Capitolo 21 (pt.1): Qui, Cocorito!
Blaine
Cavalcammo giorni interi seguendo il fiume Bhos e tenendoci lontani dalla "civiltà".
Fen'Aver si stancava raramente, e quando lo faceva c'era sempre lo scorrere dell'acqua dolce accanto a noi ad aiutarlo a rifocillarsi in fretta. Il fiume tornava utile anche a me – quando il sudore e la stanchezza avevano la meglio e la natura intorno a noi non aveva voglia di disturbarsi con del venticello fresco, un tuffo riusciva a rilassare i muscoli e ad allentare la tensione, era un toccasana non indifferente in quelle giornate trascorse di corsa. Certo, lo stallone non era felice delle pause che lo costringevo a prendere, ma dopo un paio di frenate obbligate iniziò ad accettare quella sottospecie di compromesso limitandosi a rivolgermi il solito sguardo indispettito, dandomi la schiena – e il fondoschiena – ogniqualvolta gli intimavo di collaborare.
Stanca di tutta la frutta che continuavano a propinarmi le foglie e i fiori di bosco, tentai di dilettarmi nella pesca per procurarmi qualcosa di più sostanzioso. Usai Fusberta e trascorsi un'intera mattinata a mollo nel fiume, nella speranza di riuscire a mettere sotto i denti un pasto vero. Diverse foglie dall'aspetto curioso si unirono allo spettacolo, inseguendo allegramente i pesci più piccoli per spaventarli e portarli verso di me, tentando invano di facilitarmi l'impresa.
Riuscii a pescare qualcosa solo dopo svariate ore, arrivando ad acciuffare due pesci così piccoli che, dopo aver acceso il fuoco, a malapena riuscii a salvarne della carne. Fu comunque un cambiamento ben accetto, che il mio stomaco ringraziò chiedendone ancora.
Almeno qualcosa aveva iniziato a girare nel modo giusto.
In tutto quello, però, c'era una sensazione che continuava a dominare su tutte le altre, lanciandomi nell'angoscia a momenti alterni e stringendomi le viscere per la paura. Sentii più volte il folle desiderio di girare sui tacchi e correre indietro, per ritrovare Fidel e aspettare con lui che quell'assurda situazione si risolvesse per il meglio. Con quel vecchio bifolco sarebbe stato senz'altro più semplice cercare Nina, senza contare come avrei potuto accertarmi delle sue condizioni, avrei potuto sdebitarmi, magari, per il suo aiuto nelle ultime settimane.
Quando quelle sensazioni contrastanti facevano capolino era la nuova voce dentro di me a parlare, intromettendosi nei miei pensieri con altri – discorsi razionali e consapevolezze. Mi dava la conferma che Fidel fosse vivo e non avesse bisogno del mio aiuto. Mi ricordava il vero obiettivo di quelle estenuanti ore a cavallo: ritrovare Janine.
Ritrovare Nina, una volta per tutte.
E io decidevo sempre di fidarmi di quella voce, di Fusberta... lasciandomi cullare dalle sue parole.
Smisi di tenere il conto del tempo, delle ore e dei giorni. Mi lasciai trasportare da Fen fino a quando il primo pomeriggio di una delle giornate più calde che avessi mai sopportato in quel mondo giungemmo a destinazione.
Arrivò inaspettato, e portò con sé qualcosa di ancora più inatteso.
Iniziai ad avvertirlo ore prima, quando la vegetazione intorno a noi prese a cambiare, poco a poco, mentre Fen'Aver rallentava e passava dalla sua solita corsa a un semplice trotto. Procedemmo a quell'andatura finché il paesaggio intorno a noi non perse i caratteri distintivi della foresta e il tratto di fiume che stavamo seguendo non si espanse. Il cavallo iniziò a seguire la sponda a distanza ravvicinata, incurante di poter essere visto da qualcuno per via del fatto che il silenzio più assoluto avvolse quel luogo, così come l'odore della magia, così lieve che per un secondo credetti di averlo immaginato.
Il fiume imboccò poco dopo un piccolo sentiero dai bordi di pietra e l'aspetto antico, ma ben lavorato. Lo seguimmo lentamente mentre la radura che costeggiava le sponde lasciava spazio a una vegetazione fluviale che iniziò a far rassomigliare quel luogo a una giungla tropicale.
L'odore della magia continuò ad aumentare.
Sentii lo scrosciare ritmico del fiume diminuire e raggiungemmo uno spiazzo in cui l'acqua sfociava in un laghetto lacustre, ai cui lati si trovavano due basi in pietra sovrastate da due statue ricoperte da uno spesso muschio verde. La prima raffigurava un uomo – o almeno così pareva. I lineamenti del suo viso erano stati consumati dal tempo, ma aveva mantenuto un'aria regale grazie alla postura rigida delle spalle, rovinata solo dal modo in cui si protendeva verso la seconda statua in una posa di struggente disperazione: un braccio allungato in avanti quasi tentasse di sfiorarla, invano.
La seconda statua si trovava dal lato opposto del lago, le mani strette sul cuore e il viso piegato verso il basso. Quella posizione aveva permesso ai dettagli dello scultore di non andare perduti; riuscii a intravedere il viso allungato di una donna bellissima, dai tratti morbidi e femminili, e gli occhi tristi... come rassegnati.
Sembravano i protagonisti di una tragedia, forse personaggi di un folklore dimenticato da tempo.
