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Capitolo 3: En Garde!

Blaine

Mi svegliai di soprassalto, sentendo gocce di sudore imperlarmi la fronte e scivolare lente lungo il collo.

Dove mi trovavo? Per qualche secondo rimasi immobile su qualcosa di morbido, il mio letto, prima di ricordarmi degli avvenimenti di quella mattina che spazzarono via i resti di uno strano sogno in cui arcobaleni gesticolavano minacce e strani pappagalli rivolgevano sguardi irritati a principi nascosti tra le ombre.

Lanciai un'occhiata all'orologio sulla scrivania. Le lancette segnavano le undici e mezza del mattino, segno che fossi riuscita a dormire anche più di un paio d'ore nonostante il dolore alla testa non fosse del tutto scomparso. Ora un pulsare ritmico aveva preso il suo posto, ma sperai fosse qualcosa di passeggero. Decisi di ignorarlo e mi alzai dal letto, preparandomi per quella che si stava prospettando essere una lunga giornata.

Troppo lunga.

Diversamente dal solito, in una città dalle temperature generalmente fredde come Dublino, il caldo aveva ultimamente preso possesso delle giornate. Non accadeva spesso: soltanto durante mesi come il luglio che stavamo vivendo, in cui comunque riuscivano di tanto in tanto a palesarsi temporali sparuti e piogge estive, di quelle che duravano appena poche ore. Di quei tempi, il quindici del mese, ero diventata particolarmente sensibile agli sbalzi di temperatura della città, motivo per cui dopo aver fatto una lunga doccia mi vestii in fretta e furia e scesi in salone, portando con me l'attrezzatura da scherma.

«Nina!» gridai, troppo occupata a forzare la cerniera della giacca per fare attenzione a dove si trovasse la cameriera in quel momento. «Sto uscendo, ci vediamo tra qualche ora!»

I passi della donna rimbombarono tra i corridoi finché non mi fu accanto e potei sentire il suo sguardo giudizioso bruciarmi la nuca; un po' come Ciclope, il supereroe degli X-Men. Scacciai in fretta quel pensiero prima di scoppiare a riderle in faccia, rischiando di farla preoccupare ancora di più per la mia salute mentale. «Signorina Blaine, credo oggi sia meglio lei rimanga a casa» disse, aspettando poi in silenzio, in attesa di avere la mia totale attenzione.

Ma non l'avrebbe avuta, non quel giorno.

Una volta infilata la giacca mi affrettai verso l'uscita, virando verso il grande armadio all'ingresso solo per afferrare il borsone che conteneva l'attrezzatura da scherma e le chiavi di casa. Nina mi seguì come un'ombra piuttosto imbronciata, e quando fu di fronte alla porta mi bloccò la strada, incrociando le braccia e squadrandomi torva.

Risposi al suo sguardo, fulminandola e cercando di sembrare il più convincente possibile. L'orologio segnava già le dodici e un quarto.

«Nina, spostati. Sono in ritardo.»

«Non dovreste essere di sopra a studiare?»

Alzai gli occhi al cielo e cercai di aggirarla, fallendo miseramente quando lei seguì i miei movimenti e si posizionò come una buttafuori davanti al portone.

«Siamo a luglio, Nina. L'università è chiusa» sbottai indicando il borsone. «Gli incontri di scherma invece li ho ancora. Spostati, per favore, altrimenti Leonardo perderà la pazienza.»

Leonardo Del Rino era il mio istruttore, italiano fino al midollo ed esperto di spada – la mia specialità. Cose che amava: la scherma, le donne in carriera, i capelli, i go-kart e torturare gli allievi in ritardo. Cose che odiava: gli animali (specialmente quelli che gli sfioravano la chioma), il brutto tempo e i ritardatari.

Due piccioni con una fava...

