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Capitolo 19: È vivo

Blaine

Fen'Aver corse per mesi.

Almeno – quella fu l'impressione, bloccata com'ero sul suo dorso con tanto di fondoschiena dolorante.

In realtà rimasi immobile in sella senza alcuna possibilità di scendervi per circa dodici ore. Dodici ore perché, dopo essere riuscita a controllare il panico che mi attanagliava al solo pensiero della situazione in cui mi trovavo, avevo iniziato a contare i secondi a cavallo, poi i minuti.

Infine le ore.

Ero andata avanti così per dieci ore. Le prime due spiegavano perché non fossi completamente certa del tempo che era trascorso. Occhio e croce, dovevo essere rimasta in groppa a Fen'Aver per quarantatremila e duecento secondi.

Uno più, uno meno.

La terza e la quarta ora – le prime da cui avevo iniziato a contare – erano state le peggiori per il mio sedere. Avevo iniziato a dare letteralmente i numeri proprio per quello: per dimenticare il dolore. Era servito a poco, ma dopo la sesta, forse settima ora avevo imparato a ignorare la sofferenza, tornando a pensare piuttosto alla mia triste condizione.

Ero in groppa a un cavallo che mi stava portando chissà dove e che non dimostrava accenni di stanchezza, a parte le poche pause fatte sulla riva del fiume che stavamo percorrendo, per rifocillarsi. La mente suggeriva si trattasse del fiume Bhos, che Fen'Aver aveva iniziato a seguire sin da subito, poco distante da Dri'yra.

Poco distante da dove avevamo abbandonato lui.

Fidel.

La persona a cui preferivo non pensare, indecisa tra il sentirmi tradita o terrorizzata di cosa gli fosse potuto accadere. Era vivo? Era fuggito?

Non ne avevo la più pallida idea.

Verso l'undicesima ora l'odore di fragole e cioccolata era quasi del tutto scemato, e io ero tornata abbastanza padrona dei miei piedi da riuscire ad agitare le dita negli stivali di pelle. Il sudore mi si era ormai raffreddato sulla schiena e qualcosa mi diceva mi sarei presto presa un accidente.

Poi magari sarei morta.

In mezzo a tutti quei pensieri positivi, la spada continuava a rimbalzarmi sulla coscia dove avrei probabilmente trovato un livido il giorno dopo mentre Fen'Aver, nella sua corsa a perdifiato, aveva evitato bonariamente qualsiasi strada anche solo minimamente frequentata da persone. Ogni volta che individuavo qualcuno tra gli alberi, l'odore della magia tornava a impregnare l'aria e la gola mi si chiudeva, non permettendo ad alcun suono di uscirvi.

Per farla breve: non ero in una posizione piacevole, né sicura, né tantomeno comoda.

Tuttavia, quando mi resi conto di essere libera non fermai immediatamente lo stallone. Non essendo sicura di dove ci trovassimo ed essendo ormai calata la sera, preferii rimanere in silenzio sul suo dorso, sopportando l'andatura finché Fen'Aver non iniziò a rallentare di sua spontanea volontà, rimanendo nascosto tra gli alti alberi della foresta che circondavano le sponde del fiume.

Non appena si fermò, il cavallo sbuffò sonoramente e scosse la testa fino a che non mollai la presa sulla sua criniera. Lo assecondai e mi ritrovai di nuovo sbalzata di sella, proprio come ai bei vecchi tempi. Rovinai giù come un misero sacco di patate.

Imprecai, ma il contatto con la terra fu quasi un sollievo a confronto con l'immobilità a cui ero stata costretta per tutte quelle ore. Avvertii i muscoli rigidi protestare malamente a ogni movimento. Tentai di rialzarmi, non riuscendo però a reggermi in piedi e ricadendo a faccia in giù nella nuda terra, la testa a pochi centimetri da un fungo dall'aspetto appetitoso.

A quel punto qualsiasi cosa avrebbe avuto un aspetto appetitoso, e il mio stomaco era più che d'accordo con me.

Cercai di convincere i miei arti indolenziti a ubbidirmi, ma non ne fui capace. Chiunque avrebbe pensato che, dopo una giornata di fermo forzato, il desiderio di sgranchirmi le gambe avrebbe dovuto avere la meglio sulla stanchezza. Nessuno mi aveva mai confessato, però, che stare a cavallo così tanto tempo avrebbe portato con sé solo una gran stanchezza e tanto, troppo sonno.

