39. ascoltare il mare
sabato 26 dicembre
Jisung prese la valigia dal portabagagli situato sopra i posti a sedere e la appoggiò per terra, accodandosi alla fila che si era creata per scendere alla stazione di Busan, l'ultima fermata del treno. Scrisse un veloce messaggio a Minho, dicendogli che era quasi arrivato, e prese un profondo respiro, preparandosi alla calca di persone che avrebbe dovuto affrontare una volta sceso. Il treno si fermò e lentamente la fila cominciò a farsi più piccola.
La stazione di Busan era enorme. Non quanto quella di Seoul, ma mentre camminava Jisung passò accanto a svariati negozi e si ritrovò al centro di corridoi larghi almeno quanto un'autostrada, controllati da carabinieri in divisa che lo mettevano in soggezione con i loro sguardi seri. Seguendo le indicazioni appese al soffitto riuscì a trovare l'uscita. Si guardò intorno per cercare Minho e sobbalzò quando sentì un paio di mani prenderlo per le spalle. Si voltò, ritrovandosi davanti il viso della persona che stava cercando.
«Buon Natale e ben arrivato a Busan!» esclamò Minho abbracciandolo.
Jisung sorrise. «Buon Natale anche a te» disse.
Minho sciolse l'abbraccio e prese la sua valigia. «Vieni.»
Jisung lo seguì in silenzio guardandosi intorno. Era ormai pomeriggio inoltrato, il sole era tramontato da un po', ma in base a quello che riusciva a vedere grazie all'illuminazione artificiale, Busan sembrava una città caotica e piena di grattacieli. Un po' più calda di Seoul, dato che si trovava molto più a sud della penisola coreana, e forse anche più allegra.
Minho aprì il bagaglio di una Hyundai familiare nera e fece segno a Jisung di lasciarci anche lo zaino che teneva sulle spalle. Dopodiché, entrambi salirono.
«Non credevo che avessi anche la patente per la macchina» commentò Jisung, mentre uscivano dal parcheggio.
«Sì. Questa però è la macchina di mio padre. Preferisco le moto, come già sai» rispose Minho con un sorriso. «Vuoi andare subito in casa, oppure posso portarti da una parte prima?» gli chiese poi.
«Basta che non sia un posto troppo affollato. Non sono proprio vestito bene e sono troppo stanco per sopportare troppe persone intorno.»
Il sorriso di Minho si fece più luminoso. «Tranquillo» disse e accese la radio.
Mentre la musica risuonava all'interno della macchina, Jisung appoggiò la fronte contro il finestro e osservò i palazzi e i grattacieli scorrere intorno a loro. Dato l'orario di punta, in cui tutti uscivano dal lavoro, c'era molto traffico e più volte furono costretti a fermarsi a causa delle file che si creavano prima degli incroci o delle rotatorie. Si fermarono in un parcheggio accanto al porto. Jisung scese e quando il vento freddo e salmastro lo colpì in pieno volto si strinse meglio la sciarpa intorno al collo, nascondendovi le labbra. Sobbalzò leggermente quando una mano forte si posò sulla sua spalla e alzò la testa, ritrovandosi poco dopo con il mento appoggiato sul petto di Minho e i suoi occhi luminosi – fari in mezzo alla tempesta – dentro i suoi.
«Forse non è stata una grande idea dato il freddo» mormorò Minho alzando lo sguardo di fronte a sé, mentre sfregava la mano sulla schiena di Jisung per riscaldarlo.
Jisung sorrise e si allontanò da lui, ll incrociando le braccia al petto, le sopracciglia aggrottate e uno sguardo divertito che, in un primo momento, avrebbe dovuto sembrare offeso. «Non mi ammalo mica così facilmente!» esclamò. «Per chi mi hai preso?»
Minho scoppiò a ridere e afferrò il braccio destro di Jisung, per poi far scivolare la propria mano nella sua e intrecciare le loro dita. «È vero, non sei stupido come me» disse mentre iniziava a incamminarsi sul marciapiede che costeggiava il mare, l'altro che assecondava i suoi movimenti, quasi facendosi trascinare, con gli occhi grandi puntati sul suo profilo. «Nin ti metteresti mai a correre sotto la pioggia, anche da ubriaco.»
Jisung scoppiò a ridere. «Potrei fare di peggio» replicò.
«Tipo?»
Jisung gli lanciò un'occhiataccia. «E tu credi pure che te le racconterò? Non sono mica come te, che vado a raccontare di tutto a uno sconosciuto» borbottò e una piccola risata lasciò le sue labbra screpolate.«Parlo per esperienza.»