Nina aggrottò la fronte, apparendo sinceramente frustrata e a corto di parole. Se non fossi stata già così maledettamente in ritardo mi sarei anche potuta sentire in colpa... ma in quel momento non ne avevo proprio per nessuno.

«A te la scelta: ti sposti tu o lo faccio io» minacciai.

«Ma non ha neanche pranzato» tentò Nina in tono esasperato, come stesse cercando di trovare un buon motivo per farmi rimanere in casa a tutti i costi.

Peccato non avrebbe funzionato.

Tentai nuovamente di girarle attorno, questa volta riuscendo a sgusciare fuori casa. Presi a correre, voltandomi giusto il tempo di esclamare: "mangio dopo con Maggie!", e fiondandomi subito dopo lungo la strada. Arrivata alla fermata del tram aspettai oltre dieci minuti per l'arrivo del bus, gloriosamente in ritardo, più tutte le fermate prolungate che facemmo e il traffico che incontrammo prima di arrivare in centro. A quel punto, per raggiungere la palestra il più in fretta possibile non mi rimase che correre, arrivando a destinazione con il fiatone.

Leonardo, purtroppo, non la prese granché bene.

***

Uno dei passatempi preferiti di Leonardo Del Rino era torturare i propri allievi quando si presentavano quelli che lui considerava dei "buoni motivi". Quando poi i motivi erano "buoni" per davvero, come quelli offertigli dai ritardatari, il divertimento che ne traeva era almeno il triplo – e la tortura era sempre più grande, con ogni nuova occasione di sperimentare.

«Forza, Wes! Ancora sei giri... e poi potrai partire con i cinque di routine.»

Contando i minuti passati a correre per le strette vie di Dublino e quelli passati a cercare di non rallentare mai correndo sul tapis roulant, oltre a non avere abbastanza forze per rispondere a tono, avevo i muscoli ormai in fiamme. La figura alta e possente di Leonardo – che non aveva nulla da invidiare all'Ercole della Disney, capelli folti e morbidi inclusi – mi osservava con soddisfazione e un piccolo sorriso che gli danzava sulle labbra. Il piacere di aver trovato anche quel giorno qualcuno da torturare era ben evidente sui suoi lineamenti compiaciuti, e quando si sentiva particolarmente ispirato non perdeva occasione di ricordarmi a voce della mia infelice situazione... e di quanto ancora avrei dovuto sudare per uscirne.

«Forza, forza. Non rallentare proprio ora» rimbrottò con voce profonda, avvicinandosi al tapis roulant e aumentandone la velocità, costringendomi a sforzare ancora di più i muscoli e aumentare il passo. «Non so perché voi donne vi ostiniate ad arrivare sempre in ritardo. È una mancanza di rispetto, sapete?»

Il suo tono sarebbe potuto sembrare quello di un professore esasperato e alquanto maschilista se non fosse stato per il luccichio divertito dei suoi occhi.

Sadico.

Strinsi le palpebre, concentrandomi unicamente sulla corsa e cercando di eliminare tutto il resto. Focalizzai l'attenzione su come il mio corpo reagiva allo sforzo, assaporando il modo in cui tutti i pensieri e le preoccupazioni della giornata si allontanavano, portando con loro anche il soffice pulsare delle tempie che ancora adesso continuava a tormentarmi. Non lo avrei mai ammesso di fronte a Leonardo per paura di ritrovarmi con una punizione diversa e più severa, ma correre mi aveva sempre aiutata a star meglio, cancellando tutto ciò che mi circondava e lasciandomi da sola, costringendomi a concentrarmi solamente sull'azione al presente, la mente beatamente in silenzio.

