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Capitolo 1 (pt.3): Tutto ha un prezzo

Il suono scomparve e nella stanza calò il silenzio più assoluto, interrotto solo dal leggero respiro di Lya, che cercava di fare meno rumore possibile. Indietreggiò piano, impaurita da quelle stranezze, rifugiandosi nel triangolo di luce che veniva dalla porta mentre il rumore riprendeva più lento, più stanco, svanendo nel buio fino a diventare quasi impercettibile.

«C'è nessuno?» mormorò la bambina con voce incerta, fissando l'angolo buio con timore. Prendendosi di coraggio, poi, ripeté la domanda, questa volta con voce più chiara.

Il respiro si interruppe di nuovo, ma Lya avrebbe potuto giurare di aver sentito qualcosa... qualcosa provenire da lì, dalla parete di legno. Non capiva cosa fosse, ma ricordò una delle vecchie leggende che suo fratello Bar le aveva raccontato anni prima, che ancora adesso le tornavano spesso in mente...

Ciò che nasce dalla Natura vive per il suo sangue, così come muore per esso. Che quella cosa volesse il suo sangue?

Improvvisamente, Lya sentì la fonte del suono nell'oscurità trattenere il respiro, lasciandolo andare tutto in una volta e inspirando di nuovo. Ripeté quell'azione per ben tre volte prima che Lya decidesse di farsi forza e avanzare ancora nel buio, riavvicinandosi al suono e sussurrando di nuovo: «C'è nessuno?»

Le rispose un grido spaventato che costrinse la bambina a strillare a sua volta, improvvisamente terrorizzata. Cadde rovinosamente a terra e si allontanò a gattoni dal punto della parete che aveva lanciato l'urlo. Ecco, era arrivato il momento in cui i mostri sarebbero usciti dai suoi sogni per andarla a prendere davvero e portarla chissà dove. Non avrebbe più rivisto Tok e gli altri mocciosi. Non sarebbe più potuta fuggire per rivendicare la sua libertà, ottenendo il rispetto di tutti.

Quando raggiunse di nuovo la zona della stanza illuminata, accasciandosi contro il letto e tremando senza contegno, uno sguardo all'angolo incriminato e Lya sbarrò gli occhi, rimanendo a bocca aperta.

Dove poco prima non c'era stato nulla, adesso riusciva a vedere una sagoma bassa, posizionata in modo strano, con le braccia sollevate sopra la testa e le ginocchia strette al petto. Quando i suoi occhi si abituarono al buio, Lya notò che la sagoma, tanto simile a quella di un bambino, aveva i polsi legati sopra di sé e respirava a fatica, come fosse in preda al panico.

Con timore, la bambina si alzò dal punto in cui si trovava e si avvicinò, asciugandosi le lacrime che le erano scese sulle guance per la paura e inginocchiandosi di fronte al ragazzino. Quello, sentendo gli spostamenti di Lya, alzò di scatto la testa respirando con più affanno e dandole l'opportunità di notare una spessa benda nera che gli copriva gli occhi, oscurandogli la vista.

Il bambino emise un suono frustrato. «Per tutti i demoni! E adesso cosa? Un po' di fortuna in queste stupide terre non c'è? Perché, dico io, perché?»

Lya lo fissò con uno sguardo interrogativo. Il ragazzino stava parlando da solo? O forse sapeva che lei si trovava lì? Ma che ci faceva un ragazzino in quel posto, per di più legato come un salame? Magari anche lui era lì per rubare le spade.

O forse... forse si trattava di Weland?

Decise di sporgersi quel tanto che bastava per avvolgere le braccia intorno alla sua testa e raggiungere il nodo della benda. Il ragazzino si irrigidì, domandando con voce incerta: «Chi sei?». Ma Lya non lo ascoltò, e quando pochi secondi dopo ebbe sciolto la fascia nera, si fece indietro appoggiandosi sui talloni, osservando il bambino con curiosità.

Non doveva essere molto più grande di Tok, pensò guardandolo, anche se forse in piedi sarebbe stato un po' più alto del suo amico. Lunghi capelli biondicci e sporchi gli incorniciavano il viso, pieni di nodi per via dei legacci e leggermente mossi, gli arrivavano appena sotto la mascella. Era vestito in modo molto simile a Lya, somigliando a un moccioso come i suoi amici. La bambina lo pensò finché il suo sguardo attento ai dettagli luccicanti non si fermò su una catenella d'oro che si intravedeva sotto la camicia appena slacciata del bimbo, marchiandolo come di buona famiglia. Aveva persino un tatuaggio rosso e oro che formava una lingua infuocata dalla mascella fino all'orecchio sinistro, così strano da vedere su un viso tanto giovane. Lya si sforzò, ma non riuscì ad avere una buona visuale dei suoi occhi perché socchiusi e puntati verso di lei, come intenti ad abituarsi all'appena flebile luce della camera.

