Capitolo 17 (pt.1): Fidati di me
Trascorremmo un tempo che sembrò infinito nella taverna.
Finii per sdraiarmi su una delle lunghe panche in legno, studiando le assi del soffitto e sentendo la noia montare con ogni secondo, ogni nuova conta delle pecore andata a vuoto.
Fidel passò tutto il tempo con la schiena al bancone, gli occhi fissi su di me e la mente probabilmente altrove.
«Me lo vuoi dire dove hai preso quel cappuccio del Ladro?» domandò tutt'a un tratto, riscuotendomi dal torpore. «E sul serio, intendo... senza mezze risposte, o bugie.»
Distolsi volentieri l'attenzione dal soffitto, accogliendo con piacere una distrazione diversa dalle altre. Fissai lo sguardo nelle sue iride assorte, riflettendo sulla sua richiesta.
A pensarci bene, non gli avevo mai raccontato nel dettaglio del pomeriggio in cui tutto era cambiato. Io per prima non avevo ancora le idee ben chiare su cosa fosse successo a Temple Bar, a causa dei ricordi opachi che confondevano l'immaginazione con ciò che era realmente accaduto. Non ero certa di sapere come avessi recuperato la felpa che avevo indosso, ma ero abbastanza sicura di non averla mai pagata.
«Temo di averla rubata» confessai infine, per la prima volta dopo tutto quel tempo. Sentii il mio tono risuonare incerto, ma alle mie orecchie quella rivelazione ebbe un che di veritiero. «Ne sono abbastanza sicura, in realtà.»
Lui grugnì una risata, scuotendo il capo con sconcerto. I lunghi capelli gli ricaddero sulla fronte e le guance. Non li aveva legati e le onde scure accentuavano i suoi lineamenti spigolosi, il naso importante; gli occhi grigi erano accesi da un luccichio divertito e le labbra erano storte in un sorriso trattenuto a stento. «Dovevi essere proprio fuori di te, Jane.»
Annuii affranta. Probabilmente aveva ragione...
L'ingresso si schiuse all'improvviso, e Creòn rimise piede nella locanda, sollevando lo sguardo su di noi. Dalla posizione in cui mi trovavo intravidi un gruppo di uomini fuori dal Pugno di Ferro, intenti a parlare tra loro mentre Paletta gli si avvicinava zoppicando, agitando in aria il proprio boccale. Prima che la porta si richiudesse alle spalle di Creòn, uno degli uomini spinse il vecchietto a terra, puntandogli un dito contro e rivolgendogli un gesto all'apparenza volgare.
«Siete ancora qui» notò il locandiere, slacciandosi i bottoni che stringevano la camicia intorno ai polsi. «Ancora nessuna traccia di Delayé?»
Fidel non rispose subito, gli occhi fissi sul viso di Creòn, paonazzo e con il fiatone. Doveva aver corso per tornare da noi, perché per il rossore scendeva fin sotto il colletto, mettendo in evidenza qualcosa alla base del collo – delle linee scure che prima non avevo notato gli solcavano la pelle, nascoste sotto il tessuto bianco della camicia.
Con un po' di attenzione riuscii a intravedere il tatuaggio, una figura che distinsi dopo pochi istanti: un lupo con il muso rivolto verso l'alto, intento a ululare alla luna.
Un lupo...?
La cosa più strana fu la sensazione di dejà-vù che quell'immagine mi strappò. Non seppi come e perché, ma... era come se l'avessi già vista.
Dove, però?
Realizzai Fidel fosse ancora assorto, inizialmente immobile. Con sguardo tagliente e i muscoli tesi fissò Creòn e il suo tatuaggio, allontanandosi poi dal bancone per avvicinarsi a me. Per chi non fosse stato abituato al suo modo di fare, forse i suoi movimenti sarebbero potuti apparire naturali, addirittura rilassati.
A me, invece, trasmisero una certa ansia.
Mi alzai a sedere sulla panca, cercando di capire da dove provenisse quella sensazione di riconoscimento alla vista del tatuaggio di Creòn. Non dovevo averla immaginata perché anche Fidel aveva iniziato a comportarsi in modo strano dopo averlo intravisto.
Ma per quale motivo?
Il silenzio terso continuò per diversi secondi prima che Creòn riprendesse il fiato e la parola. «Se c'è una cosa che non manca a Dri'yra, quelle sono le pettegole» bofonchiò, affiancandosi al bancone e ricoprendosi il tatuaggio, passandosi le dita sulla barba folta. «E sai cosa si dice ultimamente, Arcante? Ci sarebbe un dyaren a piede libero per il regno... con una foglia e una tigre bianca alle calcagna.» Si fermò, soffocando una risata e scuotendo il capo. «Assurdo, eh? Una foglia e una tigre bianca...!»