Fu il suono squillante del tapis roulant alla fine dell'ultimo giro a richiamare la mia attenzione, portandomi a rallentare sempre di più fino a fermarmi. Scesi dal macchinario barcollando per qualche secondo, causa la mancanza improvvisa di equilibrio. La testa tornò a pulsare ancora più forte di prima, facendomi rimpiangere di non essere rimasta sull'attrezzo per più tempo, ormai abituata ai suoi ritmi. Ringraziai anche il cielo di essermi messa una tuta prima di partire di casa, perché tra il fatto che Leonardo non mi avesse dato il tempo di cambiarmi e l'essere ora sudata come non mai, se fossi stata vestita diversamente sarebbe stato mille volte peggio.

Per me e l'eventuale reazione di Nina, quella sera.

«Ottimo lavoro, Wes. Hai cinque minuti per cambiarti e tornare qui» disse Leonardo, allontanandosi poi verso un paio di ragazzi che stavano seguendo un assalto in pedana.

Tirai un sospiro di sollievo, riprendendo fiato e raccogliendo il borsone dal punto in cui lo avevo lasciato, dirigendomi verso gli spogliatoi. Una volta arrivata mi cambiai velocemente, indossando la divisa e infilando il guanto da scherma nella mano destra. Avevo appena afferrato la spada che avrei usato da lì a poco quando...

Una voce mi giunse all'orecchio da dietro, strappandomi un sorriso.

«Ciurma a rapporto, capitano. Il mare è libero e non c'è neppure un Leonardo in vista.»

Mi voltai verso la proprietaria della voce, incontrando due occhi celesti come un cielo d'estate dei paesi più caldi e un sorriso smagliante che accompagnava una lunga chioma di capelli biondi e mossi, raccolti in una coda bassa che sventolava dietro Margherita Marine, anche nota come Maggie.

La mia migliore amica.

«Dal suo odore ho come la sensazione che un Leonardo l'abbia braccata, capitano» disse, avvicinandosi in modo teatrale e annusandomi. Io la spinsi via ridendo e, afferrando la maschera, richiusi il borsone e lo sistemai in uno degli armadietti liberi. «Il solo e unico. Ma non far finta di non aver seguito la scena come tutti gli altri.» Le scoccai un'occhiata che diceva 'beccata', e Maggie rispose mettendosi una mano sul cuore, fingendosi offesa.

«Io, seguire scene di tortura per puro divertimento?» Imitò una risata sommessamente malvagia e io soffocai un ghigno. «Mai, mio capitano.»

Mio malgrado, non riuscii a trattenere il sorriso. Se c'era una persona che riusciva sempre a strapparmene uno, quella era proprio Maggie. Ora però non era il momento migliore visto che i cinque minuti di pausa erano passati da un pezzo; Leonardo avrebbe osservato ogni mio passo falso per il resto del pomeriggio. Scossi la testa e le indicai di seguirmi, facendo strada. «Come mai in ritardo, capitano?» continuò Maggie, affiancandomi.

Aggrottai la fronte, ripensando a quella mattina e allo strano comportamento della cameriera. «Problemi con la nave Nina, mozzo.»

«Ammiraglio, prego.»

Le lanciai un'occhiata di traverso, senza smettere di avanzare e puntando dritta verso la pedana al centro della sala, su cui si trovava Leonardo. «Come, scusa?»

«Ammiraglio, non mozzo» precisò Maggie, sollevando il mento e guardandomi con sufficienza.

Risi della sua espressione. «Io capitano, io decido.»

Lei mi guardò torva. «Dichiaro ammutinamento.»

Aprii la bocca per rispondere, ma Leonardo mi batté sul tempo. «Smettetela di ciarlare, voi due, e venite qui» ordinò, battendo il piede al centro della pedana. Quando entrambe gli fummo accanto, indicò alcuni bambini che si erano intanto riuniti intorno a noi, guardandoci con curiosità.

O meglio, fissando le spade che stringevamo in mano con un misto di stupore e desiderio.

«Ragazzi» Leonardo entrò in modalità professionale, rivolgendosi al piccolo gruppo e allungando una mano verso di noi. «Vi presento Margherita e Blaine, due nostre allieve di vecchia data.»

