Capitolo 26: L'odore del sale
Blaine
Aprii gli occhi inspirando profondamente.
Sentivo la testa pesante, adagiata su un cuscino morbido e in una stanza che non riconobbi. Qualcuno mi aveva coperta, ma dovevo aver scalciato le lenzuola nel sonno perché adesso erano rammucchiate all'altezza delle caviglie.
Ero sudata – così tanto che con ogni respiro sentivo un po' di più il bisogno di rinfrescarmi. Mi sentivo oppressa persino dalla veste da notte che indossavo, ma che non ricordavo di aver avuto fino a poco prima...
Prima, prima... quand'era stato, il prima?
Dov'ero? Dovevano avermi cambiata, messo qualcosa di pulito addosso... ma dove, e chi?
Inspirai e avvertii l'aria pesante, viziata. Mi costrinse a prenderne profonde boccate che non soddisfarono affatto il mio bisogno di respirare. Mi misi a sedere, allora, provando sollievo alla brezza leggera che mi investì, soffiando dalla finestra aperta poco distante da me. Da lì penetrava anche la luce lieve della luna, che illuminava appena gli arredi della stanza: il letto a baldacchino su cui mi trovavo e le sue lenzuola candide, una scrivania addossata al muro e una piccola brandina dall'altro lato della stanza, vuota se non per i miei vecchi abiti. Avevo la testa affollata da tante, troppe sensazioni. Non sapevo dove mi trovavo e non ricordavo come ci fossi arrivata.
Ma l'altra Blaine, la sua rabbia e il suo dolore... e Gioiosa.
Avevo bisogno di aria fresca. Subito.
Seguendo quel pensiero scesi dal letto e mi avviai scalza oltre l'ingresso della mia stanza, ritrovandomi di fronte a quel che apparve come un intero villaggio costruito su un lungo fiume, le cui casupole erano collegate da ponticelli dall'aria antica, circondati da piante rampicanti. Non vi erano luci accese nei vari alloggi intorno al mio, se non quello di una stanza in cui riuscii a riconoscere la figura girata di spalle di una donna dai capelli rossi, legati in una crocchia che ebbi la sensazione di avere già visto...
No, non riconosco nessuno. Non prendiamoci in giro.
La sua stanza era l'unico barlume aranciato nel buio della notte. Da dove mi trovavo riuscivo a scorgere la donna china su una scrivania, intenta a leggere pergamena dopo pergamena con la calma di chi aveva tutto il tempo del mondo.
Io, invece, avevo la sensazione di non averne per nulla.
Sentivo un'oppressione divorante, una morsa che mi stringeva il petto e sembrava volermi inghiottire; i polmoni erano incapaci di prendere la giusta quantità d'aria, di mandare l'ossigeno al cervello come avrebbero dovuto.
Stordita, ecco come mi sentivo. Stordita e un tantinello nauseata.
Qualcosa mi spinse a muovermi, quindi mi avviai sul selciato nella speranza che, proseguendo per quella strada, sarei riuscita a trovare un punto dove l'aria non sarebbe stata così pesante. Forse mi stava prendendo un attacco di panico? Non avendone mai avuti non ne ero molto sicura, ma continuai nonostante tutto ad andare avanti, senza dare troppo peso alla sensazione di aver già respirato un'aria simile, di aver già provato un simile peso nel petto.
Quel vizio soffocante, salato come l'acqua marina.
Ignorai il pensiero e continuai la mia avanzata, assicurandomi di essere il più silenziosa possibile. Non volevo svegliare nessuno, né volevo allarmare qualcuno a notte fonda per un nonnulla – un leggero malessere, una cosa da niente. Gli abitanti di quel villaggio non mi conoscevano neppure... perché dare fastidio prima ancora di presentarmi? Era la cosa più saggia che potessi fare, in quel momento.
Giusto?
Era un ragionamento che non faceva una piega.
Anche se sento la testa pesante... forse dovrei dormire?
Ma era impossibile farlo senza prima respirare. Io avevo bisogno di camminare – da sola, di dirigermi al fiume intravisto dalla mia stanza, dove l'aria sarebbe stata di sicuro più leggera, respirabile.
L'idea di potermi liberare di quel peso infimo nel petto mi spronò quasi a correre. Per fortuna, però, mi ricordai del bisogno di avanzare con cautela, con discrezione...