Un brivido mi percorse la schiena a quelle parole, mentre un pensiero sporadico mi attraversava la mente: da quando ero arrivata a Lyede avevo sudato freddo più volte che in tutto il resto della mia vita.
E temevo non fosse ancora arrivando il momento di tirare un sospiro di sollievo.
Merda, merda, merda.
Fidel si irrigidì accanto a me, facendo scorrere una mano sulla guardia della spada che teneva stretta alla cintola. Quando parlò, però, la sua voce non tradì alcuna emozione se non il solito, assurdo divertimento. «Le fanciulle amano le storielle di poco conto, Creòn, lo sappiamo entrambi.»
«Lo pensavo anch'io» confessò il locandiere, aggirando il bancone con calma, continuando a non guardare né me, né Fidel. «E vedi, ne sarei stato certo se non fosse girata voce che a Lyede ci sia addirittura un principe, in cerca di questo fantomatico dyaren.»
Silenzio.
Sgranai gli occhi, mettendomi lentamente in piedi.
«Il principe Vladimir I Darui, Fidel... a Lyede.» Finalmente – finalmente Creòn sollevò lo sguardo su di noi, puntando gli occhi curiosi su di me.
Fu la sensazione peggiore di tutte.
«Da dove hai detto che viene, il tuo allievo...?»
Non fece in tempo a concludere la frase che Fidel si mosse in meno di un secondo, veloce e letale verso di lui. Estrasse la spada con rapidità, incontrando Creòn a metà strada nel momento in cui anche quello si lanciò in avanti, sfoderando da sotto il bancone un pugnale lungo e affilato. Lo vidi balzare sulla superficie in legno in tempo per tentare di premere la lama alla gola di Fidel, mentre l'altro faceva cozzare duramente la spada contro l'avversario, con forza e precisione.
Rimasi a bocca aperta mentre lo scontro avveniva veloce di fronte ai miei occhi, nel silenzio più totale interrotto unicamente dal cozzare delle lame in sottofondo, il solo rumore che avrebbe potuto avvertire l'esterno di cosa stesse accadendo nella locanda. Feci per estrarre dalla cintola una delle mie daghe, decisa a intervenire, quando Fidel sbraitò: «Stai indietro, ragazzo.»
D'istinto, mi immobilizzai.
Creòn rise, abbassandosi per tentare di prendere Fidel alle ginocchia con un calcio. Quest'ultimo balzò indietro, evitando per un soffio l'assalto del locandiere e accovacciandosi, colpendo Creòn allo sterno con il piatto della spada.
Lo costrinse a terra, puntandogli la lama alla gola. «Da quand'è che hai deciso di unirti alla Banda della Luna, Creòn?» sibilò, strattonando con rabbia il locandiere, il pugno stretto intorno alla sua camicia e la spada ancora contro la pelle paonazza dell'uomo. «Da quand'è che sei caduto così in basso?»
Creòn sorrise sprezzante mentre Fidel lo teneva a bada, senza opporre nemmeno troppa resistenza. «Da quando ho capito che la scelta era tra quello e un futuro di merda, vecchio.»
Feci alcuni passi verso l'ingresso della locanda, lanciando un'occhiata oltre le finestre, all'esterno. Gli uomini che prima avevano scacciato in malo modo Paletta erano ancora lì, così come lo era il vecchio mendicante, seduto a terra a gambe incrociate e con la schiena contro la fontana.
Uno degli uomini in piazza sollevò un braccio a indicare la finestra, e sul dorso della mano risaltò cupamente l'inchiostro nero di un tatuaggio identico a quello di Creòn. «Ce ne sono altri, lì fuori» ringhiai con il tono più basso e maschile che riuscissi a emulare, pregando di non far saltare la copertura.
Se dovevo passare per un ragazzo, tanto valeva metterci la giusta intenzione.
Fidel mi diede a malapena retta, ma tanto bastò per permettere al locandiere di mettersi a sedere di scatto, scansando la mano della spada che puntava al suo cuore e cercando di ribaltare la situazione. Tentò di fare incespicare indietro Fidel, che però non si lasciò prendere alla sprovvista: con la mano libera estrasse rapidamente uno dei suoi pugnali, colpendo con forza Creòn alla fronte, usando il pomolo in osso bianco.
L'omone ricadde indietro con un tonfo pesante e un grugnito, stavolta senza rialzarsi o aprire gli occhi.