Incurante del modo in cui lui la studiava, Lya si concentrò sui polsi del bambino, legati in alto con una spessa fune e arrossati laddove la corda stringeva apparentemente da tanto. Sembrava il ragazzino avesse tentato di liberarsi con scarso successo, e del sangue ora raggrumato gli era colato lungo il braccio, sporcandogli la camicia bianca. Per un momento, Lya provò compassione per quel poveretto. Chissà quanto tempo era rimasto in quella posizione...

Fece per testare le funi, ma prima che potesse sfiorarle esitò, ricordandosi del motivo per cui si trovava nell'abitazione di Weland.

Perché il bambino si trovava legato in quella stanza? E cosa avrebbe fatto se Lya l'avesse liberato? Lei aveva una missione: trovare le spade del fabbro e uscire in fretta da lì. Se quel ragazzino avesse avuto il suo stesso obiettivo, liberarlo avrebbe solo complicato le cose.

«Ehi, tu» disse lui, notando l'espressione dubbiosa della piccola e scuotendo i polsi con decisione. «Non so chi tu sia o perché tu sia qui, ma aiutami e verrai ben ripagato.»

Lya lo fissò senza aprire bocca, incerta sul da farsi. Un compenso? Dalla catenella d'oro aveva subito pensato che qualcosa non andasse in quel tipo, che venisse da una situazione più agiata di quella che dava a vedere, ma sarebbe stato addirittura capace di ripagarla?

Si mise in piedi, osservando con attenzione la stanza intorno a sé. Adesso che i suoi occhi si erano abituati al buio trovò con lo sguardo un armadio e decise che se le spade dovevano essere lì – le avrebbe potute scovare soltanto in quel posto. Perlomeno, era quello il punto in cui le avrebbe posate lei. Un armadio sembrava un nascondiglio sensato.

Si avvicinò e posò una mano sull'anta appena schiusa.

«Se stai cercando gioielli, lì non ce ne sono» disse di nuovo la voce del bambino, aggiungendo, quando capì che Lya lo avrebbe ignorato: «Aiutami a liberarmi prima dell'alba e ti ripagherò bene.»

Questa volta Lya non riuscì a contenersi e si voltò irritata verso di lui, guardandolo con severità. «Non hai nulla da offrirmi» fece con fermezza e sguardo duro. «E poi chi sei, perché sei qui?»

«Potrei farti la stessa domanda, ragazzino.»

Lya odiava che la si scambiasse per un maschio. Lo odiava. E odiava ancora di più quel bambino che poteva portare i capelli molto più lunghi dei suoi, anche se non lunghi come lei li avrebbe desiderati. «Non sono un ragazzino» ringhiò, voltandosi verso l'armadio e studiandone ogni angolo. Non trovò ciò che stava cercando e lasciò cadere a terra vecchi abiti sopra vecchi abiti, braghe d'ogni genere, camicie, gilet tutti uguali tra loro.

Ma nessuna traccia delle spade, e la frustrazione di Lya non fece che aumentare.

Tutta colpa di quel bambino.

«Oh... oh!» esclamò il seccatore alle spalle di Lya, mentre quest'ultima richiudeva l'armadio senza curarsi di riposarvi dentro le cose tirate fuori. Si voltò verso di lui, lanciandogli un'occhiata stizzita e avvicinandosi al letto del fabbro. «Sei una lei. Sei una ragazzina.»

«Non sono una ragazzina» sbottò Lya senza concedergli alcuna attenzione e iniziando a tirar via le lenzuola, gettandole per terra.

«Non sei un ragazzino, non sei una ragazzina... temo questo possa essere un problema, milady» affermò lui, continuando poi con condiscendenza. «Oh, ma chi sono io per intendere certe cose. Se solo mi potessi aiutare, adorabile fanciulla, il mio Maestro ti ripagherebbe bene. Gioielli, proprietà, titoli... potresti... avere tutto questo! E ben altro.»