Minho roteò gli occhi e gli diede una leggera spallata. «Non avrei potuto scegliere sconosciuto migliore... E poi, ormai non lo siamo più. Sconosciuti» sussurrò osservando gli occhi lucidi e luminosi di Jisung, fissi sulla strada davanti a loro. «E menomale.»
Jisung abbassò lo sguardo sulle loro mani intrecciate e sbatté le palpebre un paio di volte. «In realtà non sono così simpatico da ubriaco. Era una bugia» confessò, un groppo alla gola. «Vorrei esserlo.» Vorrei essere come voi.
Minho slacciò le loro dita e passò il braccio intorno alle spalle di Jisung, stringendolo in un abbraccio che li obbligò a fermarsi. «Sei simpatico così. Non è un vanto esserlo solo da ubriachi.»
Jisung si lasciò scaldare da quelle braccia che lo sorreggevano e rimase immobile, inerme, le braccia lungo i propri fianchi; erano solo le sue falangi a stringere un lembo del giubbotto di Minho, come se volesse impedirgli di allontanarsi fino a che quei ricordi non fossero abbastanza lontani da lui, da loro, da quella pace momentanea che teneva stretta fra le mani. Minho rimase lì, abbracciato al corpo fragile del ragazzo che gli aveva salvato la vita sebbene l'unica vita degna di essere chiamata tale aveva smesso di viverla molti anni prima, e aspettò, come i contadini attendono la pioggia dopo il calore estivo.
E quella pioggia arrivò. Cadde dagli occhi di Jisung, rigò le sue guance e accarezzò le sue labbra. Minho annuì piano e lo strinse ancora più forte contro il proprio petto, il viso leggermente nascosto fra i suoi morbidi capelli, mentre con gli occhi osservava il marciapiede per assicurarsi che fossero soli. Sapeva quanto era difficile per Jisung lasciarsi andare. Permettere al suo dolore di sopraffarlo così da farlo uscire, per poi trasformarsi in un guscio vuoto - rendersi conto di non essere nulla senza quell'amico che le lacrime si sono portate via.
Lentamente le spalle di Jisung smisero di tremare e lui ebbe la forza di allontanarsi dalla calda e familiare stretta di Minho, lo sguardo basso, mentre sfregava con una smorfia il palmo contro il proprio petto. Quel buco nero, quel maledetto buco nero... Anche a Busan l'aveva seguito. Sarebbe mai riuscito a scappare da lui? A trovare un nascondiglio abbastanza sicuro che gli permettesse di vivere dei giorni tranquilli e davvero felici? Oppure la paura – o consapevolezza? – che i suoi sorrisi si sarebbero presto frantumati in lacrime e singhiozzi l'avrebbe perseguitato per sempre, ovunque andasse? Solo la morte l'avrebbe liberato da quella spirale di dolore?
Le mani di Minho si poggiarono sulle sue guance e lo costrinsero ad alzare il viso, a incastrare i propri occhi in quelli dell'altro, osservando un sorriso gentile provare a scacciare le nubi davanti al suo sguardo. Si chiese se un giorno Minho, testardo com'era, sarebbe riuscito davvero a dargli la forza per aggiustarsi, o se si sarebbe arreso prima, una volta accortosi della causa persa che era.
«Non vuoi vedere le stelle?» gli chiese Minho, poi avvicinò il proprio volto al suo e Jisung sentì il sangue correre sulle sue guance quando percepì il suo respiro sulla pelle. In qualche strano modo il suo corpo sembrava ancora reagire a quella vicinanza. «Ripercorrere i passi di un piccolo Lee Minho?»
Per un momento l'angolo della bocca di Jisung si alzò. «Come se tu ora fossi alto chissà quanto.»
«Parlò il gigante» replicò Minho con una smorfia, ma ciononostante abbassò le braccia s tornò a stringere la mano di Jisung. «Sono comunque abbastanza alto per guardarti dall'alto in basso» aggiunse riprendendo a camminare.
«Come se avessi dei motivi per sentirti superiore.»
«Vedi? Appunto perché non li capisci, lo sono.»
Jisung scoppiò a ridere e scosse il capo sotto lo sguardo attento di Minho. «Sei così stupido» disse scuotendo il capo.
Minho annuì. «Però ti ho fatto ridere, quindi va bene così.»
Jisung alzò gli occhi sul suo profilo e sorrise, mentre stringeva con più forza la sua mano affinché quel calore non abbandonasse il suo petto lasciandovi il vuoto dell'assenza di dolore.