Per non parlare della fame.

Mangiare e dormire. . In quest'ordine.

Quel pensiero fu d'aiuto più di qualsiasi altra cosa e al settimo tentativo riuscii a reggermi a malapena in piedi. Lo stallone si fece avanti nitrendo, offrendomi il proprio corpo come appoggio. Io lo ringraziai con una pacca sul collo, avvolgendolo cautamente con un braccio e guardandolo con la coda dell'occhio; visti i nostri trascorsi mi sarei aspettata un po' più di reticenza da parte di Fen'Aver, ma immaginai che momenti tristemente sfortunati come quello rendessero tutti amici. Anche me e quella sottospecie di cavallo demoniaco.

«Coraggio Fen, vecchio mio, troviamo qualcosa da mangiare» mormorai, e lo stallone drizzò le orecchie al nuovo nomignolo, puntando gli occhietti pieni di astio su di me.

Non doveva piacergli granché.

Gli concessi un sorriso teso.

«Non lamentarti, Fen. Non sei tu quello che ha passato la giornata a sudare freddo e a puzzare – controvoglia, per di più...»

Lui sbuffò, apparentemente irritato e non molto d'accordo con le mie affermazioni, ma non si vendicò come sapevo avrebbe potuto fare. Possibile provasse pietà? Ma potevo veramente stupirmi, se già era assurdo un cavallo stesse comprendendo tanto bene quel che dicevo?

Perché mi ostinavo ancora a farmi quelle domande?

Era assurdo come Fen'Aver fosse così... sveglio – ma non era un normale cavallo e questo mi era ormai chiaro. Stranamente però non profumava neppure di magia, segno che l'intelligenza fuori dal comune non dovesse essere tutta frutto di... attività paranormali.

Se così le si potevano definire.

Meglio non pensarci troppo.

Avanzammo piano e lo stallone mi accompagnò al tronco d'albero più vicino, costringendomi ad accasciarmici contro e sbuffandomi sul viso, facendomi svolazzare alcune ciocche via dagli occhi. Riuscì ad abbassarmi anche il cappuccio del Ladro che era rimasto fino a quel momento al suo posto, fermo e immobile sul mio capo.

Il secondo che ricadde sulle spalle sentii una brezza fresca scompigliarmi i capelli, facendomi sfuggire un gemito stanco. Con tutto quel caldo fu una sensazione assai piacevole – piacevole e inaspettata.

Vedermi in viso strappò un nuovo nitrito a Fen'Aver, che mi fulminò di nuovo con gli occhietti pece. Io chiusi gli occhi godendomi quel venticello fresco, digrignando mentalmente i denti al pensiero di dovermi rialzare e procurare in qualche modo qualcosa da mettere sotto i denti.

Dov'era Fidel in quel momento? E io, dove mi trovavo? Prima di mandarmi alla deriva quel pazzo aveva detto a Fen'Aver di cercare Janine.

Janine la Bianca. Aka Nina.

Eppure, di lei non c'era ancora traccia. Mi guardai intorno per alcuni istanti, ma sapevo non l'avrei intravista, sapevo non fosse lì.

Saremmo davvero arrivati da lei? Se non ora, forse in seguito...?

Troppe domande senza risposta, troppi quesiti che mi tormentavano senza pietà. Feci per rimettermi in piedi quando Fen'Aver batté per terra gli zoccoli anteriori, avvicinando il muso alla mia fronte fino a sfiorarmi e scompigliandomi ancora una volta i capelli.

L'odore di fragole e cioccolata, questa volta, invase l'aria.

La natura intorno a noi vibrò – e intendo dire che lo fece visibilmente. Un alone dorato si sparse tra le foglie, circondandoci e portando con sé una lenta melodia che coinvolse tutti i boccioli già racchiusi per la notte. Sbocciarono per l'occasione, muovendosi in sincrono e colorando la notte già schiarita dalla luce della luna, insinuandosi tra le foglie degli alberi come un manto maculato e luminoso.

