37. papà
mercoledì 16 dicembre
Dopo cena Jisung e Dohyun si erano seduti sul divano, avevano accesso la play e ora si stava scontrando con un gioco di macchine. Jisung era in vantaggio, ma il suo nemico stava recuperando troppo velocemente per i suoi gusti. Infilò la lingua tra i denti, concentrato al massimo per cercare di prendere le curve nel mondo giusto e di non colpire gli ostacoli che incontrava sulla strada, altrimenti si sarebbe rallentato. Poi la vide: la striscia con quadrati bianchi e nera, posizionata sopra l'asfalto, che indicava la fine della gara e la sua ormai sicura vittoria. Diede altro gas, perché poteva vedere la macchina di Dohyun dietro di sé, ed ecco finalmente che superava per la terza e ultima volta il traguardo. Si alzò gridando con le braccia verso il soffitto.
Si voltò verso Dohyun e si mise le mani sui fianchi, guardandolo dall'alto. «Hai perso» disse soltanto sorridendo vittorioso. Non amava granché i videogiochi, ma Changbin ne andava matto e l'aveva costretto a imparare. Così aveva finito per comprarsi una PlayStation e, volente o nolente, aveva iniziato ad apprezzare quel passatempo, costringendo il compagno di sua madre a giocarci quasi tutte le sere quando alla televisione non davano nulla di interessante.
Dohyun sospirò sconsolato. «Ho notato» rispose. «Però, voglio sfidarti ancora!»
Il sorriso di Jisung si allargò. «Ti piace proprio perdere, eh?» lo prese in giro.
Dohyun appoggiò il joystick sul comodino accanto al divano e afferrò Jisung per i fianchi, avvicinandolo a sé e cominciando a fargli il solettico. «Marmocchio che non sei altro» continuava a dire, ignorando i calci e le preghiere del ragazzo che teneva fra le braccia. «Ti lascio andare solo se prometti di non prendermi più in giro!»
«Non posso farlo, è più forte di me!» tentò di dire Jisung fra le risate.
Fu sua madre a salvarlo. «Smettetela, così rischiate di rompere qualche soprammobile» disse osservando la scena da dietro il divano, le mani chiuse a pugno contro i fianchi e un'espressione severa sul volto.
Con un sospiro Dohyun lasciò andare Jisung, che si allontanò da lui rifugiandosi contro il bracciolo del divano, le braccia davanti alla pancia che gli doleva per le troppe risate. «Pensavo di morire» sussurrò passandosi le mani sotto gli occhi bagnati.
Dohyun si sistemò sul divano, il joystick di nuovo fra le mani. «Pensa a non farti sconfiggere adesso» disse.
Sooyun, la madre di Jisung, sospirò. «Non credevo che mi sarei ritrovata a quarantacinque anni con due bambini in casa» disse. «Me ne torno in cucina.»
Jisung e Dohyun si guardarono per poi scoppiare a ridere. Quando anche il vent'enne ebbe recuperato il suo joystick dal pavimento, avviarono un'altra partita. Questa volta fu Dohyun a vincere. Si alzò in piedi con le braccia alzate verso il soffitto lasciando uscire dalla sua bocca urla di vittoria, mentre Jisung continuava a ripetere che l'aveva fatto vincere per pena.
Erano pronti per battersi nuovamente, quando il campanello suonò. Dohyun lanciò un'occhiata sorpresa a Jisung. «Hai chiamato qualcuno dei tuoi amici?» gli chiese.
Jisung scosse il capo.
«Chi potrebbe essere a quest'ora?»
Jisung diede una gomitata sul fianco a Dohyun con un sorrisetto divertito. «Forse i vicini si sono lamentati per la confusione» lo prese in giro ma, quando vide il compagno di sua madre allungare le braccia per fargli nuovamente il solletico, si allontanò con un'espressione allarmata. «Scherzavo!» esclamò provocando le risate dell'altro.
«Jisung, c'è Minho» la voce di Sooyun riportò entrambi alla realtà.
Jisung si alzò di scatto, lasciando cadere il joystick sul divano, e si voltò. Sentì il cuore fermarsi nel petto quando vide Minho in piedi in tra la cucina e il salotto e la preoccupazione aumentare quando si accorse delle lacrime che riempivano i suoi occhi. Non fu in grado di trattenerle e qualcuna gli scivolò sul viso, raggiungendo velocemente il suo collo.