Minho si fermò davanti all'ingresso per una spiaggia libera, nella quale una scogliera si allungava sulla spiaggia fino a entrare nel mare. «Ti va di salire?» gli chiese.
Jisung osservò con un po' di timore la scogliera. «Basta che mi aiuti. Non ci sono mai salito» mormorò.
Minho sorrise. «Non ti farei mai cadere... Lo sai.»
Jisung annuì e lo seguì sulla spiaggia, osservando la luna che si specchiava sulle onde del mare agitato, frantumata in mezzo alla sua schiuma e schiantandosi con essa sulla battigia. Minho sembrava aver compiuto quei movimenti più di una volta e sapere a memoria gli scogli su cui appoggiare i piedi e aiutò Jisung a raggiungere la cima senza cadere. Camminarono un altro po' sulla scogliera, per poi sedersi al centro di essa, il mare poco più avanti. Qualche goccia, causata dallo scontro delle onde con gli scogli sotto di loro, arrivò sul loro viso. Rimasero in silenzio a osservare il mare, il cui lamento li cullava, e Jisung appoggiò la testa sulla spalla di Minho, che passò un braccio intorno alle sue spalle e lo strinse a sé, gli occhi di entrambi fissi sulla luna e le guance rosse; il cuore che batteva velocemente nei loro petti.
Era incredibile il modo in cui Minho era in gradondi scaldarlo, pensava Jisung; di farlo sentire molto più di un giocattolo rotto e abbandonato in un angolo da un bambino troppo cresciuto. Magari, davvero non sapeva quello che stava dicendo. Forse non l'avrebbe capito mai. Però... «La luna è bella stasera, vero?» sussurrò Jisung.
Sentì Minho sobbalzare, prima di mormorare un debole: «Sì», e sorrise. Per un attimo ebbe paura che il rumore dei suoi battiti potesse superare quello del mare e raggiungere le orecchie del ragazzo accanto a lui.
«Sai, è qui che ho imparato ad ascoltare il mare» disse Minho dopo qualche minuto di silenzio.
«Davvero? È un bel posto.»
Minho annuì piano. «Potrà sembrare stupido, ma non so che cosa farei senza il mare» aggiunse. «Mi rilassa, accoglie la mia rabbia e la rilascia sotto forma di arte. Mi sembra quasi di avere a che fare con un amante che ricambia il tuo amore, a volte. Un amante pieno di altri amanti, però», e ridacchiò per alleggerire la tensione che le sue parole avevano creato intorno a loro.
Jisung, le guance rosse, rise con lui. «Non credo che sia strano, comunque. In fondo sei cresciuto con il mare, no?»
Minho annuì. «Lo vedo dalla mia terrazza» spiegò. «Sono felice che sei venuto, comunque.»
Jisung sorrise e si accoccolò maggiormente contro la sua spalla. «Anche io. E sono ancora più felice del fatto che tu mi abbia portato qui, nel tuo posto speciale, di fronte al tuo amante» disse, aggiungendo quella presa in giro finale perché stava diventando troppo dolce.
Minho allungò una mano verso il suo viso e gli diede un pizzicotto sulla guancia. «Guarda come siamo impertinenti!»
Jisung spostò la sua mano e gli lanciò un'occhiata divertita. «È la parte migliore di me» replicò.
«La più fastidiosa, vorrai dire.»
«No, no. Appunto perché è fastidiosa è la migliore.»
Minho lo guardò con un'espressione indecifrabile sul volto, poi scosse il capo e sospirò. «A volte proprio non ti capisco» sussurrò scatenando le risate dell'altro.
«È questa la parte migliore, non credi? Altrimenti che noia!» esclamò Jisung, un ampio sorriso a illuminargli il volto.
[...]
Minho si fermò davanti alla porta dell'appartamento dei suoi genitori, al sesto piano di un enorme condominio, e si voltò verso Jisung con un'espressione imbarazzata. «I miei sono un po' espansivi» lo avvertì. «Se ti mettono a disagio, fai qualcosa per farmelo capire, mh?»
Jisung ridacchiò. «Non ti preoccupare» lo rassicurò. «Che cosa potranno mai farmi?»
Minho sospirò e scosse leggermente il capo, mentre inseriva il codice dell'appartamento sotto lo sguardo divertito di Jisung. Quando la porta si aprì, sentirono il rumore di passi veloci e in pochi secondi la loro visuale fu coperta dalle sagome dei genitori di Minho, Minjoon e Hae. Minho si portò una mano sul volto, l'espressione sconsolata, mentre Jisung, dopo un primo momento di sorpresa, allungò un braccio nella loro direzione e cercò di sorridere, sebbene i loro sguardi così insistenti e curiosi lo invogliassero a prendere e scappare.