Fen si mosse, spostandosi di lato e lasciandomi intravedere oltre di sé una fila di ciuffi d'erba in procinto di intrecciarsi tra loro. Si stavano legando stretti, permettendo ai fiori ai loro lati di far rotolare sul percorso improvvisato delle piccole bacche, seguite a loro volta da frutti dall'aspetto strano e squadrato, ma stranamente commestibile.

La parte di me più razionale continuava a sentirsi parecchio scettica alla vista di scenette come quella, eppure avevo proprio la sensazione che mi stessero portando da mangiare.

Qualcosa che avrei potuto mettere sotto i denti, qualcosa che... mi sarebbe tornata utile, in un certo senso.

Mi stanno aiutando.

Rimasi seduta con la schiena contro il tronco, studiando con titubanza il loro lavorio lento, ma incessante. Quando i fiori arrivarono ad adagiare con grazia il ben di Dio davanti ai miei occhi, batterono le proprie foglioline insieme e sbadigliarono con enfasi, richiudendosi poco dopo in se stessi. Furono pochi quelli che rimasero svegli intorno a me, forse curiosi abbastanza da continuare a osservarmi per spettegolare tra loro, nonostante il sonno.

I fiori del gossip.

Con due dita raccolsi una bacca, una delle poche cose nel mucchietto che avevano trasportato e che riconobbi a occhio nudo come... invitante? Per il resto non ero ancora completamente sicura di potermi fidare delle loro scelte gastronomiche. In fondo, cosa ne potevano sapere di allergie e intolleranze? Non che ne avessi mai avute di serie, ma loro non potevano averne idea, e io non ero neppure certa quei frutti esistessero a Dya.

Sulla Terra, mi corressi. Sulla Terra, Wes.

«Mangia, lucciolona!» ordinò una delle... margherite. La fissai per accertarmene e sì, ne fui abbastanza sicura: una margherita poco distante dal mio piede stava lasciando vibrare i propri petali, mentre le foglioline ai suoi lati battevano felici sui miei calzoni, incitandomi ad assaggiare.

Lo feci e quelle bacche si rivelarono non solo commestibili, ma anche buone.

Per fortuna...

Le divorai come fossero patatine, passando poi a rigirarmi i frutti sconosciuti tra le dita. Li annusai una volta, poi una seconda, e alla fine diedi un morso pregando qualsiasi dio che mi avesse tenuta in vita fino ad allora di continuare a fare il proprio ottimo lavoro. Le mie preghiere vennero accolte e finii di mangiare il mucchio di frutta con gusto, adocchiando tutte le piantine che avevano preso vita attorno a me.

Avrei volentieri divorato anche qualcos'altro, ma non lo dissi ad alta voce – sarei riuscita a resistere fino al giorno dopo. Quantomeno ero riuscita a placare il grosso della fame.

Quando conclusi la cena improvvisata i fiori gioirono in coro, lanciando in aria risatine acute e ondeggiando lentamente in circolo. Tra loro ce ne fu qualcuno che dopo qualche sbadiglio tornò a dormire, mentre altri rimasero a farmi compagnia, sovrapponendosi con domande di ogni genere.

«Lucciolona, dov'è che stai andando?»

«Il cavallone luminoso viene con te, vero?»

«La Bianca è tanto arrabbiata... ti chiude in uno sgabuzzino e butta la chiave!»

«Hai una spada nuova, Gilly vuole provarla!»

All'ultima esclamazione, i fiori strillarono felici, sporgendosi tutti verso il fodero della mia lama e sfiorandone la superficie.

Io trattenni una risata, mormorando: «Curiose, eh...?»

Un coro di 'sì!' si alzò nella radura, e scoppiai a ridere sommessamente all'immagine buffa e inverosimile.

Estrassi la spada, prendendo a studiarne i riflessi azzurrini e sentendo la meraviglia nella voce dei fiori, nel modo in cui alcuni di loro trattennero il respiro. Prima di allora non avevo avuto modo di studiare davvero Fusberta... in quel momento, però, riuscii a vederla con attenzione per la prima volta.

Ed era bellissima.

