Capitolo 21 (pt.2): Buonanotte, principe
Nonostante mi stessi abituando a incrociare gli esseri più strani e ad assistere alle situazioni più assurde, un pappagallo capace di formare minacce di senso compiuto in una lingua realmente comprensibile e con una voce fin troppo umana era ancora da considerarsi un passo più lungo della gamba. Ero sì a mio agio con foglie e fiori parlanti, maledizioni e mostri-albero affamati, cavalli dall'intelligenza fin troppo sviluppata, ma il sovraccarico sarebbe giunto per chiunque... e io non feci eccezione.
Le Terre del Tempo erano l'esaltazione dell'assurdo – come vivere un sogno, o un incubo nel mio caso.
Indecisa sul da farsi, rimasi letteralmente imbambolata a fissare il volatile, mormorando tra me e me: «Cocorito...»
Il pappagallo mi fulminò con lo sguardo. «Il mio nome è James, ragazzo. Ti prego di tenerlo bene a mente.»
James. Un nome tanto comune quanto fuori luogo per un semplice pennuto. Non glielo riferii per paura che potesse far valere le sue minacce, ma quelle affermazioni mi riportarono almeno in parte in me. Istintivamente sfiorai l'elsa della spada con una mano, accarezzandone il pomolo, ancora incerta su come reagire.
Gli occhietti di James seguirono i miei movimenti con estrema attenzione.
«Fossi in te starei fermo, dyaren. Non sai che fatica che abbiamo fatto per trovarti.»
Da come parlava sembrava intendere che ci fosse più di un pappagallo. Che fossero gli ennesimi strani animaletti mandati dalla Natura per danzarmi intorno? Qualcosa mi diceva di no, eppure... sentivo provenire dal suo piumaggio l'odore di fragole e cioccolato che mi avvertì della presenza di magia; allo stesso tempo la voce di Fusberta vibrò sempre più nelle mie ossa, facendo scorrere rapido il sangue nelle vene.
C'era qualcosa di diverso in quel pappagallo, di pericoloso, e non si trattava del suo becco. Era una sensazione antica che non avrei dovuto poter avvertire lì a Lyede, o almeno così aveva sempre affermato Fidel.
L'odore di magia si intensificò, intimorendomi ancora di più. Aggirai con cautela l'altare e indietreggiai verso l'uscita tenendo d'occhio il pennuto, lanciandomi poco dopo in una corsa a perdifiato e prendendo a scendere i gradini due alla volta nella speranza di raggiungere in fretta Fen'Aver.
Mi sembrò di sentire il pappagallo sospirare prima di dire: «Mio signore, io ci ho provato. Dovrete occuparvene voi.»
E un colpo secco e violento mi colpì tra le scapole, togliendomi il fiato e facendomi rovinare giù dalla gradinata con un grido di dolore. Durante la caduta riuscii ad avvolgermi il capo con le braccia, evitando di spaccarmi la testa anche grazie alla felpa morbida che avevo indosso.
Dei passi mi seguirono giù per le scale, accompagnati da un battito d'ali. Alzai il viso a fatica, il cappuccio ancora calato sugli occhi e la schiena dannatamente dolorante. La botta mi avrebbe lasciato un bel livido, ma complice l'adrenalina il dolore stava già diminuendo. Presi alcuni respiri profondi mentre un uomo incappucciato si fermò a guardarmi dall'alto in basso, esitando solo un istante prima di scoprirsi il viso.
Rimasi a bocca aperta.
Un ragazzo...!
Non era un uomo, no. Era un ragazzo dai capelli corti ma folti, di un castano scuro come la corteccia degli alberi. Una leggera peluria gli ricopriva le guance, facendo risaltare gli zigomi pronunciati e i suoi occhi dal taglio stretto, raffinato.
I suoi occhi erano chiari, profondi come lo smeraldo – occhi che conoscevo, che avevo già visto, che avevo già sognato.
«Tu...» iniziai a mormorare, fermandomi un secondo dopo.
Qualcosa di freddo mi sfiorò il mento e fu allora che ebbi la conferma dell'ostilità che aleggiava nell'aria. A un soffio dalla mia pelle si fermò una lama sporca e ammaccata, ma dalla punta affilata e puntata proprio contro la mia gola.
Gli occhi smeraldo erano freddi e impassibili mentre il ragazzo si apprestava a uccidermi. Lo sentii mormorare qualcosa a voce bassa, parole che suonarono tanto come una benedizione.
