a me. Cosa diamine voleva dire con 'bianca non bianca'?
«Ehm...» Lanciai un'occhiata a Nina, che sembrava adesso visibilmente abbattuta mentre si strofinava il viso con il palmo delle mani. Lasciò andare un sospiro e incontrò il mio sguardo.
«Nina, dille di andarsene» sussurrai, anche se sapevo la foglia mi avrebbe sentito. La verità, però, era che non riuscii a farne a meno, nella speranza che almeno lei potesse in qualche modo togliermi di dosso quell'essere. In fondo l'aveva fatta entrare lei, giusto? Doveva anche sbarazzarsene.
Dio, aiutami.
Nina scosse la testa con espressione rassegnata, lasciandosi cadere sul divano vicino alla finestra. Qualcosa nel suo sguardo cambiò, e quest'ultimo si spostò sulla foglia, facendosi intenso. Le sue parole, però, furono rivolte a me. «Non è così che doveva andare.»
L'essere mi si avvicinò piano, continuando a vibrare, e io feci alcuni passi indietro fissandolo con timore.
«È innocua» continuò Nina. «Non so come faccia a essere qui, ma temo si sia affezionata a lei.»
Affezionata a me? In venti minuti? La mia espressione non dovette essere delle migliori, perché Nina aggrottò le sopracciglia e proseguì: «Non le farà del male, Blaine.»
Stavo per vomitare.
«Che diavolo sta succedendo, Nina?» Sentii la mia voce tremare e continuai a indietreggiare, andando a sbattere contro una delle pareti del salone. Tenni lo sguardo fisso sulla donna, la mia unica ancora, nonostante potessi sentire la presenza della foglia farsi sempre più vicina.
«Che stai dicendo? E perché sei così calma di fronte a...» Chiusi gli occhi, non volendo lanciare uno sguardo verso la fonte della mia pazzia. Verso la mia immaginazione che aveva preso vita, galoppando verso lidi oscuri. Verso il chiaro segno che stessi vivendo un incubo.
Speravo solo di svegliarmi presto.
«Vanilla!» esclamò la foglia, evidentemente partecipe del nostro discorso ed eccitata di esserne la protagonista. Al suono di quella sua voce infantile spalancai gli occhi fissandoli sulla cameriera, sibilando: «Se non me la togli di dosso chiamo la polizia.»
Nina alzò le sopracciglia con espressione esasperata. «Per dire cosa? Che una foglia la sta molestando?»
«Vanilla non molesta nessuno» sbottò la foglia in tono serio. Si era fermata a pochi passi da me, canticchiando abbastanza piano da poter ascoltare la conversazione. «Vanilla vuole solo abbracciare la grande lucciola.»
Sapevo di dover star sembrando una pazza, le braccia premute contro il muro e gli occhi fuori dalle orbite, ma non riuscii a trattenermi dal rivolgermi a quella cosa e ringhiare: «Provaci e ti stacco nervo dopo nervo.»
La foglia reagì con un suono che sembrò tanto un 'gasp!', ma non si mosse dal punto in cui era, continuando a brillare flebilmente.
«Vanilla, come hai fatto ad arrivare fin qui?» chiese Nina, la traditrice che sembrava avere ormai fraternizzato con quella cosa. Almeno, però, grazie a lei la foglia si voltò di scatto, dimenticandosi momentaneamente di me.
«Vanilla è sveglia!»
«Lo avevamo capito» borbottai, rilassandomi leggermente contro il muro. L'avere quella... Vanilla... puntata contro, era qualcosa di così mostruoso e soprannaturale che la mia mente non prestò neppure attenzione al fatto che la colpevole di tutto questo fosse una foglia.
L'unica cosa a cui riuscivo a pensare era che tutto ciò fosse impossibile, che dovesse per forza trattarsi di un sogno.
Mi pizzicai un braccio. Forte. Ma nulla cambiò e, anzi, mi guadagnai uno sguardo scettico da parte di Nina, che però continuò a rivolgersi a Vanilla.
Non la chiamare per nome. Le foglie non hanno un nome.
«Perché hai abbandonato casa, Vanilla?»
La foglia si avvicinò rapidamente a Nina, fermandosi a un passo dal suo naso e facendo alcune giravolte. Il modo in cui si muoveva mi mandava in trance. «E tu perché temi l'arma di Weland, bianca non bianca?»
Lo sguardo della cameriera si fece tagliente e Nina si alzò in piedi, costringendo la foglia a seguire i suoi movimenti. Con voce dura e profonda, poi, completamente diversa dal suo normale tono di voce, ringhiò: «Se il tuo obiettivo è riportare a galla antiche questioni d'onore, foglia, allora non sei la benvenuta in questa casa.»