Hae allungò entrambe le mani verso quelle di Jisung per stringerle con affetto. «Piacere di conoscerti, io sono Hae!» esclamò con un sorriso capace di oscurare il sole.
Alle sue mani si aggiunsero quelle del marito. «Minjoon» disse soltanto, anche lui sorridendo calorosamente.
Jisung arrossì per l'imbarazzo. «Il piacere è tutto mio, sono Jisung» mormorò, leggermente intimidito da tutte quelle attenzioni.
«Mamma, papà, lasciateci un attimo di spazio. Potrete spupazzarlo quanto volete dopo» intervenne Minho notando l'imbarazzo dell'amico.
Hae annuì. «Vi aspettiamo in salotto» disse e prese il marito per un braccio, cominciando a parlare sottovoce con lui, che annuiva convinto dalle sue parole.
«Te l'avevo detto» sussurrò Minho mentre sistemava il cappotto e la sciarpa sull'attaccapanni.
Jisung ridacchiò e fece altrettanto. «Non preoccuparti. Le scarpe le lascio qui?» gli chiese indicando il portascarpe adiacente alla porta.
Minho annuì, poi prese la sua valigia e fece segno a Jisung di seguirlo. Superarono il salotto deserto, sentendo un vociare indistinto e concitato provenire dalla cucina, e continuarono a camminare nel corto corridoio sul quale si affacciavano le camere da letto. Minho si fermò davanti a una porta sulla quale era stata attaccata una targa che recitava "Non disturbare" – Tipico di Minho, pensò Jisung nel leggerla –, mentre le pareti della camera da letto, verniciate di un grigio tortora, erano ricoperte di poster di Jimin e altri bellerini. Jisung si avvicinò alle mensole montate sul muro di fronte al letto matrimoniale e osservò con curiosità gli innumerevoli premi e medaglie che le riempivano. Sorrise nel vedere la foto di un piccolo Minho intento a ballare sulla spiaggia.
«Buon Natale, Ji.»
Jisung si voltò e guardò sorpreso l'enorme pacco regalo che Minho teneva fra le mani. Lo prese, aggrottando le sopracciglia nel sentire quanto fosse pesante, e alzò lo sguardo lucido sul sorriso imbarazzato e insicuro dell'altro. «Non dovevi» mormorò. «Ma grazie.»
«Non ringraziarmi prima di averlo aperto!» esclamò Minho, che prese il pacco dalle sue mani e lo appoggiò sul letto dietro di loro per fare in modo che fosse più semplice aprirlo. «Magari non ti piace.»
Jisung gli lanciò un'occhiataccia. «Qualunque cosa sia, mi piacerà perché è un tuo pensiero» replicò e sorrise quando vide le guance di Minho colorarsi di un rosso acceso. «Comunque, ti do il tuo, di regalo, così li apriamo insieme.»
Minho lo guardò aprire la valigia e tirare fuori un piccolo pacco ricoperto di una carta regalo con gli unicorni. Lo afferrò sorridendo. «Wow, che carta regalo originale. Sicuro che non hai confuso il mio regalo con quello di tuo cugino?» gli chiese ricevendo uno schiaffo sul braccio. «Me lo sono meritato.»
Dopo pochi minuti l'imtero appartamento fu riempito dalla musica proveniente da un giradischi che riproduceva le canzoni del vinile di The demon dei Day6, mentre Minho urlava a Jisung di smettere di saltare di qua e di là, stringendo fra le mani una polaroid.
In cucina, invece, i signori Lee stavano finendo di preparare una cheesecake godendosi tutta quella confusione. Hae lanciò un'occhiata al marito, che guardava con rimpianto il corridoio che portava nella zona notte. «Non ti azzardare ad andare a ballare con loro» lo riprese puntandogli contro il mestolo sporco di frutti di bosco.
Minjoon si voltò a guardarla e provò a fare gli occhi dolci. «Ma è il mio album preferito dei DAY6!» esclamò.
«Se ci tieni così tanto a essere ammazzato da tuo figlio, accomodati pure» borbottò Hae tornando a sistemare i frutti di bosco ormai freddi sulla cheesecake. «Aspetta che si mettano insieme. Poi, potrai fare quello che vuoi.»
Minjoon annuì. «Hai ragione. Non possiamo traumatizzare Jisung prima del tempo.»
.
a.a.
volevo ringraziarvi ancora per le 4mila visualizzazioni🥹 e spero che la storia stia continuando a piacervi, sebbene sia un po' più lenta per il momento <3
sempre vostra,
GiuGiu
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