Caricò il braccio pronto a farla finita, ma un ruggito riempì l'aria in una frazione di secondo e una tigre spiccò un balzo dalla folta vegetazione ai lati della gradinata, atterrando davanti a me e ruggendo con violenza inaspettata.
Il giovane arretrò di scatto prima di poter provare a colpirmi, schivando per poco la zampa artigliata della bestia di fronte a me. Io rimasi immobile a boccheggiare come un pesce fuor d'acqua, senza sufficiente aria neppure per esclamare qualcosa di sensato. Riuscii a intravedere solamente un Fen'Aver intento a brucare serenamente l'erba non molto più in basso di noi – non sembrava aver avvertito alcun pericolo, lui, e non sollevò il muso neppure una volta nonostante il trambusto, contento di poterci ignorare.
L'aiuto che sa darmi quel cavallo...
Il pappagallo planò sino ad appollaiarsi sulla spalla del ragazzo, il piumaggio che rilucette al sole e le ali che si agitarono in aria con fare irritato. Prima che la tigre potesse balzare nuovamente all'attacco, lo sentii gracchiare a gran voce: «State bene, mio principe?»
Principe.
Aveva detto principe?
Con un cenno secco del capo il ragazzo annuì, tenendo d'occhio la tigre che lo guardava con odio. Quella si mosse posizionandosi con lentezza predatrice a oscurare la mia figura, senza però degnarmi di uno sguardo, come non esistessi. Non feci neppure in tempo a domandare delucidazioni al pennuto e al mio aspirante assassino che quest'ultimo parlò con voce profonda e accento leggero, diverso da quelli che avevo sentito fino a quel momento a Lyede.
«Janine» fece duramente il principe, raddrizzandosi e squadrando la tigre bianca da cima a fondo. Non c'era paura nei suoi occhi, o quantomeno non ne lasciava trapelare. Sembrava quasi... irritato dalla presenza della bestia, come fosse un contrattempo indesiderato. «Speravo di riuscire a concludere prima del tuo arrivo.» Le sue iridi smeraldo si posarono su di me, socchiudendosi in una sfida silenziosa. Io, di rimando, divorai ogni suo lineamento, rimettendomi in piedi e arretrando su gambe molli.
Continuavo a ripensare ai sogni in cui avevo visto quegli stessi occhi, in cui li avevo visti stanchi, divertiti, pacati...
Ma mai predatori, come in quel preciso istante.
Per tutto quel tempo una parte di me aveva continuato a sognare un ragazzo – un principe, per diamine! – che al nostro primo incontro aveva tentato di farmi fuori.
Musica per la mia autostima.
Poi realizzai all'improvviso come si fosse rivolto alla tigre.
Una tigre. Una tigre che mi stava aiutando. Una tigre che si chiamava...
Janine? Quella Janine?
«Principe Vladimir» lo salutò la bestia con voce gutturale, ma che ebbe per me l'effetto di una secchiata d'acqua gelida. Sarei svenuta se non fosse stato per l'adrenalina che mi teneva in piedi, perché la voce della mia Nina mi raggiunse con sfumature animali, che contro ogni buonsenso mi fecero battere il cuore.
Di quel passo avrei avuto un infarto da lì a qualche minuto.
«Pensavo di aver messo le cose in chiaro durante il nostro ultimo incontro» ringhiò l'animale, facendo schioccare la coda nell'aria.
Mi stavo sentendo male. Stramazzai un "Nina?" che non dovette suonare convincente perché la tigre non mi diede minimamente attenzione. La stava concedendo già tutta al principe, che di rimando alla sua minaccia velata fece un mezzo sorriso che rispecchiò il tono freddo di Janine. Quando aprì bocca per intervenire, però, fu il pappagallo sulla sua spalla ad anticiparlo. «Mi dispiace, Bianca, ma quel tuo garzone non può continuare a vivere.»
«Silenzio, Marof» ruggì la tigre, fulminando me, stavolta. «E lei si allontani, Blaine. Questa non è la sua battaglia. Prenda il cavallo e vada il più lontano possibile – la ritroverò una volta finita tutta questa storia.»
Fen'Aver inarcò il collo dopo essere stato nominato, studiandoci annoiato per qualche secondo. Tornò poco dopo a brucare come un qualsiasi animale da pascolo, sbuffando seccato.
