43. tornerai?
Una mano gentile che lo scuoteva liberò Jisung da un sonno agitato. Sbatté le palpebre un paio di volte e strusciò il viso contro la spalla di Minho. Non ricordava di essersi addormentato. La stanza era buia, segno che il maggiore si era alzato per chiudere le tapparelle mentre dormiva. Si strinse a lui. Probabilmente l'aveva svegliato perché doveva andare agli allenamenti, ma non voleva lasciarlo andare.
Sentì Minho ridere sotto di lui mentre passava una gamba sul suo bacino e lo avvinghiava a sé. «Ti trasformi in un koala da appena sveglio?» gli domandò mentre gli accarezzava la schiena.
Jisung sospirò e passò le braccia intorno al suo collo, stringendolo a sé. «Non voglio che tu te ne vada» confessò. Sorrise nel ripensare che quella mattina gli aveva chiesto proprio quello, e fu felice di non essere stato ascoltato.
Minho sospirò e ricambiò il suo abbraccio. «Anche io vorrei rimanere, ma non posso saltare gli allenamenti» mormorò.
«Uffa.» Jisung sentì lo stomaco brontolare e arrossì quando sentì l'altro ridacchiare. «Che ore sono?» gli chiese, ricordandosi che Minho aveva gli allenamenti nel secondo pomeriggio.
«Le quattro.»
Jisung alzò la testa di scatto, sorpreso. «Ho dormito così tanto?» gli chiese. Era sicuro di essersi addormentato prima dell'ora di pranzo. «Hai mangiato?»
Minho sorrise e gli accarezzò una guancia. «Mentre dormivi mi sono preparato del ramen istantaneo, tranquillo» rispose, indicando con un cenno della testa la scatola vuota appoggiata sul comodino. «Ti dispiace se ho mangiato in camera? Ti agitavi, quindi volevo essere sicuro che non ti fossi svegliato in preda al panico quando non c'ero.»
Jisung sentì il petto scaldarsi nel sentire quelle parole, nell'accorgersi che Minho faceva caso ai piccoli dettagli e agisse di conseguenza. Sorrise. «Grazie» sussurrò.
Appoggiò il gomito sul letto per sorreggere la propria testa con la mano e allungò quella libera sul volto di Minho, che lo guardava in silenzio, le labbra a cuore leggermente aperte e gli occhi che brillavano, come sempre quando erano posati su di lui. Sguardi intrecciati, le dita del minore che accarezzavano i contorni del suo viso. Gli spostò una ciocca di capelli scuri dalla fronte.
«Come stai?» gli chiese Minho, la voce tremante.
Jisung sospirò. «Male» confessò. «Ho un peso nel petto» spiegò, continuando ad accarezzargli il volto. Delineò la sua mascella con l'indice, concentrato, poi spostò la mano sulla pelle morbida del collo e la passò sull'osso della clavicola che sporgeva dalla sua felpa. «Hai la pelle morbida.»
Il petto di Minho fu scosso da una leggera risata. «Non me lo aveva mai detto nessuno.»
«Sei stato fidanzato?» gli chiese Jisung, mentre tornava con la mano sul suo viso. Gli accarezzò una guancia, senza sapere il perché di quella domanda. Forse pura curiosità.
Minho sorrise imbarazzato. «Mai» confessò.
Jisung spalancò gli occhi. «Un ragazzo come te è sempre stato single?» domandò, sorpreso.
«Non dico di non essere mai piaciuto a nessuno, però non mi sono mai innamorato. Solo botte e via in discoteca per divertimento» spiegò, gli occhi fissi in quelli di Jisung. «Ma nessuno è mai stato in grado di prendermi, a parte te.»
Jisung sentì il cuore battere più velocemente sotto lo sguardo intenso di Minho. Non si reputava così tanto speciale da farlo innamorare per la prima volta. Si morse il labbro inferiore e i suoi occhi si posarono sulle labbra a cuore del maggiore. Gli tornarono in mente le parole che gli aveva detto quella mattina. Ti amo, Jisung, e sentì il cuore cominciare a battere più velocemente, ricordando il suo sorriso, il suo abbraccio, la sua fermezza. Era stato veramente lo scoglio in mezzo al mare in tempesta che era Jisung; gli aveva dato modo di aggrapparsi a qualcuno per non perdersi.