Lo ha... lo ha...!?
«È...» Quasi soffocai nel dirlo, il cuore che batteva a mille e il desiderio di scappare che mi strinse le viscere.
«Svenuto» concluse fortunatamente Fidel, guardandomi di sbieco con espressione rigida. Io presi un sospiro di sollievo, portandomi una mano al cuore.
Un conto era duellare per sport, un altro conto sarebbe stato farlo per uccidere. Non mi andava di assistere a un omicidio a sangue freddo, né di esserne indirettamente la causa.
Né ora, né mai.
Fidel, come sempre, sembrò leggermi nel pensiero. «Dovesse rialzarsi, lo ucciderò sul serio. Non credere di poter dispensare pietà verso tutti, Jane. Un giorno potrebbe costarti caro.»
Non risposi, ma serrai i denti. Ora come ora non avevo la benché minima intenzione di uccidere, di sporcarmi le mani a quel modo. Non mi interessavano le sue parole e i suoi avvertimenti, sapevo che non sarei mai riuscita a commettere un atto del genere.
Mai.
Ignorando il mio silenzio, Fidel rinfoderò il pugnale e si avvicinò a sua volta alla finestra per osservare gli uomini all'esterno. La tensione mi dava alla testa, e l'incapacità di dare un senso a tutta quella situazione mi stava facendo impazzire. Fuori dal nulla, lo affiancai e ringhiai: «Dimmi un po', Sincero. Tutto questo è opera del tuo adorato Delayé?»
Lui scosse la testa, senza concedermi neppure un'occhiata. «Non sarebbe nel suo stile, no. E incontrarci sarebbe stato nei suoi interessi. Sono stati traditi tanto quanto noi.»
Fantastico.
«E che cosa vogliono gli uomini lì fuori, come fanno a sapere di me?» continuai, cercando di calmare la parte di me che stava cercando di farsi prendere dal panico. Se l'avessi lasciata parlare, avrebbe iniziato a gridare fino a svenire.
Fidel afferrò la propria bisaccia squadrata, estraendovi una scatolina che riconobbi subito, di cui avrei potuto indovinare il contenuto anche senza vederlo.
Quando l'aprì, la maledetta freccia striata d'azzurro fece capolino di fronte ai miei occhi.
Fusberta.
Rimasi spiazzata. Perché diavolo l'aveva portata con sé?
«Avevo intenzione di mostrarla ad Armen come prova della mia sincerità, oggi, ma temo ci possa essere d'aiuto in altro modo.» Si avvicinò a me e con un rapido gioco di mano mi sfiorò un fianco, estraendo la spada bastarda dal fodero che mi aveva legato in vita quella mattina. La gettò a terra senza tanti complimenti, incurante del clangore del metallo, afferrandomi la mano destra prima che potessi rendermene conto.
«Che stai facend...»
«Farà male» mi zittì, guardandomi negli occhi. «Ma tu fidati di me.»
Cosa? No, no, no...!
Merda.
Il pensiero di dovermi liberare dalla sua stretta si concretizzò nella mia mente quando fu troppo tardi, come un fulmine a ciel sereno. Fidel premette la punta della freccia sul palmo della mia mano, finché non sentì un dolore acuto e improvviso, finché non vidi delle gocce di sangue iniziare a scorrere. In quel breve istante mi mancò il respiro, e il desiderio di lasciarmi andare a una valanga di profanità mi assalì con ferocia inaspettata.
Merda, merda, merda.
Quando il bruciore diminuì e mi ritrovai a sbuffare incredula, sollevai lo sguardo su Fidel e lo vidi ferirsi allo stesso modo, gli occhi fissi nei miei.
Ebbi la consapevolezza di ciò che aveva intenzione di fare nell'istante in cui mi strinse la mano, lasciando che il suo sangue si unisse al mio, la finalità che brillò nelle sue iridi d'acciaio.
"Serve il sangue di due persone."
La freccia iniziò a bruciare.
Gridai.
***
Note autrice: hola guys! Bentornati :D Come promesso, sto continuando ad aggiornare la storia con più regolarità! Ogni tanto faccio un po' di ritardo perché sto apportando modifiche importanti alla narrazione e revisionando passo passo, così tanto che probabilmente alla fine dovrei per giusto revisionare una seconda volta (questo è pur sempre un libro scritto tanto tempo fa XD sono cambiate tante cose nel mio stile, mi sa ò_ò!). In ogni caso, spero la storia vi stia divertendo u.u a me diverte staccare di tanto in tanto e tornare a lavorare un po' al Canto!
A presto e buone letture,
Isa
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