Ormai stavo ascoltando Nina con un orecchio solo. In un altro momento avrei reagito diversamente, forse... a tutto quanto, al suo essere una tigre, un dannatissimo animale! In quell'istante, però, non ero certa mi interessasse davvero rifletterci su. L'avevo riconosciuta dal suo tono di voce, dalla sua inflessione e da come si era rivolta a me – non era la stessa Nina che conoscevo, eppure tutto in me stava reagendo come se lì di fronte avessi trovato la stessa donna che mi aveva accudito per una vita intera.
La mia Nina...
«I dyaren sono pericolosi, Janine» proseguì indefesso il pappagallo, piegando la testolina. «E il ragazzo si sta dimostrando una grana non indifferente. Se lo venisse a sapere il re non ne sarebbe contento.»
Ra... ragazzo!? Con la 'o'?
Me ne resi conto solo allora: il Cappuccio del Ladro doveva stare funzionando ancora perfettamente, perché tra quello e il mio abbigliamento sconclusionato, né il principe, né Cocorito sembravano aver capito di avere a che fare con una donna.
Una folle vocina dentro di me suggerì che vincere in quel modo avrebbe solamente reso la vittoria mille volte più soddisfacente – Fusberta, realizzai, perché pensieri simili non si sarebbero mai insinuati altrimenti nella mia testa.
Iniziai a estrarre la spada dal fodero, cedendo a quella assurda follia.
Il principe stava studiando i miei movimenti, prendendosi il suo tempo per avanzare verso me e Nina, muovendosi con una sicurezza tale da intimidire chiunque nel raggio di chilometri. Non mi sfuggì il modo in cui la sua mano si abbassò lentamente ad accarezzare l'impugnatura della lunga spada che ricadeva delicatamente al suo fianco, quasi fosse un prolungamento del suo braccio. Nella mano sinistra aveva una seconda lama, quella che mi aveva puntato alla gola: doveva essere ambidestro e questo non fece che intimorirmi ancora di più.
«Dimmi, Janine... cosa ti riporta nel nostro mondo in compagnia di un nuovo fante?» Le sue iridi smeraldo non si mossero minimamente da me, seguendo i miei passi e osservando il modo in cui stringevo ossessivamente l'elsa della spada. «Mi auguro non sia nulla di stupido. Prendi il mio consiglio e torna in esilio prima che sia troppo tardi.»
«Non devo alcuna spiegazione al principe di un altro regno, né ho bisogno di consigli» ringhiò la tigre, frustando rapidamente il terreno a portata della sua coda. «Vedila come una visita di cortesia al mio, di re» concluse, spingendomi a indietreggiare con ogni passo in avanti preso dal principe.
«Nina...» cercai di dire io, venendo bloccata dalla risata piatta di Vladimir. Il suo avanzare si era fatto predatore, quasi felino al pari di quello della tigre. Era un cacciatore sicuro delle sue capacità e consapevole di aver trovato la preda tanto attesa. Come se si trovasse davanti a un topolino indifeso – un topolino che, speravo, gliel'avrebbe fatta vedere.
Sperando di non farmi ammazzare. Non posso farmi ammazzare proprio ora.
«Cerchi il sovrano di Lyede nel Tempio dello Sguardo, Janine? Dubito lo troverai» la canzonò, continuando ad avanzare ed estraendo la seconda spada dal fodero, rivelandola in tutta la sua maestosità. La lama, ancora più lunga di quanto fosse apparsa al suo fianco, brillava alla luce del sole accompagnata dalle rifiniture in oro dell'impugnatura in cui erano state incastonate pietre dall'aspetto prezioso, di colori accesi. Tra tutti il rosso rubino sembrava irradiare luce propria bagnando la parte inferiore della lama, attraversata da petali dorati. La sola vista di quell'arma appariva letale.
In mano al suo possessore, poi, la minaccia si faceva soltanto più tangibile.
Nina ruggì, scattando in avanti. «Durlindana» sbraitò, riferendosi alla spada. Fece per correre verso il principe ma si bloccò a metà strada, come immobilizzata da un muro invisibile. I muscoli dei suoi possenti arti si tesero, gonfiandosi, e dei fili azzurri si allungarono dal terreno ad avvolgerla e bloccare qualsiasi altro suo passo.
Il ragazzo gettò per terra la prima spada, sorridendo con soddisfazione.
«Mi dispiace Janine, ma esiste un solo Re... e nel nome di Luiss III Darui non posso lasciarti in vita.» Sollevò la lama dorata di fronte a sé, puntandola verso la tigre bianca. «Non una seconda volta. Non è nulla di personale, capisci.»
No. Non avrebbe torto un solo... pelo... a Nina.