Senza essere sicuro di quello che faceva – forse non doveva, dato che ancora non si sentiva pronto per ricambiare l'amore di Minho, non quando si sentiva così distrutto e incapace di dargli le attenzioni che meritava, rinchiuso su se stesso mentre cercava di non crollare in mille pezzi –, abbassò il viso verso quello del maggiore, chiuse gli occhi e fece incontrare le loro labbra. Dopo un primo attimo di sorpresa sentì Minho spostare una mano sulla sua testa e un'altra sulla sua schiena per stringerlo maggiormente a sé, ricambiando quel bacio timido con più intensità, come se non aspettasse altro.
Jisung appoggiò le mani sulle sue guance, poi sui suoi capelli, gli occhi sempre chiusi e la mente azzerata. Sentiva solo il suo corpo reagire a quel contatto con un'agitazione del tutto nuova, una confusione che non gli faceva paura come quella che lo dominava quando stava male. Era piacevole il peso che sentiva sulla bocca dello stomaco, tale da dargli quasi le vertigini, così come percepire i battiti del proprio cuore, i propri respiri mozzati e gli schiocchi causati dal contatto delle sue labbra con quelle di Minho, gli unici rumori che riempivano la stanza, insieme a quelli provocati dal loro muoversi sopra il piumone.
Jisung avrebbe voluto continuare a baciarlo per tutto il pomeriggio, ma si costrinse ad allontanarsi dal suo viso. Appoggiò le mani sul materasso, alzando il busto il necessario per poter guardare il volto rosso e sconvolto di Minho, sdraiato sotto di lui, i capelli spettinati e le labbra gonfie, gli occhi che brillavano come non li aveva mai visti. Era bellissimo. «Scusami» sussurrò mentre cercava di regolarizzare il respiro. Avrebbe voluto allontanarsi da lui, perché quella vicinanza lo confondeva e quasi lo costringeva a baciarlo di nuovo, ma non ci riusciva, soprattutto sapendo che a breve sarebbe andato agli allenamenti.
Minho aggrottò le sopracciglia. «Perché mi chiedi scusa?» chiese, sorpreso.
«Perché non sono in grado di risponderti ma ti ho baciato. Non è giusto. Non voglio ferirti» spiegò. «Voglio anche io che tu sia felice.»
Minho scosse il capo con un sorriso. «Sono felice così» replicò. «Devi fare quello che ti senti, un passo alla volta. Io non scappo e i miei sentimenti non cambieranno. Non ho bisogno di inutili parole per continuare ad amarti.»
Jisung decise di credere alle sue parole, senza permettere alla sua mente di farsi troppe domande, perché era più facile così. Si fidava ciecamente di Minho, perciò lo baciò un'altra volta, e poi un'altra ancora, perché non ne aveva mai abbastanza. E il maggiore sorrideva, lo accarezzava dolcemente e lo stringeva a sé, per poi guardarlo con i suoi occhi scuri come se fosse la cosa più preziosa del mondo.
Quando arrivò l'effettivo momento in cui Minho doveva andarsene, Jisung si alzò controvoglia. Quasi cadde per terra, ma il maggiore lo afferrò prontamente. «Che succede?» gli chiese, preoccupato.
Jisung si allontanò leggermente da lui, le gambe che tramavano. «Le solite cose» sussurrò, sperando che capisse. «È solo che ora non me l'aspettavo, tutto qui», e si diede qualche schiaffo sulle cosce. Quando vide che Minho gli si avvicinava, lo fermò. «Ce la faccio da solo» disse, perché non voleva sentirsi ancora più patetico.
Minho annuì, capendo il suo stato d'animo, e si spostò per farlo passare. Jisung gli sorrise, grato che non avesse insistito, e uscì dalla propria camera. Scese le scale tenendosi al corrimano e si diresse verso la cucina.