Per tutta risposta, Vanilla lanciò un gridolino divertito che sembrò tanto una risata. Girò su se stessa ancora una volta e, alzandosi in aria, tornò verso di me.
Mi appiattii al muro mentre lei parlava gioiosa.
«Vanilla è qui per la luce!» esclamò entusiasta. «L'oscurità è dormiente, ma Vanilla è sveglia.»
Qualcosa mi diceva che alla fine di tutto quello mi avrebbero dovuta rinchiudere in un manicomio. Ricapitolando, avevo davanti una foglia che: 1. Andava in giro con una propria volontà e parlava; 2. Diceva di essere una foglia di vanilla quando in realtà era una foglia di fico; 3. Si era affezionata a me e 4. Parlava in modo criptico.
«Che Dio mi aiuti» mormorai con disperazione, fissando la scena e spostando lo sguardo tra Nina e la foglia, invogliandole a scomparire.
Ovviamente, ebbi ben poca fortuna su quel fronte.
5. La cameriera è impazzita.
«Blaine, si sposti di lì e mi ascolti» ordinò l'interessata con tono severo quando notò la mia espressione. Istintivamente mi premetti ancora di più contro la parete, come potesse inghiottirmi ed eliminare tutte le stranezze di quella giornata.
L'unica cosa che ottenni fu il gemito esasperato che l'abbandonò.
«Vanilla non le farà del male. Le ripeto che è innocua.» La indicò. «È una foglia.»
Il suo tono lasciava intendere fosse ovvio che una foglia non avrebbe mai potuto farmi del male. Ma allora come spiegava la forza sovrumana con cui quell'essere mi aveva scaraventata a terra solo pochi minuti prima?
Strinsi i denti, imprimendo tutta la rabbia in un unico sguardo e sfidandola a ripetersi.
Nina tornò a rivolgersi alla foglia. «Vanilla, vieni verso di me, per favore.»
Guardala, come socializza con il nemico.
Dopo un attimo di esitazione, l'essere svolazzò graziosamente – da dove mi era uscito quel termine? – verso la donna, continuando a danzare e canticchiare in una lingua che non riconobbi e spostandosi alle spalle di Nina, davanti alla finestra da cui entrava il sole. Con un ultimo gridolino ('il sole!'), la foglia si appiattì al vetro, emettendo suoni che ricordarono tanto le fusa di un gatto.
«Blaine, si sieda. Ora» continuò intanto Nina, indicando una delle due poltrone violacee che si trovavano di fronte a lei. Vanilla era adesso lontana, il che mi diede il coraggio per ubbidire continuando a tenerla d'occhio. Più i minuti passavano, più la mia mente si allontanava da quel pomeriggio, decidendo che se il mondo doveva andare a rotoli tanto valeva prendersi una vacanza, lasciandomi così sola con me stessa.
Una foglia magica...
«Avrei desiderato iniziare questa conversazione in un altro contesto, ma visti gli avvenimenti odierni credo sia saggio parlarne ora, faccia a faccia.»
Spostai lo sguardo su Nina per assicurarmi che avesse davvero pronunciato quelle parole.
«Nina, non crederai davvero che riesca seguirti» la interruppi prima che potesse continuare, fissandola impassibile. «C'è una foglia magica. In casa mia. Una foglia magica che, a quanto dici, si sarebbe affezionata a me e in questo momento sta prendendo il sole attaccata alla mia finestra. Sembra una stella marina.»
Come avesse aspettato la mia affermazione, Vanilla sospirò sonoramente, felice, e io inarcai le sopracciglia senza distogliere lo sguardo dalla cameriera.
«Una foglia magica che parla, Nina.» Feci una pausa significativa, cercando di comprendere io stessa i risvolti di una frase simile.
Non ci riuscii.
«Non credo tu riesca a capire la gravità della situazione, visto il modo in cui sembri essere totalmente a tuo agio.»
Nina ricambiò il mio sguardo con una sfumatura tormentata negli occhi. «Questo è perché non è la prima che vedo, signorina.»
Strinsi i pugni in grembo. Stavo perdendo la pazienza, e a giudicare dalle tante volte in cui era successo oggi... presto non sarei più stata in me. «E-e con questo cosa vorresti dire?»
Passò un attimo in cui vidi Nina superare le ultime incertezze, rilassandosi in parte e mantenendo una postura cauta.
«Da dove vengo io... le foglie parlanti sono abbastanza comuni. O lo erano, perlomeno.»