Decisi di intervenire. Mi costrinsi ad affondare una mano nel manto di Janine, affrontando la paura e spingendomi in avanti fino a superare la tigre. Mi frapposi tra lei e quel pomposo ragazzo, guardandolo negli occhi – nonostante lui non potesse vedere i miei. Estrassi la mia spada imitando i suoi spostamenti: mi misi in posizione ben consapevole dello sguardo di smeraldo che, furente, fissava i riflessi azzurri di Fusberta che illuminavano la radura.
Ripensai a Fidel e la sua voce fu come un sussurro nelle orecchie che mi spronò a concentrarmi, ad alzare la spada in posizione e a difendere ciò che avevo di più caro in quel momento. La magia che mi aveva sfiorata quando avevo lottato al suo fianco e quella del suo sangue sulla lama erano ormai scomparse, ma ne sentivo i riflessi lenti e inesorabili scorrere sulla pelle.
«Nina, stai indietro» intimai, senza distogliere l'attenzione dal principe.
Per tutta risposta dei ringhi gutturali, profondi e per nulla amichevoli si alzarono dalle fauci della tigre alle mie spalle. «Fusberta.»
Decisi di ignorare il rimprovero palese dietro quella singola parola.
«Come fa ad avere Fusberta, Blaine?»
«È una lunga storia. Spera di vivere per scoprirla.» Avrei dovuto fare qualcosa, prendere tempo finché non fosse accaduto qualche miracolo.
Perché sarebbe accaduto... vero?
«Vane?» echeggiò il principe, socchiudendo gli occhi e continuando ad avvicinarsi. «È questo il tuo nome, garzone? Se devo fare fuori prima te, desidero almeno sapere come ti chiami.»
Senza aspettare l'approvazione di Nina iniziai ad accerchiare il principe, sollevando la spada di fronte a me e sentendo il peso familiare delle daghe regalatemi da Fidel nella cintura. «Il mio nome è Blaine Wes.» Tentai di imprimere più sicurezza possibile nella mia postura e nel tono di voce. «E dovrete vedervela con me, principino.»
Il principe piegò un angolo della bocca con fare divertito. Cocorito volò via dalla sua spalla fino ad appostarsi su un ramo lì vicino.
«Io sono il Principe Vladimir I Darui, erede al trono del Regno di Chev e colui che ti toglierà la vita.» Il suo tono di voce non lasciava dubbi. Fece altri due passi avanti e io indietreggiai d'istinto. «Spero non me ne vorrai, garzone. Sarò il più rapido possibile, lo prometto.»
E con quello, si avventò contro di me con uno scatto terribilmente veloce.
Merda, merda, merda.
Le nostre spade cozzarono l'una contro l'altra con violenza e il clangore riempì lo spiazzo di terra in cui iniziammo a duellare, rimbombando nelle mie orecchie. Un affondo, un rovescio, un cazzotto e un altro ancora – mi accorsi in fretta di come il principe Vladimir fosse forte, veloce ed esperto. Lo dimostrò fin troppo rapidamente per i miei gusti. Non si trattenne neppure un secondo, mirando a quelli che grazie a Fidel avevo imparato fossero i miei punti deboli, cercando in tutti i modi di trapassare la mia guardia già abbozzata.
Dimenticai tutto e tutti. L'unico pensiero divenne quello scontro, quegli scambi, la possibilità tangibile di finire ammazzata.
La sua lama finì a sfiorarmi l'avambraccio sinistro, strappando un'esclamazione di dolore a me e un ruggito furioso alla tigre bianca. A quel punto fu ancora più palese: il principe colpiva per uccidere. Senza esitazione, senza pensarci due volte.
Mi voleva seriamente morta.
Questa non è un'esercitazione, Wes.
Tentò un fendente laterale che schivai per un soffio, ritrovandomi a evitare all'ultimo secondo anche una maledettissima finta. Più andavamo avanti, più mi ritrovavo a mantenere una posizione di difesa per non dargli modo di trovare altri buchi nella mia guardia. Ogni volta che provavo un assalto lui riusciva ad anticiparmi, mirando agli arti con precisione e fare quasi annoiato, come se stesse semplicemente giocando.
Mi stava sottovalutando, ma per farlo si stava anche fossilizzando su uno stesso andamento ritmico.