Lya finì di gettare a terra le lenzuola, gemendo irritata, e ricadde a terra di fronte al cono di luce che arrivava dalla cucina, ragionando su dove avrebbe potuto trovare le spade. Sperava che ovunque Weland fosse in quel momento non le avesse portate con sé; Klab non l'avrebbe più accettata in casa e lei sarebbe rimasta senza un tetto sulla testa prima del tempo, costretta a vivere di stenti e pagarsi da mangiare nei modi peggiori.

Il che le fece venire in mente...

«Sai dov'è il vecchio fabbro?»

Il bambino la stava fissando incuriosito, osservandone ogni mossa, studiandone ogni particolare. Lya si sentì a disagio di fronte a quegli occhi, ma non distolse lo sguardo.

«Durante la settimana delle danze Weland non ha accesso all'Est, così come durante la primavera» rispose il ragazzino con una sfumatura divertita nella voce, osservandola da dietro le sue lunghe ciocche bionde. «Quando i fiori smetteranno di danzare o fare quel che fanno da queste parti, lui farà ritorno. E tu devi aiutarmi a uscire di qui prima che sia troppo tardi.»

Quel tipo a Lya non piaceva per niente.

Per niente.

«Perché sei qui, se non hai nulla da spartire con il fabbro?» gli chiese in tono schietto e guardandolo con disprezzo, non riuscendo a capire a pieno le sue intenzioni. Il ragazzino ricambiò con uno sguardo divertito e, anche se Lya non riusciva ancora a distinguerne il colore, poteva adesso vedere i suoi occhi scuri brillare.

«E cosa avrebbe una ragazzina come te, da spartire con un tipo come Weland?»

Lei sbuffò e riprese a ignorarlo. Da quel seccatore non avrebbe ricevuto risposte, lo aveva capito, tanto valeva quindi continuare le sue ricerche e lasciarlo al proprio destino. A quel pensiero, si mise in piedi e si riavvicinò al letto, facendo forza e spostandolo dal muro. Una volta finito, si accovacciò nella polvere accumulatasi nell'angolo appena sgomberato e sollevò leggermente il materasso.

«Lì troverai solo vecchie spade arrugginite» la canzonò il bambino. «Niente di prezioso. Niente di antico. Niente di niente. Questo posto è terribilmente inutile.»

Lanciandogli un'occhiata di traverso, Lya sorrise alle sue parole e spostò del tutto il materasso, lasciandolo cadere a terra con un tonfo e il clangore di quelle che erano le lame che stava cercando. Si rimise in piedi, dandosi piccoli buffetti sui pantaloni impolverati e avvicinandosi all'altro lato del letto, dove tra un cumulo di coperte e lenzuola trovò le lame di Weland.

Il suo sorriso si allargò.

«Cercavi quelle?» chiese il bambino con voce incerta. Lya si accigliò, tenendo lo sguardo fisso sul suo bottino.

«Non sei nella posizione per fare tante domande e non rispondere a nessuna» gli fece notare con una razionalità fuori dal comune per la sua età. Ancora una volta, si abbassò di fronte alle lame e iniziò a dividerle: da un lato quelle che, nonostante fossero tutte abbastanza datate, sembravano essersi mantenute meglio, dall'altro quelle la cui lama era ormai arrugginita e macchiata dal passare del tempo e il disuso. Klab aveva detto alla banda di portargli quelle messe meglio, che avrebbero avuto più possibilità di essere vendute, quindi Lya selezionò in tutto tre spade le cui lame brillavano alla flebile luce che proveniva dalla cucina, ognuna con una propria caratteristica. In una il pomolo era stato intagliato con un magnifico rossospino il cui pelo al tatto era ruvido, in rilievo per dargli un effetto spinato e, allo stesso tempo, non intralciare l'impugnatura. In un'altra era stata intagliata un'onda in procinto di abbattersi sulla dura spiaggia di metallo sfumato di azzurro con riflessi neri, a mo' di guardia per la mano di chi l'avesse impugnata. L'ultima, invece, era una spada normale, dall'impugnatura statica ma dalla lunga lama attraversata da inflessibili venature rosse vermiglio, che la rendevano bellissima e al tempo stesso mostruosa. Lya ne rimase affascinata, per cui decise di portarla con sé nonostante fosse priva di guardia.

«Avrai bisogno di foderi per trasportarle.» La voce del bambino si intromise di nuovo, e Lya avrebbe tanto voluto gridargli che sì, lo sapeva già, e non aveva per niente bisogno della sua supponenza. Nonostante ciò, però, preferì rimanere in silenzio e parlare il meno possibile con quel tipo, cercando piuttosto dei foderi che coincidessero con le misure delle spade.