La fissai, e lei continuò. «So che è difficile da accettare, specialmente per una persona che non ha mai vissuto niente del genere, ma deve credermi, Blaine. Dopo ieri mattina, e tutto ciò che è accaduto in seguito, avevo intenzione di prendermi un po' di tempo per spiegarle la situazione, ma...»
«Aspetta» la interruppi, sentendo la mia sanità mentale salutarmi, in partenza per un posto migliore. «Ieri mattina? Ancora con la storia del male?»
Lei intrecciò le dita davanti a sé, sporgendosi in avanti e guardandomi con occhi pieni di intento. «Non si tratta di semplice male, Blaine. Ricorda il piatto? Tutto sembra condurre a un'unica spiegazione.» Si fermò, assumendo un'espressione pensierosa, e mi ritrovai a fissarle le dita delle mani, notando quella loro eleganza che aveva sempre reso Nina così diversa, così aggraziata.
Un'eleganza così fuori posto.
«Ma lei non dovrebbe poter avere abbastanza magia.»
Il tempo si fermò, e sgranai gli occhi. Per un secondo rimasi immobile, valutando le sue parole. Tra tutte le cose che erano successe – compreso l'avere una strana foglia volante in casa – questo era possibilmente il colmo.
La donna che pensavo di conoscere meglio di chiunque altro al mondo stava parlando di magia. Come se lei ne sapesse qualcosa.
Come se esistesse sul serio.
Mi concessi un secondo per pensare. Avevo sentito bene? Aveva davvero usato la parola che iniziava per 'm'?
«Magia?» chiesi, sentendo io stessa il tono incerto della mia voce.
«È il presupposto principale per poter lanciare una fattura come quella che l'ha colpita» rispose Nina con serietà, studiandomi con attenzione. «La magia può essere praticata solamente se chi la evoca e chi la subisce è intriso in essa.»
Scossi la testa, distogliendo lo sguardo e puntandolo sull'ingresso del salone, che conduceva a sua volta all'atrio dell'appartamento e, subito dopo, alla spaziosa cucina. «La magia non esiste» affermai con convinzione, assicurandomi che la voce non mi venisse a mancare.
Lei fece per replicare, ma io la bloccai bruscamente. «Viviamo nel ventunesimo secolo, Nina. La magia non esiste. Tanto meno fatture o robe simili.»
«Come spiegare la foglia, allora?» domandò lei con calma, e i miei occhi si spostarono automaticamente sulla figura di Vanilla, ora ferma alle spalle di Nina, completamente immobile se non per un leggero dondolio che la scuoteva da destra verso sinistra, e viceversa. Era una scena abbastanza inquietante, considerando come la foglia non avesse né labbra né occhi, eppure sembrava ci stesse osservando.
In ogni caso, l'appunto di Nina non faceva una piega. Come si spiegava la presenza di una foglia come 'Vanilla', se non grazie all'esistenza della... magia?
«Non esiste» insistetti, cercando di rimanere saldamente aggrappata al mio lato razionale. Quella parte di me che continuava a scuotere la testa, negando quel che i miei occhi vedevano e riconoscevano come reale.
«Signorina Blaine...»
«La magia bussa alla porta di tutti, ma sono pochi quelli che la lasciano entrare» la interruppe questa volta Vanilla, immobile nel punto di prima. Entrambe ci voltammo verso di lei, e la foglia si fece più vicina. «Le terre dormienti non trovano la chiave.»
Quell'essere riusciva solo a confondermi di più le idee. Lanciai un'occhiata verso Nina, che però stava continuando a studiare Vanilla senza lasciar trasparire nulla.
Con voce pacata, poi, disse: «Ma tu l'hai trovata.»
La foglia ricominciò a danzare, avvicinandosi ai capelli di Nina. Le sollevò alcune ciocche cadute dallo chignon, accostandosi al suo orecchio e parlando con voce chiara e brillante. «Vanilla non aveva sonno.»
Alla risposta criptica e alquanto inutile della foglia, i pugni della cameriera si serrarono e, anche se una parte di me voleva gonfiarsi di soddisfazione nel vedere la pazienza di Nina iniziare a cedere, nel complesso sentii i pensieri vorticarmi sempre più rapidamente in testa, confondendomi ancora di più. Da un lato sapevo che la... magia... e qualsiasi cosa essa implicasse non esistevano veramente, erano solamente frutto dell'immaginazione, antiche leggende che si raccontavano ai bambini prima di dormire, fiabe fantastiche con cui sognare.
Di certo non realtà.
