Capitolo 23 (pt.2): Pericoli nel buio
Blaine
Tra tutte le "gite fuori porta" intraprese in quel mondo, l'ultima con Nina fu di gran lunga la peggiore di tutte.
Trascorsi giornate intere a cavallo, smontando e rimontando su Fen'Aver al primo ruggito della tigre. Conducevo lo stallone lungo le rive del fiume che da settimane ormai seguivamo, che mi aveva portato dapprima allo scontro con il principe e a quello che la tigre aveva definito il Tempio dello Sguardo, e che adesso ci avrebbe condotte a...
Primo punto di domanda.
Non è che avessi ben capito dove stessimo andando.
O meglio, lo sapevo tecnicamente, ma non ne ero affatto convinta. Nina sosteneva di starmi conducendo laddove saremmo state finalmente capaci di eliminare il malocchio che il principe Vladimir mi aveva scagliato rendendomi letteralmente una calamita per ogni 'calamità' che quelle terre magiche potevano nascondere. Un malocchio che neppure l'eventuale morte del principe avrebbe potuto eliminare.
Non che il suddetto principe fosse morto – per carità, quello era un argomento spinoso che mi stava facendo diventare a dir poco intollerante a ogni tipo di esuberanza della natura circostante, foglie o fiori che fossero. E tuttavia anche quei mostriciattoli erano troppo intenti a massacrarmi i timpani per reagire alla minaccia silenziosa dei miei sguardi, in un crescendo di ansie e stanchezza.
In quelle giornate di viaggio mi ero potuta fare un'idea precisa di cosa sarebbe potuto accadere di lì a poco, o meglio avevo potuto esplorare tutte le possibili e temibili alternative a cui sarei andata incontro... inutile dire, nessuna di loro era rosea.
Non mi piaceva l'idea di dirigerci verso quelli che Nina aveva definito "Sacerdoti della Natura", gli stessi matti esaltati citati da Fidel settimane prima, dopo l'attacco della hyemna. Quei sacerdoti erano possessori di prima magia, e quindi avrebbero avuto tutti i mezzi necessari per eliminare il mio malocchio, permettendomi di tornare a casa. Avrei dimenticato tutto ciò che di peggio era accaduto fino a quel momento.
Non mi piaceva quel pensiero. Non mi piaceva così come odiavo pensare al principe e all'assassinio che forse avevo compiuto. Non mi piaceva così come non sopportavo di avanzare lungo un fiume così tanto visibile dalla foresta vera e propria, al fianco di una tigre ancora più visibile e con mostri lignei acquattati nell'ombra. Per non parlare dell'atteggiamento della già citata tigre: distaccata, fredda verso di me. Era un modo di fare troppo diverso da quello della mia Nina.
In cuor mio ero convinta di stare semplicemente impazzendo. Ero rimasta troppo a lungo nelle Terre del Tempo, così tanto da non sentire nemmeno il bisogno di sconvolgermi di fronte agli avvenimenti più strani. Inoltre, quell'esperienza mi aveva resa eccessivamente paranoica... vedevo pericoli a ogni angolo della strada, temevo la presenza di mostri dietro qualsiasi albero e non facevo altro che pensare a quei maledetti occhi smeraldo che per colpa mia, forse, non si sarebbero più riaperti.
Erano tanti, troppi pensieri. Tutte preoccupazioni a cui si aggiungevano le occhiate che Nina mi riservava quando rispondevo alle sue spiegazioni con cenni secchi, suoni indefinibili e sguardi tetri.
Lei diceva di essere bloccata nel corpo di una tigre per via di una maledizione lunga un'eternità. Diceva di non preoccuparmi per lei, di provare a ignorare quell'incidente di percorso.
Non le dissi di conoscere a grandi linee la durata dell'eternità di cui parlava – secoli, aveva detto Fidel. Secoli interi.
Presto avremmo raggiunto altre persone come me, e quella era l'unica cosa importante. Saremmo giunti da altri Sacerdoti della Natura che avrebbero saputo gestire la mia "condizione". Chiesi se avrebbero potuto liberare anche Nina, ma l'unica risposta che ottenni fu un barlume triste nello sguardo di lei, a cui seguì un silenzio cupo e pesante.
La nostra divenne in fretta molto meno che una conversazione – un monologo, semmai, e non il mio.
La sensazione di finalità durò per giorni interi, finché il paesaggio non iniziò a cambiare accogliendo sempre meno alberi, sempre meno vegetazione. Arrivammo al punto in cui il fiume si perse sottoterra, lasciando spazio a un paesaggio molto diverso.
Quando giungemmo a destinazione non ci fu neppure bisogno che Nina mi desse la conferma.
Davanti a noi finiva la strada; lasciava spazio a una parete di roccia così imponente da sovrastare l'intera foresta. Erano le pendici di una montagna che lasciava intravedere un unico, stretto accesso.
Una caverna.
***
L'aria era pesante. La prima cosa di cui mi resi conto osservando la radura intorno alla caverna era proprio quella: l'aria era pesante. Un leggero odore di sale la permeava, facendo venire sete e donando una sensazione di... déjà-vu.
Avevo come la sensazione quel luogo fosse in attesa. Immobile nel tempo, neppure le foglie degli alberi alle nostre spalle si muovevano: tutto era immoto.
In attesa di qualcosa.