Inutile allarmare tutti, riflettei. E quelle parole suonarono giuste nella mia mente stanca – stanca e bisognosa di aria pulita.
Giunsi alla sponda del lago. Lì la brezza che prima mi aveva dato sollievo era un venticello che soffiava più forte sulla mia veste da notte, sollevandola appena. Sembrava volermi aiutare e, per qualche meraviglioso istante, il bisbiglio della Natura contro la pelle mi permise di respirare a pieni polmoni. Fu solo per qualche secondo, però, perché subito dopo tutto tornò come prima.
O peggio.
L'assenza improvvisa d'aria, proprio dopo aver sfiorato la salvezza, mi tolse la forza di rimanere in piedi. Sentii le ginocchia minacciare di cedere e riuscii a sorreggermi non so per quale forza di volonta; gettai la spugna solo una volta raggiunto il ponticello che conduceva a un arco in pietra simile a qualcosa che avevo già visto... non ricordavo dove.
Non ricordavo quando.
Caddi a terra e la vista si fece sfocata.
Un'eco lontana, seguita da un mormorio affrettato che spezzò il silenzio assoluto della notte. Passi svelti sui ponti di legni, troppo lontani per poterli distinguere con chiarezza.
Tenendo gli occhi fissi sulla superficie del lago mi accorsi di stivali neri che si fermarono accanto alla mia figura accovacciata; delle mani affusolate si posarono sulle mie guance con estrema delicatezza, sollevandomi il viso verso uno degli sguardi più intensi che avessi mai incontrato.
Erano occhi di ghiaccio, dello stesso colore dell'acqua del fiume che ci circondava. Si fissarono su di me con un'intenzione inaspettata, carichi di qualcosa che non avrei mai saputo descrivere. Capelli neri ricadevano come chiazze di pece sulla sua fronte, in onde corte e leggere, all'apparenza morbide come la gentilezza nei suoi occhi, nei tratti del suo viso.
Il giovane lì di fronte mi concesse un sorriso quasi incuriosito prima di sfiorare la sua fronte con la mia, chiudendo gli occhi.
No, no, no. Tutto dentro di me voleva li riaprisse per concedermi di vederli solo un'ultima volta. Un'ultima volta prima che...
Lo fece. Li riaprì, e stavolta erano carichi di tristezza e rassegnazione, un'emozione che non volevo sfiorasse quel volto. Mi strinse il cuore al solo pensiero di cosa doveva star provando.
«Sai perché devo farlo» mormorò, il viso così vicino al mio da permettermi di respirare solo il suo odore, fresco e salmastro come l'oceano d'inverno.
Aria. non riuscivo a prendere aria.
«Non sentirai nulla, te lo prometto» mi assicurò accarezzandomi le guance, cogliendo una lacrima sfuggitami senza motivo. Ero così stupida... perché piangere quando c'era lui, lì, accanto a me? «È il sacrificio necessario.»
Parole così dolci, così vere. La mia anima lo sapeva, era d'accordo con lui. C'era qualcosa... qualcosa in me che aveva bisogno di ciò che lui avrebbe fatto.
Sentii distrattamente qualcuno gridare da lontano. Un'eco distante secoli, ore, secondi.
Il ragazzo mi diede un bacio soffice sulle labbra, sussurrando poi: «Muori a monte.»
E spingendomi nell'acqua del lago.
Non sentii freddo, non sentii nulla. Vidi solamente la sua figura sfocata oltre la superficie dell'acqua, mentre qualcosa mi tirava giù, giù, sempre più giù.
Finché non sentii i polmoni lottare per respirare, bruciare nel tentativo di continuare a vivere. Desideravano l'aria, ma trovarono solamente acqua.
Acqua, seguita dal buio.
Il nulla.
Il vuoto.
Annegai.
***
Note autrice: ok. Ci siamo. Questo, cari lettori che avete resistito fino a qui nonostante l'incostanza e la lentezza, è l'ultimo capitolo del Canto delle Spade. Domani posterò l'epilogo (e lì voglio vedere chi collegherà i pezzi...) chiudendo ufficialmente questo primo libro, e nei giorni seguenti parlerò di cosa succederà adesso (sto scrivendo il seguito in questi giorni).
Ovviamente sono curiosa di sapere cosa ne pensate della storia, di cosa è appena accaduto e di cosa accadrà. Spero in generale vi sia piaciuto l'inizio di questa avventura.
Perché sì, è solo l'inizio ò_ò
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