Ma hai una foglia magica davanti agli occhi, mormorò una voce dentro di me. E gli avvenimenti di ieri, quelli di oggi, i sogni...
Prendendomi mentalmente a calci per quel che avrei detto da lì a pochi secondi, inspirai profondamente e mi alzai dalla poltrona, stringendomi le braccia intorno al corpo.
«Da dove viene?» chiesi con gli occhi fissi su Nina, costringendomi a ignorare la foglia a rivolgendomi solo a lei.
Nina assunse uno sguardo confuso per qualche secondo. Quando io non accennai a parlare di nuovo, però, sembrò capire, perché lanciò un'occhiata verso Vanilla.
«Dalle Terre del Tempo» disse con voce ferma, lasciandomi un attimo per assorbire la risposta. «Come me.»
Come lei, sicuro. Invogliai tutti gli squilli di allarme che rimbombavano nell'anticamera del mio cervello ad andarsene. Sarei riuscita a continuare quella conversazione con calma e serietà. Fino alla fine.
«Cos'è questo... posto di cui parli?»
«Terre antiche quanto la storia stessa» rispose lei, guardandomi con orgoglio – a metà tra l'evidente amore e dedizione per quei luoghi e il timore che potessi correre via in ogni momento, con ogni sua parola.
Non sai quanto mi piacerebbe.
«L'origine e la fine. Il punto di incontro tra passato e presente. Luoghi indissolubilmente legati a questo mondo, ma allo stesso tempo diametralmente opposti, dove tante cose che non può neppure immaginare sono possibili.» Il modo in cui parlava, il suo tono di voce, la cadenza delle sue parole... tutto aveva un che di soprannaturale, quasi mistico, e i suoi occhi brillarono di una luce mai vista. «Le Terre del Tempo sono magia. La magia che sempre è vissuta, ancora vive e vivrà fino alla fine dei tempi. Anche in questo mondo che non sa riconoscerla e accettarla.»
«Che belle frasi, bianca non bianca. Sembrano favole per foglioline.»
Ovviamente, se Vanilla non si fosse intromessa non sarebbe stata una dannatissima foglia demoniaca. Ma tutto sommato, in quel momento le diedi ragione.
Nina la ignorò. «Il punto è, signorina, che nelle Terre del Tempo l'uso della magia è abbastanza diffuso. Nel mondo in cui ci troviamo, però, no.»
Alle sue parole iniziai a percorrere il salotto a grandi falcate, avanti e indietro, vagamente consapevole dello sguardo della cameriera fisso su di me e del fatto che la foglia si fosse nuovamente avvicinata, seguendomi a poca distanza.
«E l'arrivo di questa foglia, gli avvenimenti di ieri mattina... temo che la fattura a lei lanciata sia più potente del previsto.»
Mi fermai davanti al camino di pietra, osservandone la cornice dall'aspetto marmoreo e i vecchi vasi sopra di essa dai motivi variegati, accostati a diverse foto che ritraevano la mia famiglia e la mia infanzia. Sfiorai con le dita la foto sorridente di mia madre, tracciandone i lineamenti femminili e i riccioli castani, chiedendomi se lei, al mio posto, avrebbe mai creduto a una storia simile.
Una fattura. Nina stava parlando di fatture lanciate contro di me. Ma perché sarei dovuta interessare – sempre considerato che la cameriera non fosse impazzita – a qualcuno proveniente da queste presunte terre 'magiche'?
E poi perché...?
Mi voltai di scatto, incrociando le braccia e fronteggiandola, squadrandola da capo a piedi. «Se vieni davvero da questo posto, perché vivi qui? E perché dovrei essere io quella a ricevere queste fatture?» Il suo sguardo si fece più intento, ma prima che potesse rispondere aggiunsi anche: «E cosa sarebbe una fattura?»
«Nella cultura popolare, la fattura è un incantesimo attraverso cui chi lo lancia è in grado di sottrarre o meno energia vitale a chi ne è colpito.»
Non suonava molto bene.
«Tuttavia» continuò lei, osservandomi come una professoressa nel bel mezzo di una lezione. «Nelle nostre Terre il concetto è ben più complesso. Una fattura è sì un incantesimo, ma per poterlo lanciare è necessario scegliere un obiettivo in cui dimori abbastanza magia da riconoscerlo una volta richiamate... aure particolari.»