I bambini ci squadrarono da capo a piedi. Alcuni, i più grandi, ci studiarono con espressione assorta, mentre quelli più piccoli fecero correre lo sguardo lungo tutta la sala, soffermandosi sulle pedane in cui si stavano svolgendo altri incontri.

Leonardo fece segno a entrambe di dividerci ai suoi lati, continuando però a rivolgersi al gruppetto. «Entrambe sono due spadaccine molto ferrate, e oggi sono qui per farvi vedere che cosa sarete in grado di fare tra un po' d'anni, partecipando ai corsi offerti dal circolo.»

Si allontanò dalla pedana prendendosi il suo tempo, rendendo il tutto il più teatrale possibile e attirando su di sé lo sguardo di tutte le ragazze della sala.

Tipico.

Alla fine si voltò verso di noi e intercettò il mio sguardo. «Facciamo quindici stoccate, ragazze. En garde» disse, e io e Maggie ci mettemmo la maschera, prendendo posizione di guardia e aspettando il segnale per poter iniziare il primo assalto.

«Etes-vous prets?»

Sì.

«Allez!»

Iniziammo a duellare come avevamo fatto tante altre volte negli scorsi anni, mantenendo un'andatura costante per via della conoscenza degli stili di combattimento l'una dell'altra, prendendo le distanze al momento opportuno e decidendo di attaccare quando più sarebbe convenuto. Potevo sentire gli occhi del nostro piccolo pubblico guardarci con ammirazione, seguire tutti i nostri movimenti e trattenere il fiato quando una di noi portava avanti un attacco particolarmente efficace o spettacolare, riuscendo ad avere la meglio sull'altra prima che Leonardo gridasse il suo 'halte!'. Ci mantenemmo sulla parità per buona parte del duello, entrambe conoscendo fin troppo bene quali mosse avremmo fatto e come contrastarle.

Quando fui sul punto di sferrare un arresto che mi avrebbe permesso di riportarmi in pari, però, qualcosa andò storto.

Balzai in avanti, allungandomi verso Maggie con l'intenzione di abbassarmi di poco ed evadere finalmente la sua guardia. Proprio in quel momento, però, un dolore sordo mi attraversò le tempie, confondendomi per qualche secondo... abbastanza da sentire qualcosa di viscido allungarsi verso di me e stringersi intorno alla mia caviglia, facendomi fare un passo troppo lungo che mi costrinse a scivolare in avanti e perdere parzialmente l'equilibrio, superando la mia avversaria.

Vidi negli occhi di Maggie il momento in cui seppe di avere in pugno l'assalto, perché fu lei a evadere la mia guardia, facendosi avanti prima che invadessi il suo spazio. Con una stoccata secca, poi, si portò facilmente in vantaggio.

«Alt!»

Dannazione. Con quell'azione Maggie aveva acquisito troppo terreno.

«Stoccata. Errore stupido, Blaine» disse Leonardo dal centro della pedana, lanciandomi uno sguardo di sufficienza e incrociando le braccia al petto. «Tornate in guardia e concludete.»

Cercando di riprendere fiato, tornai al mio posto e alzai la maschera giusto il tempo di asciugarmi la fronte. Notai Maggie fare lo stesso mentre mi guardava adesso con una strana espressione, mimando con le labbra: "Tutto a posto?"

Annuii, distogliendo lo sguardo e rimettendomi in posizione. Alzai la spada di fronte a me e cercai di concentrarmi, scacciando la sensazione provata poco prima e il dolore pulsante alla testa che si era ora ripresentato, rendendomi difficile mantenere l'attenzione sul duello e sulla voce di Leonardo che intimava di continuare.