«Mamma?»
Sooyun si voltò verso di lui. «Jisung! Che ci fai già a casa? Pensavo che fossi con i tuoi amici come mi avevi detto.» Quando vide Minho entrare dietro il figlio, la consapevolezza prese il posto della sua espressione sorpresa. «Oh, capisco. Ciao Minho. Rimani a cena?» gli chiese, mentre continuava a sistemare la spesa. Jisung le si avvicinò per darle una mano.
Minho arrossì e si grattò la nuca. «Veramente devo andare agli allenamenti» rispose. «Però grazie per l'invito.»
Sooyun annuì. «Va bene. Però se dopo vuoi passare sei il benvenuto, mh?» disse, sorridendo.
Il sacco con all'interno un cesto di insalata cadde dalle mani di Jisung e lui si piegò per raccoglierlo, le mani tremanti. Sooyun lo raggiunse e prese il sacchetto, appoggiandolo sul tavolo e voltandosi verso il figlio. Quando notò il tremore, un'espressione preoccupata si fece spazio sul suo volto. «Jisung, che succede?» gli chiese stringendo le sue mani con le proprie.
Jisung si liberò dalla sua presa con delicatezza, lo sguardo basso. «Niente» sussurrò. «Accompagno Minho alla porta.»
Superò il maggiore, che si inchinò per salutare Sooyun prima di seguirlo. Mentre si infilava il giubbotto, lanciò un'occhiata preoccupata a Jisung, i cui occhi erano fissi sulla porta mentre giocava con le dita. «Non hai intenzione di dirle nulla?» gli domandò.
Jisung sospirò. «Lo farò» rispose provando a sorridere. «Non voglio farla preoccupare inutilmente.»
Minho annuì e gli accarezzò il capo. «Bravo» disse. «Ora però devo andare per davvero.»
«Lo so. Ciao, Minie» mormorò, non sapendo bene come salutarlo.
Minho si piegò e gli lasciò un bacio veloce sulle labbra con un sorriso. «Ciao, Ji» disse, per poi aprire la porta e uscire.
Jisung tenne lo sguardo su di lui mentre attraversava il giardino di casa sua e, prima di potersi fermare, gli chiese: «Tornerai?»
Minho si fermò, la mano sul cancello aperto, e si voltò, un ampio sorriso a illuminargli il volto. «Quando vorrai, io ci sarò» lo rassicurò.
Jisung arrossì. «Allora portati i libri per studiare e il pigiama, quando ti sarai fatto la doccia dopo gli allenamenti. Ti aspetteremo per cenare» disse, prima di chiudere la porta alle proprie spalle e lasciare che un sospiro sollevato abbandonasse le sue labbra.
Rimase appoggiato alla porta per qualche minuto, sentendo i rumori di sua madre che sistemava la spesa raggiungerlo dalla cucina. Voleva andare di là e dirle tutto, sentire le sue braccia stringerlo per rassicurarlo, ascoltare la sua voce che gli dava la certezza che sarebbe andato tutte bene, ma sentiva i piedi pesanti contro il pavimento e le gambe continuare a tremare. Conosceva quelle sensazioni, sapeva che era dovuto all'estrema difficoltà della sua mente di digerire l'incontro di quella mattina, ancora troppo vivido per poter essere razionalizzato. Aveva bisogno di aiuto.
I rumori della cucina si spensero e Jisung vide sua madre entrare nel suo campo visivo. Voleva raggiungerla, ma non ci riusciva. Fu lei ad andargli incontro, a prenderlo per mano e portarlo in salotto adattandosi ai suoi passi incerti. Una volta che furono seduti l'uno accanto all'altro, senza smettere di stringergli le mani, gli chiese che cosa fosse successo e Jisung si accorse che era ancora più difficile dire quelle parole ad alta voce, soprattutto alla donna che aveva amato quell'uomo e dal quale era stata abbandonata, senza una spiegazione o un aiuto economico per crescere loro figlio. Ma, nonostante la consapevolezza del dolore che avrebbe causato anche a lei, doveva farlo.