Con un gesto delle dita, richiamò a sé Vanilla, che lasciò il mio fianco per danzare verso Nina. «Per quanto riguarda la sua prima domanda, sono qui per badare a lei. E rispondendo anche alla seconda, non ho la più pallida idea di perché qualcuno l'abbia scelta come suo obiettivo, signorina. Le risposte potrebbero essere molteplici – gli esseri magici non hanno sempre bisogno di motivazioni per fare quel che fanno – ma quel che non riesco ancora a spiegarmi è come sia possibile che qualcuno sia riuscito a designarla senza neppure conoscerla.»
Vanilla si fermò sopra Nina proprio nel momento in cui quest'ultima si alzò, bloccando i movimenti della foglia con due dita e attirandola a sé, osservandola con attenzione.
L'essere strillò... felice?
«Chi ti ha risvegliata, Vanilla?» La voce di Nina aveva ora assunto un tono insistente e annoiato, come ne avesse abbastanza delle mezze risposte della foglia.
«Perché fai domande di cui sai già la risposta?» ribatté Vanilla con l'ennesimo tono criptico, ma divertito.
La cameriera non la prese bene. La lasciò andare e, fulminandola con lo sguardo, mi fece cenno di seguirla mentre andava verso la cucina. «Perché è impossibile» concluse con finalità.
La foglia riprese a canticchiare. «Ma se lo fosse sarebbe così divertente!»
Nina sospirò, scuotendo la testa.
Accelerai il passo e mi accostai alla sua figura proprio mentre entrava nella sua stanza, accanto alla cucina. Il colore lì predominante era il bordeaux, in una sfumatura che sembrava infiammare solo di più i capelli di Nina, creando un contrasto acceso e pericoloso al tempo stesso. Poltrona bordeaux, pareti bordeaux... il letto a una piazza e mezza, però, era l'oggetto che attirava più attenzioni di tutto il resto, ricoperto da una semplice coperta rossa e sommerso da decine di libri aperti tutti su una pagina sempre differente, accanto a cui si trovavano appunti di ogni genere che non facevano che aumentare la sensazione di totale disordine che l'immagine stessa emanava.
Vanilla dovette pensarla come me, perché emise un suono acuto e disgustato.
«Illuminami. Pulisci la casa ma la tua stanza rimane un bordello?» chiesi, lanciando a Nina un'occhiata accusatoria. «Dopo questa non aspettarti che pulisca la mia, di camera.»
Per tutta risposta, lei si diresse verso uno dei libri, prendendolo in mano e iniziando a sfogliarlo rapidamente. Nel frattempo, io studiai con interesse la sua copertina grigia, in cui due uomini tenevano alzati l'uno contro l'altro due soli dai colori opposti.
Lo stesso disegno che avevo visto prima sulle candele e, forse, nei miei sogni.
«Ho già visto quell'immagine.»
Nina alzò brevemente gli occhi dal libro per capire a cosa mi riferissi, inarcando le sopracciglia prima di riprendere a leggere. «Sulle candele dell'altra mattina?» domandò distratta.
«Si.» E nei miei sogni.
«Non si preoccupi, è solo un vecchio simbolo.»
Aggrottai la fronte, ma non aggiunsi altro. Mi avvicinai a lei, invece, cercando di capire cosa stesse facendo, senza interferire. La cameriera continuava a sfogliare le pagine, cercando qualcosa che, apparentemente, non riusciva a trovare. Lanciò il libro sul letto e ne prese un secondo dalla copertina identica, ma questa volta azzurra.
«Che originalità» commentai, guardandola con un sopracciglio leggermente sollevato.
«Silenzio e aiuti» mi riprese lei, continuando a far scorrere lo sguardo tra le pagine. «Prenda uno qualsiasi dei libri sul letto e inizi a cercare.»
Mi inginocchiai sul materasso, smuovendo diversi libri prima di trovarne uno che catturò la mia attenzione: pagine verde chiaro accompagnate da una copertina simile a quella che aveva in mano Nina, con l'eccezione che su questa vi era solo l'uomo con la sfera nera.
La aprii e cercai l'indice. «Cosa devo guardare?» Scorsi il dito tra i titoli dei vari paragrafi.
«Malocchio» fece lei, senza degnarmi di uno sguardo.
Mi bloccai, voltandomi lentamente verso la sua figura e bruciandole la nuca.
Malocchio? «Perché?»
Finalmente mi rivolse un briciolo di attenzione. «È ciò che credo le sia stato lanciato. Ora cerchi, e dopo ordineremo cinese.»
C-cinese?
Che cosa?
Provai a controbattere, portare avanti il discorso...
Ma con gli strilli felici di Vanilla ("Cinese? Vanilla può provare?") la conversazione si concluse.
«Grande lucciola, Vanilla ti aiuta!»
Grandioso.
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