Esercitarmi con Fidel doveva essere servito a qualcosa, perché mi aveva insegnato che non tutti erano capaci di ciò che era la sua specialità: mantenere il gioco imprevedibile. Il principe stava dimostrando esperienza, certo, e non sembrava temere né me, né il mio duello... ma doveva essere convinto di avere a che fare con un'idiota. Per quel motivo tentai di reggere i suoi passi fino a quando non individuai una bozza di schema nei suoi movimenti. Riuscii a passare al contrattacco, prendendolo di sorpresa con un cambiamento improvviso di posizione.
Vidi lo stupore attraversare gli occhi smeraldo del principe Vladimir appena prima che riuscissi a colpirlo al mento con il piatto della spada, costringendolo ad arretrare. A differenza di lui io non avevo alcuna intenzione di spargere sangue, quindi colsi l'occasione per cercare una conclusione con il pomolo della spada, mirando alle tempie nella speranza di stordirlo e darmi alla fuga.
Con un gesto fulmineo lui anticipò la mia mano, sollevando Durlindana e facendola cozzare ancora una volta contro Fusberta. La spada minacciò di scivolarmi dalle dita e fui costretta a piegare le ginocchia per rimanere in piedi.
Mi ritrovai a pochi centimetri dal viso del principe – così vicina che temetti riuscisse a vedere oltre l'incanto del mio Cappuccio, a scoprire con chi aveva davvero a che fare.
Un lampo di furia nei suoi occhi, un sussurro che gli sfuggì tra i denti mentre scrutava l'oscurità della magia del Ladro: «Non so chi tu sia, bastardo, ma ammetto di averti sottovalutato. Non accadrà più.»
E con quello si staccò da me con un balzo, iniziando a mormorare una lenta cantilena in una lingua che non riconobbi. I petali sulla lama di Durlindana risplendettero e il tempo sembrò quasi fermarsi: il filo della sua spada mi sfiorò la gola e la voce di Fidel rimbombò nella mia mente.
"I duelli sono immaginazione, Jane."
Sollevai Fusberta a incontrare la lama dorata del principe e allo stesso tempo mi spinsi indietro con forza, facendogli perdere l'equilibrio con un calcio. La sua presa su Durlindana si alleggerì e lui esclamò una maledizione, rovinando sopra di me e perdendo definitivamente qualsiasi accenno di grazia.
Cademmo insieme sulla terra dura e fredda, accanto al laghetto che affiancava lo spiazzo erboso. Mi ritrovai con il suo corpo pesante premuto contro il mio, le spade dimenticate, il respiro pesante di entrambi a farla da padrone. Sentii una leggera brezza scompigliarmi le ciocche di capelli sulla fronte, facendomi realizzare l'inimmaginabile.
Il Cappuccio del Ladro non era più al suo posto.
Vidi il principe sgranare gli occhi, facendo per reggersi a malapena sui gomiti. Mi fissava come avesse visto un fantasma, seguendo ogni mio lineamento a distanza ravvicinata, permettendomi di vedere ogni singola venatura smeraldo nelle sue iridi.
Il suo sguardo percorse il mio viso scendendo fino alla clavicola che si perdeva sotto la felpa – fu a quel punto che si irrigidì.
Tastai il terreno accanto a me con l'unica mano libera, pregando di ritrovare in fretta la spada.
«Non sei un uomo» sussurrò con rabbia, trattenendo a malapena lo stupore.
Strinsi le dita intorno all'elsa di una delle daghe rovinate a terra con me, ringraziando mentalmente il karma. Dopodiché sorrisi alla sua affermazione augurandogli l'unica idiozia che mi venne in mente in quel momento.
«Buonanotte, principe.»
Feci cozzare con forza il pomolo chiaro della daga contro la sua tempia, spingendomelo via di dosso. Lui non fece in tempo a reagire prima di accusare il colpo, preso alla sprovvista; lo vidi strabuzzare gli occhi fissi su di me, scivolando poi da un lato e ruzzolando nell'acqua del lago con un tonfo.
James il pappagallo si lasciò andare a una serie di imprecazioni, e io non aspettai un secondo di più.
***
Il principe Vladimir I Darui non riemerse dall'acqua e il suo amico piumato planò verso la superficie del lago, tuffandovisi dentro con una rapidità sorprendente.
Io sfruttai l'occasione per recuperare Fusberta e raggiungere Fen'Aver, che mi fece salire palesemente controvoglia sul suo dorso. Ora che il duello era concluso la tigre bianca – Nina, Nina! – si liberò dai filamenti azzurri che la trattenevano e ruggì, correndo verso di me e superandomi con un ringhio. «Andiamo!»
Non esitai, non più.
Mi strinsi alla chioma dello stallone e diedi di tacco, spronandolo a partire.
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