L'elsa bianca era classica, ruvida al tatto il giusto da non permettere all'arma di scivolare di mano. Culminava in una guardia dello stesso materiale e dalla forma arcuata: una cascata che avvolgeva la mano, da cui partiva la lama dai riflessi azzurri e le venature di ugual colore che spiccavano sul forte e il filo. Immaginavo che durante il giorno i colori sarebbero risaltati ancora di più, rendendo quell'arma un pezzo unico nel suo genere. Doveva essere stata finemente lavorata da mani esperte, perché era sì simile alle tante armi di Fidel, ma decisamente più leggera e bilanciata.

I fiori continuavano a protendersi in avanti come a volerla sfiorare, quindi la appoggiai delicatamente per terra per permettergli di ammirarla da vicino. Quando lo feci, notai nella mia mano la ferita ancora sporca di sangue – il mio, insieme a quello di Fidel. Intorno al graffio si era creato una strana macchia scura, una... una sottospecie di tatuaggio che pareva aver ricucito insieme la pelle e accoglieva perfettamente l'elsa della spada.

Che diavolo...

Il sangue di due persone, aveva detto Fidel, e non di due persone normali, ma possessori di quella particolare magia... la Prima Magia. Cosa significava? A quel punto, visto e considerato come avevo ottenuto la spada e quella razza di ematoma che si era formato sulla mano, Fidel doveva averci preso. Forse il mio sangue aveva davvero qualcosa di diverso, forse era qualcosa di incomprensibile quanto quel mondo che con ogni nuovo giorno lasciava intravedere nuovi lati di sé.

Quella macchia... la macchia sul palmo non faceva neppure più male.

Cosa avrebbe detto mio padre se mi avesse visto in quella situazione? Lui, che all'inizio avevo pensato avrebbe riso della mia follia, ma che adesso iniziavo a temere potesse essere più invischiato in tutto quello di quanto mi fossi mai immaginata.

Come aveva preso la notizia della mia scomparsa? Si era messo a cercarmi, aveva mobilitato la polizia? L'aveva fatto in prima persona?

E Maggie, lei cosa ne pensava della mia assenza? Dopo tutto il tempo trascorso a Lyede, aveva rinunciato a trovarmi o si stava ancora domandando dove fossi finita?

Per non parlare di Nina. Lei, da cui è iniziato tutto questo casino...

Se l'avessi ritrovata... se avessi ritrovato la cameriera avrei potuto sperare di tornare a casa, di cercare magari una scusa plausibile per la mia assenza. Ma mi sarei potuta prendere il lusso di dimenticare tutto quello che stavo vivendo? Magari mi sarei risvegliata da un incubo a occhi aperti, avrei ritrovato un briciolo di serenità, di razionalità.

Veloce – dovevo essere veloce. Più tempo passava, più rischiavo di peggiorare la situazione. Dovevo agire ora, e dovevo farlo subito.

Era una situazione paradossale, la mia, e così tanto inverosimile che persino io stentavo ancora a crederci. Eppure ero lì, e non potevo più fingere il contrario.

Rinfoderai Fusberta, adagiando il fodero accanto a me e stendendomi sull'erba fresca. La sentii sbadigliare sotto la mia nuca, intrecciandosi a offrirmi un cuscino smeraldo, non troppo morbido ma neppure così tremendamente scomodo.

La Natura si ostinava a venirmi incontro e aiutarmi, ignorando le mie continue lamentele e il mio perenne malumore.

Strinsi le labbra, fissando il cielo sopra di me.

I fiori ancora svegli stavano tornando a dormire, e Fen'Aver si era fermato di fianco all'albero che mi sovrastava, gli occhi chiusi e il respiro profondo.

Io rimasi ore a scrutare le stelle, pensando al domani e a come, forse, avrei finalmente avuto modo di ritrovare Nina.

Di rivederla.

Prima di prendere sonno, quando avvertii la testa un po' più leggera, la mente tornò anche a Fidel e il suo sorriso, alle sue ultime parole.

"Sopravvivi fino a trovare Janine, ragazzina."

Sperai che avesse trovato una via di fuga, che in qualche modo fosse sopravvissuto. Avrei dato qualsiasi cosa per scoprirlo, per averne la conferma e...

Quando chiusi gli occhi, fu quella voce a parlare – la stessa che avevo avvertito per la prima volta dopo il risveglio di Fusberta.

"È vivo," mormorò nel silenzio della notte.

E io seppi che era vero, contro tutto il buonsenso e la razionalità.

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