Ne trovò cinque che sarebbero potuti andare; provandoli uno a uno scartò i due peggiori e si tenne gli ultimi. Raccolse il lenzuolo sporco da terra e vi distese sopra le lame, arrotolandole con cautela finché non ne rimase un fagotto che sarebbe riuscita facilmente a portare a due mani. Con un po' di fortuna, la frutta raccolta non le sarebbe neppure scivolata via dalla camicia, e avrebbe ottenuto tutto ciò che poteva volere: le spade di Klab e il cibo.

Era sul punto di alzarsi quando intravide qualcosa conficcato fino al limite nel materasso, e sporgendosi ne estrasse la lama corta, il fine metallo di un pugnale da cui Lya rimase rapita. L'impugnatura era quasi più lunga dell'acciaio, ricamata finemente di quello che sembrava oro bianco e pelle nera. La lama, candida come la neve degli inverni più gelidi, aveva un filo sottile e affilato, e brillava al buio così come alla flebile luce quando ne colse i riflessi.

Lya si accorse solo allora del silenzio del bambino alle sue spalle, che la stava guardando con curiosità, cercando di sbirciare cosa avesse trovato ma non riuscendo a muoversi abbastanza per via dei polsi legati. Con un movimento fluido e veloce, Lya fece scivolare il pugnale in uno dei suoi stivali con la punta della lama verso l'alto per non farsi male, ma sentendo comunque il metallo graffiarle la carne. Non ci fece caso, però, presa da un impulso improvviso: Klab non aveva ordinato pugnali, e per quel che ne sapeva... lei non ne aveva trovato alcuno.

Si alzò, portando con sé il fagotto e barcollando leggermente sotto tutto quel peso. Rivolse poi un ultimo sguardo verso il bambino, incamminandosi verso l'uscita, senza rivolgergli la parola.

«No, aspetta!» esclamò lui, contorcendosi per trovare una posizione adatta a guardarla negli occhi e piegando le braccia in modo quasi innaturale.

Lya serro la mascella. Doveva far male.

«Se esci ora, in men che non si dica finirai legata qui con me» spiegò il bambino con un mezzo sorriso, la voce ferma e decisa. «C'è una magia di protezione su questa stanza. Una volta dentro non si può uscire, ma se mi liberi possiamo trovare un modo per farlo.»

Una magia di protezione, in quel regno? Lya lanciò un'occhiata verso la porta, improvvisamente intimorita. Se avesse fallito proprio ora, a un passo dal successo, cosa avrebbe fatto? Gli altri sarebbero entrati a cercarla o l'avrebbero lasciata lì? Sicuramente la seconda. Era un dato di fatto. Anche lei non si sarebbe di certo lanciata in una missione suicida per salvare il Rostro. Ma per Tok? Forse per lui l'avrebbe fatto, ma non voleva rischiare di dover scoprire se qualcuno si sarebbe sacrificato per lei.

Fissò lo sguardo sul bambino. E se quello stesse solo cercando di ingannarla, per poi rubarle le spade? O peggio... il pugnale? Se lo avesse visto e adesso lo volesse tutto per sé? Fece un passo verso la porta e la attraversò. Non accadde nulla e lei sentì la rabbia farsi strada dentro di sé, imponendole di andare a prendere a pugni quel bambino.

Lasciò cadere le spade per terra con un tonfo sordo e rientrò nella camera, incontrando gli occhi spalancati del ragazzino che la guardavano quasi con timore.

«Ma come...» iniziò lui, prima che Lya gli fosse addosso e gli mollasse un pugno sulla mascella, proprio dove si trovava il tatuaggio oro e fiamma. Il bambino lanciò un grido di dolore, piegando la testa di lato e aprendo e chiudendo la mandibola più volte. I suoi polsi tremarono nel tentativo di abbassarsi e stringere il punto dolente e, quando la guardò, nei suoi occhi scuri Lya vide la stessa ira che lei stava sentendo in quel momento.

Lo avrebbe steso al tappeto se non fosse stato per il tempo che scorreva e minacciava di intrappolarla lì con l'arrivo dell'alba, quindi si limitò a prenderlo per il colletto della camicia in modo molto poco femminile, scuotendolo con forza.

«Chi ti credi di essere?» sibilò, scrollandolo ancora. Non poteva credere che per l'ennesima volta qualcuno avesse tentato di prenderla in giro, di ingannarla. Era stanca di farsi cogliere impreparata dai più grandi, ed era arrabbiata con se stessa per aver quasi ceduto a quel seccatore.