«Oggi ho visto papà fuori dall'università» confessò interrompendo il silenzio che si era creato fra loro, lo sguardo basso sulle sue mani strette da quelle della madre.
«Cosa!?» esclamò Sooyun, sorpresa.
Jisung annuì e sentì gli occhi riempirsi di lacrime amare. «Non so che cosa ci faceva lì, come faceva a sapere che studio lì, io... non riesco ancora a crederci» mormorò e alzò il viso per incontrare gli occhi addolorati della madre. «Credo volesse parlarmi, ma io non ce l'ho fatta» continuò percependo le lacrime rigargli il volto, così simili a quelle di Sooyun.
Lei lo strinse a sé, troppo sconcertata per parlare. Gli accarezzò la schiena dolcemente, cullandolo per aiutarlo a calmare i tremori violenti che si erano impossessati del suo corpo così fragile in quel momento. «Risolveremo anche questa situazione insieme» gli promise.
Jisung annuì, il volto appoggiato sulla sua spalla. «Lo so, mamma» mormorò. Chiuse gli occhi e altre lacrime si posarono sul maglione di Sooyun. «Non voglio riaverlo nella mia vita.»
La madre lo strinse forte. «Non accadrà, stai tranquillo. Ti proteggerò. Ti proteggeremo.»
Jisung sorrise, riscaldato da quelle parole, e circondò il busto della madre con le braccia. «Ti proteggerò anche io» le promise facendola ridacchiare. Si allontanò leggermente da lei, il volto ancora bagnato ma un piccolo sorriso offeso sulle labbra. «Che c'è, non ti fidi? Non vedi i muscoli che ho messo su con l'aiuto di Changbin?»
Sooyun sorrise e prese fra le mani le maniche del maglione per asciugare il volto del figlio, poi strizzò i suoi bicipiti. «Oh beh, mica male» replicò.
«Vedi? Nessuno ti farà del male finché ci sarò io» disse Jisung, improvvisamente serio. Avrebbe fatto qualsiasi cosa per proteggere sua madre, un'anima pura e determinata che non si era mai arresa per potergli offrire una vita piena, nonostante i problemi economici. «Nessuno» ripeté, facendo spalancare gli occhi a Sooyun.
Il suono del campanello li interruppe. Sooyun si alzò e andò ad aprire. «Changbin, Felix!» esclamò, sorpresa di vederli lì.
I due ragazzi si inchinarono ed entrarono correndo in salotto, catapultandosi verso il divano per abbracciare il loro migliore amico. Jisung rischiò di mettersi a piangere di nuovo nel sentire il calore dei loro corpi contro il suo, l'affetto che gli trasmettevano nonostante lo stessero soffocando.
«Come stai, Sungie?» gli chiese Changbin, sedendosi alla sua destra; Felix si mise dalla parte opposta, le mani appoggiate su quelle di Jisung.
Quest'ultimo sospirò. «Male» disse. Non c'era bisogno di mentire, non più, ormai, non con loro. «Fortunatamente tra poco ho l'appuntamento dalla psicologa.»
Felix annuì. «Mi ricordavo bene, allora. Se vuoi, ti accompagniamo e dopo possiamo andare a fare un giretto al fiume Han, che ne dici?» propose e Changbin assentì con un veloce cenno del capo. Sembrava che si fossero messi d'accordo.
Jisung sorrise. «A me va bene, ma non voglio disturbarvi» replicò, poi aggrottò le sopracciglia, spostando gli occhi sul ragazzo alla sua destra. «Tu non dovevi essere al lavoro?» gli chiese.
«Ho chiesto a un mio collega se poteva sostituirmi questa mattina, quindi eccomi qui» rispose con un sorriso. «Tutto per il mio Sungie. Che poi, quel bastardo, come faceva a sapere dove studi!? Ti giuro, se lo ribecchiamo quando siamo insieme gliene do quattro!» esclamò, facendo ridere tutti. Sapevano bene che non l'avrebbe mai fatto.
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