La sponda opposta del laghetto segnava l'inizio di una breve scalinata, culminante in un piccolo tempio in pietra, muschiato per via dell'umidità ma non per questo meno affascinante. Ai suoi lati la vegetazione cresceva fitta, ricoprendone i muri. Uccelli di varie razze sostavano tra i rami degli alberi, sprimacciando le piume e smuovendo il fogliame intorno a loro.
Dal punto in cui mi trovavo non riuscii a intravedere molto altro, quindi spronai Fen'Aver con i talloni, incitandolo ad avvicinarsi a uno stretto ponticello in pietra che collegava le due sponde. Lo stallone proseguì con un nitrito irritato, passando accanto alla statua dell'uomo e fermandosi davanti ai primi gradini.
Non andò oltre, ignorando le mie proteste.
«Cavallo scansafatiche» borbottai mentre scendevo dal suo dorso, cercando di non rovinare giù come mio solito. Riuscii a tenermi in piedi mentre lo stallone mi fulminava con lo sguardo – io lo ignorai, studiando con un po' di timore la costruzione davanti a me.
Guardarla da così vicino faceva addirittura più impressione.
Fen'Aver mi spinse in avanti con il muso, sbuffando seccamente. Io lo guardai torva ma ubbidii al suo ordine più o meno silenzioso, imboccando la scalinata con passo lento, temendo il peggio da un momento all'altro. Non avevo dimenticato come il malocchio che mi portavo dietro avesse il fantastico vantaggio di attirare le peggio creature, nemmeno mi avesse reso l'esca più invitante del mondo. Da quando ero corsa via con Fusberta, poi, c'erano stati fin troppi giorni di quiete... avevo l'impressione che la sfiga mi stesse aspettando dietro l'angolo. Avrei dovuto vivere con una mano sul cuore e l'altra sull'elsa della spada.
La domanda del giorno era: quale altra mostruosità avrei incontrato?
Giunta sull'ultimo gradino della scalinata mi resi conto di averne sottovalutato il numero e la pendenza. Quelle maledette scale erano più di quante ne avessi contate vedendole da lontano – giunta sulla sommità dovetti prendermi qualche secondo per recuperare il fiato, asciugandomi il sudore dovuto al caldo e la stanchezza con una manica della felpa.
Che fatica...
Poi mi feci coraggio ed entrai nel tempio.
Dentro l'odore della magia era più forte che all'esterno. Impregnava tutto, dall'aria alle mura stesse del tempio, così come le piante che avevano trovato accesso dal soffitto scoperto in più punti. La vegetazione che avevo notato ai lati della costruzione era diventata parte integrante dell'intrico di rami che gettavano ombra sul cortile interno, offrendone una visione ben chiara grazie alla luce che riusciva a filtrare attraverso il fogliame. In fondo al cortile intravidi un altare rialzato su una coppia di scalini – la sua superficie liscia spiccava a contrasto con il resto della pietra muschiata che dava a quel luogo un aspetto antico e abbandonato.
L'altare era, detto in parole povere, immacolato.
Mi avvicinai con cautela, evitando di inciampare sul pavimento instabile e fermandomi con una mano sulla liscia superficie di pietra. Lasciai che le mie dita ne percorressero ogni fessura, aggirando l'altare fino a trovarmi sul lato opposto, da cui potevo tenere d'occhio l'ingresso del tempio. Notai distrattamente un'incisione sulla roccia in basso e mi accovacciai per leggere meglio, cercando di spostare le erbacce che ne intralciavano i ghirigori. Dopo qualche secondo riuscii a distinguere tutte le parole: "Con occhi vediamo, con cuore sentiamo."
Se c'era una cosa che avevo capito di quel mondo, era quanto i lyediani amassero gli indovinelli. Le frasi criptiche sembravano essere all'ordine del giorno.
Bah.
Uno scricchiolio dall'alto attirò la mia attenzione. Sollevai lo sguardo posandolo su quello che aveva tutta l'aria di essere un pappagallo immobile sul bordo dell'altare, gli occhietti scuri fissi su di me. Non riuscii a trattenere un sorriso ammirandone il piumaggio sgargiante e la testina piegata da un lato – tutte cose che mi riportarono a tanti anni prima, alla mia prima visita allo zoo accompagnata da Nina. Ricordavo il modo in cui un esemplare terribilmente simile si era lasciato accarezzare da me quando, convinta che i pappagalli si chiamassero tutti Cocorito, avevo tenuto un comizio davanti a svariati bambini della mia età, inventando storie assurde sulle avventure vissute da quei pennuti.
Allungai una mano verso l'animale davanti a me, mormorando: «Qui, Cocorito. Cosa ci fa un pappagallino grazioso come te in questo postaccio, tutto solo?»
Per tutta risposta lui allontanò di scatto la testolina, socchiudendo gli occhietti con apparente irritazione.
Silenzio.
«Chiamami di nuovo con quell'orrendo appellativo e la prossima cosa che le tue dita vedranno sarà il mio becco.»
***
Note autrice: Le sorprese per Blaine sembrano non finire mai, eh? XD Colgo l'occasione per fare a tutti i lettori del Canto un augurio di buon anno *^* come vedete questo 2018 è partito con due settimane di pubblicazione di fila... spero di reggere e arrivare fino alla fine di questo libro u.u
A presto,
Isa
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