Maggie si rimise immediatamente all'attacco, lasciando da parte ogni esitazione quando si rese conto come quella sarebbe stata l'occasione migliore per poter andare a segno e vincere il duello. Io mi concentrai per una volta sulla difesa, rallentando visibilmente rispetto a prima e rispondendo più lentamente agli attacchi, per colpa di quel dannato pulsare che cercava in tutti i modi di confondermi. In pochi minuti, il punteggio di Maggie si distanziò dal mio abbastanza perché il risultato del duello fosse ormai certo.

Nonostante ciò, continuai a cercare di eludere sia i suoi assalti finali che quelli della mia stessa immaginazione. Vidi fili azzurrognoli cercare di bloccare la mia avanzata e costringermi a mantenere la posizione di guardia, e sentii pesi invisibili rallentare i miei movimenti, minacciando di farmi perdere l'equilibrio e cadere dalla pedana.

«Wes, sei sicura di riuscire a continuare? Oggi ti vedo giù di tono» notò Leonardo quando ormai il duello era agli sgoccioli. Io e Maggie stavamo tornando in guardia per l'ultima volta, il fiatone che riempiva l'aria.

Lo guardai di sottecchi, togliendomi nuovamente la maschera e risistemandomi i capelli legati. «Si, concludiamo» confermai, sentendo l'incertezza nella mia stessa voce. Maggie mi fissò con sguardo preoccupato e anche un po' critico, stringendo la maschera sotto un braccio e la spada con la mano guantata. Si avvicinò con cautela, bisbigliando: «Non hai una bella cera, Wes.»

Il dolore pulsante alle tempie non fece che aumentare, ma scossi comunque la testa, decisa a non tirarmi indietro proprio all'ultimo. «Sono solo stanca.»

Maggie inarcò le sopracciglia, ma non aggiunse altro e tornò dalla sua parte della pedana, rimettendosi la maschera e preparandosi all'ultimo assalto. Presi un respiro profondo, imitandola e alzando la spada di fronte a me, ignorando l'inquietante sensazione di essere fissata – non dai bambini, né dall'istruttore... da qualcosa di molto, troppo diverso.

«Allez!»

Maggie si lanciò in avanti, intenzionata a concludere il prima possibile. I suoi movimenti si fecero sempre più rapidi, cosa che di solito era la mia specialità, e mi costrinse a indietreggiare fino ad arrivare al limite della pedana. A quel punto non mi rimase altra scelta che cercare di contrattaccare, per evitare di cadere fuori. Cercai di aumentare la velocità dei movimenti, recuperando terreno e riuscendo a mettere Maggie in difficoltà, nonostante il dolore alla testa non facesse che aumentare. Tirai alcune stoccate, nessuna delle quali andò a segno. Continuai ad avanzare finché non fui sicura abbastanza da poter tentare un affondo, portando il gomito indietro e caricando con tutta la volontà possibile.

Presi Maggie di sorpresa perché per evitare l'attacco si spostò di lato, rischiando di perdere l'equilibrio ma recuperando immediatamente. La vidi fare un passo in avanti ed eseguire un rovescio pressoché perfetto, per quanto facilmente evitabile.

Feci per schivarlo quando, però, qualcosa andò storto.

La viscida sensazione tornò, avvinghiandosi nuovamente a una delle mie caviglie e costringendomi a distogliere lo sguardo da Maggie. Sgranai gli occhi, cogliendo di sfuggita la fonte di quell'assurdità: il frutto della mia immaginazione che prendeva vita e si colorava di azzurro, tirava fino a farmi barcollare e cadere all'infuori della pedana.

Piombai a terra lasciando scivolare via la spada e sbattendo violentemente la testa. Macchie nere mi invasero la vista fino a formare un velo oscuro che mi accecò.

Sentii Leonardo gridare, avvertii i ragazzini intorno a noi spostarsi con tanti squittii. Passi, una voce che non riconobbi, scossoni che mi fecero tremare.

Ma stavo velocemente cadendo in un baratro da cui non riuscivo a vedere alcuna via di uscita... e tra il dolore e il nero, persi miseramente i sensi.

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