Lui ebbe anche la faccia tosta di rispondere, misurando il tono e guardandola con sguardo duro. «Io... io non so come tu ci sia riuscita, ma ti prego, slegami. Prometto che non ti intralcerò.»

Seguì il silenzio.

E se lo avesse fatto? Le parole non erano fatti, e le promesse non valevano nulla in quel mondo privo di magia, quindi perché farne?

Sostenne lo sguardo del ragazzino senza vacillare, assumendo un'espressione stoica e anche, ammise a se stessa, guardinga. Troppe domande le vorticavano per la testa, e non riusciva a decidere cosa fosse più giusto rispondere... cosa sarebbe accaduto se lo avesse liberato? E cosa gli sarebbe successo se lo avesse lasciato lì?

Guardò ancora una volta i polsi martoriati dalla fune, e si chiese da quanto tempo fosse incatenato in quel punto, se Weland sapesse della sua presenza.

Quel pensiero le diede la giusta motivazione.

Sfilò il pugnale dallo stivale, pungendosi nel farlo, e si sporse verso il polso destro del bimbo iniziando a tagliare la fune. L'assottigliò fino che non ne rimase giusto qualche filo, poi si alzò sentendo le mele nella camicia iniziare a pesarle. Se la risistemò dentro i pantaloni e rimise il pugnale al suo posto graffiandosi di nuovo. Corse in cucina, prendendo dal tavolo un coltello e tornando nella stanza da letto in cui il bambino la stava fissando con uno sguardo pieno di... gratitudine. Lei però non contraccambiò – si accovacciò di fronte a lui e strappò gli ultimi fili.

Il ragazzino tirò un sospiro di sollievo, mormorando un "grazie" e portandosi la mano alla mascella, dove si massaggiò lievemente. Lya guardò il punto in cui lo aveva colpito, ma non si sentì in colpa; quel tipo aveva pur sempre provato a ingannarla e lei non aveva ancora capito perché. Gli occhi le ricaddero sulla catenella che portava al collo, scintillante e preziosa.

«Picchi forte per essere una ragazzina» osservò lui per sdrammatizzare, continuando a massaggiarsi. Lei gli puntò il coltello alla gola, facendolo irrigidire, e i suoi occhi scuri si dilatarono nuovamente stupiti. Le tornarono in mente le parole che il Rostro amava pronunciare ogni volta che ne aveva l'occasione e un piccolo sorriso le stirò le labbra.

«Tutto ha un prezzo» sussurrò, facendo scorrere la lama sulla sua pelle fino a sfiorare la collanina. La sollevò con la punta del coltello, facendola tintinnare. «Ti aiuto a toglierla?»

Lui serrò le labbra, deglutendo, ma non si ritrasse. «Non posso. È... era di mia madre.»

Le implicazioni di quella frase le fecero uno strano effetto alla bocca dello stomaco. Poté sentire una parte di sé iniziare a farsi indietro.

"Con l'onestà e la bontà non si vive, Lya. Quante volte te lo devo ripetere?"

Aggrottò la fronte, ma si costrinse a non mostrare alcun segno di debolezza e non demordere. Fece tintinnare di nuovo la catenella, per poi spostare lentamente il coltello fino a sfiorargli una tempia, sollevando una ciocca bionda dalla fronte. «Preferisci mi prenda un occhio?»

Per tutta risposta, il bambino li chiuse entrambi e con la mano libera sganciò la catenella d'oro, tirandola via dal collo e sollevandola fino alle labbra. Puntò lo sguardo su di lei, pieno di un sentimento che non riuscì bene a interpretare e che decise di ignorare.

Non si sarebbe fatta prendere da inutili sensi di colpa. Stava già rischiando tanto rimanendo lì, decidendo di aiutarlo.

E tutto aveva un prezzo.

Il bambino le porse la collana e lei la prese con decisione e quella che sperò fu la sua migliore espressione impassibile. Se la mise in tasca tra i chicchi d'uva, lasciando cadere il coltello tra le gambe di lui e facendo un passo indietro, mormorando un "buona fortuna". Lo osservò raccogliere la lama prima di voltarsi e recuperare il fagotto, fermandosi un'ultima volta sul ciglio della porta solo per sentire il suono insistente e secco del coltello contro la fune.

Si voltò e corse verso il punto da cui era entrata nella casupola, sistemandosi la camicia rigonfia di frutta dentro i pantaloni e sentendo la lama del pugnale ora calda, a contatto con la pelle.

Con un'ultima occhiata dietro di sé, infine, uscì.

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