Smontai da Fen'Aver e, quando posai i piedi per terra, la natura sembrò prendere un respiro profondo, immobilizzandosi ancora più di prima. Nina avanzò lenta, superandomi con movimenti cauti e orecchie tese a catturare qualsiasi suono. La coda tigrata frustava il suolo, sollevando sbuffi di terra e polvere, e facendo scricchiolare quelli che avevano tutta l'aria di essere...
«Cocci?» domandai, avvicinandomi a Nina da dietro, Fen'Aver al seguito. Sotto il trotto dello stallone gli scricchiolii si intensificarono, spezzando il silenzio intorno a noi. Quel suono attirò anche l'attenzione della tigre, che piegò il muso in basso, accovacciandosi nello stesso momento in cui lo feci anche io.
Osservando con attenzione il terreno fu sin da subito chiaro stessimo avanzando su un tappeto di... legna. Corteccia, anzi, di tronchi abbattuti. Per terra c'erano anche rami, alcuni lunghissimi e altri molto più piccoli, di diverso spessore e forma. Erano immobili tanto quanto la natura, ma al contempo avevano qualcosa di innaturale, qualcosa che mio malgrado riconobbi.
La Natura, non importava di quale forma, era sempre in movimento. Avevo imparato a riconoscerla come un'entità in moto perpetuo, viva e vibrante. Il suo profumo, unito a quello della magia, era riconoscibile e indimenticabile. Quei resti, però... quelli erano...
«Hyemna» mormorai, ripensando alla bestia lignea che avevo incontrato quella che sembrava un'eternità prima, salvata in corner da Lohan e il suo strano boomerang. Sfiorai un pezzo di corteccia spezzata con le dita. Al tatto potei avvertire ancora più chiaramente l'innaturalezza che l'aveva animata, ciò che di più diverso c'era dalla gioia e vitalità delle foglie che amavano danzarmi intorno.
Non feci in tempo ad aprir bocca, però, che Nina mi ringhiò contro. «Non pronunci quella parola, Blaine.» Fissai la tigre, titubante. «Nelle parole vive la magia, soprattutto in quelle più antiche. Non ha imparato niente nelle ultime settimane?»
Mai abbastanza, a quanto pareva. Annuì piano, pensando alla traduzione del termine usato per quei mostri: le affamate. Mi rimisi in piedi poco dopo, spolverando i pantaloni con una mano. Nina studiò ancora per alcuni istanti i resti delle hyemna prima di muoversi verso l'ingresso della caverna, tenendo il muso basso ad annusare qualsiasi altro odore fuori posto.
«C'è stato uno scontro» affermò con gravità. «Quegli esseri sono stati qui, hanno aperto un passaggio.»
Non replicai, troppo intenta a osservare ciò che mi circondava e l'imbocco della caverna dove il sole non riusciva a penetrare, ormai calante alla sera.
Che ci fosse stato uno scontro riuscivo ad avvertirlo pure io, con ogni respiro. L'aria aveva una consistenza diversa, lì. Quasi viziata. Percorsi pochi metri nel corridoio di roccia, fino a rimanere completamente al buio, fino a che...
Le pareti della caverna presero a emettere bagliori – rapidi e costanti, pulsazioni improvvise come battiti. Erano bagliori azzurri che ci circondarono sempre più rapidi, illuminando la roccia che Nina stava percorrendo piano, incurante del tutto.
Mi soffermai ad ammirare da vicino quei colori, bloccando la strada a Fen'Aver e conquistandomi un suo sbuffo alla base del collo. Gli lanciai un'occhiataccia prima di tornare a osservare l'origine della luce: funghi, a quanto pareva, o comunque qualcosa di molto simile. Erano un insieme di muschi al cui centro pulsava un cuore luminoso che rendeva la superficie rocciosa una costellazione che faceva da guida al passaggio. Seguiva un sentiero scavato nella montagna, che andava a dividersi in tante strette biforcazioni.
Era un labirinto in cui Nina avanzava sicura, come lo conoscesse a menadito.
«Signorina, non si perda» mi intimò dal punto in cui si era soffermata ad aspettarmi, in procinto di imboccare una delle tante stradine per cui proseguire. «Non è saggio perdere di vista la via, qui dentro. Tanti pericoli si muovono nel buio.»
«Fantastico» borbottai di rimando, affrettando il passo per la felicità di Fen. Quello trottò al seguito, nitrendo soddisfatto. «Un posto simile è proprio quel che ci serviva, non dici?»
La tigre frustò l'aria con la coda, bloccandosi ad annusare ancora un'altra via. «Siamo quasi arrivati» fece, e io la seguii spedita, ammirando le costellazioni pulsanti che aumentavano di intensità con ogni nuovo svicolo. Nell'ultima biforcazione il soffitto della caverna si abbassò, costringendomi ad adattarmi al cambiamento improvviso. Fen'Aver nitrì abbassando il capo e colpendomi sulla nuca, squadrandomi truce.
Cavallo del demonio.
Proseguii abbassandomi ancora di più, fino a che la caverna non si riallargò e lo scroscio del fiume riprese a rimbombare tra le pareti. L'acqua sfociava lì in un lago sotterraneo che si estendeva in una grotta più alta e ampia di quelle precedenti, dalla cui sommità pendevano lunghe stalattiti rilucenti sulla superficie liscia e immobile di fronte a noi.
La mia attenzione, a quel punto, si spostò su ciò che spiccava al centro del lago: la fonte di luce più intensa dell'intera caverna, nonché la più eterea.
Trattenni il fiato, e Nina con me.
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