Jisung gli si avvicinò, un'espressione preoccupata e triste dipinta sul viso. «Minie... cos'è successo?» gli domandò, vedendo con la coda dell'occhio Dohyun alzarsi per seguire sua madre in cucina e lasciare loro un po' di spazio.
All'improvviso, l'ombra di un sorriso illuminò il volto di Minho. «Ce l'ho fatta» sussurrò. A quelle parole, i presenti si fermarono.
Jisung aggrottò le sopracciglia. «Cosa?»
Le labbra di Minho si piegarono in un sorriso sicuro: era felice. I suoi occhi brillavano. «Domani... vado a firmare il mio primo contratto» spiegò. «Diventerò un ballerino. Come Jimin. Certo, non ai suoi livelli per ora... però è un passo avanti, no?»
Jisung si portò le mani davanti alla bocca leggermente spalancati e sentì le lacrime riempire anche i suoi, di occhi. «Che cazzo dici» commentò. «Sei serio?»
Minho annuì, lasciando via libera alle sue lacrime. «Jimin me l'ha appena detto» disse. «Ji, non riesco a crederci!»
Jisung non ci pensò due volte ad abbracciarlo. Si mise in punta di piedi, circondando il suo collo con le braccia e appoggiò il mento sulla sua spalla destra. «Sono così felice per te» sussurrò, lasciandosi andare in un pianto di felicità e sollievo. Strinse ancora di più Minho a sé. «Sono così fiero di te, Minie. Non puoi immaginare quanto.»
Minho ricambiò l'abbraccio, nascondendo il viso nell'incavo del suo collo. «Grazie per tutto quello che hai fatto» disse e strinse fra le mani la felpa del minore. «Se non ci fossi stato tu non avrei mai avuto questa possibilità. Mi hai salvato la vita, dico davvero. Non sapevo più cosa fare...»
«Shh» lo interruppe Jisung accarezzandogli i capelli. «Non pensare alle cose che hai passato. Pensa solamente a cosa hai adesso e a cosa ti riserverà il futuro, mh? Un futuro pieno di musica, proprio come volevi.» Si allontanò da lui e gli asicugò il volto bagnato con le maniche della felpa. «Sono fiero di te.»
Minho arrossì. «Grazie ancora» sussurrò. «Domani ti va di accompagnarmi?» gli chiese poi, un po' imbarazzato.
Jisung annuì contento, poi prese la sua mano e lo trascinò verso il divano. «Ora però dobbiamo festeggiare!» esclamò, cominciando a saltare per il salotto per cercare di esprimere tutta la felicità che gli riempiva il petto. «Mamma, hai sentito!?» quasi urlò.
Sooyun ridacchiò. «Sì, ero qui» rispose e si sedette accanto a Minho, appoggiando una mano sulla sua spalla. «Complimenti. Non vedo l'ora di venire a un tuo spettacolo, a questo punto.»
Minho arrossì. «Se tutto va bene, lascerò dei biglietti per voi» propose.
Jisung corse da Dohyun. «Hai sentito!? Minho, ballerai nei teatri!» gridò, incapace di trattenere la sua gioia.
Minho annuì con forza. «Non è fantastico!?»
«Papà, vai a prendere qualcosa da bere! Ora!» esclamò Jisung, ancora troppo preso dalla foga del momento per rendersi conto di cosa avesse appena detto.
Quando si accorse del silenzio che era improvvisamente calato nella stanza e degli sguardi sorpresi che gli stavano rivolgendo sua madre e Minho, seduti sul divano, e degli occhi lucidi di Dohyun, si fermò. Ritornò con la mente alle ultime parole che erano uscite dalle sue labbra e la realizzazione lo colpì in pieno petto. Aveva chiamato Dohyun "papà", senza nemmeno accorgersene. Era avvenuto tutto così spontaneamente. Forse era perché poco prima stavano giocando e si prendevano in giro sul divano come avrebbero fatto un padre e un figlio, forse era perché era troppo felice in quel momento per scegliere le parole giuste... Forse era tutto questo e anche i discorsi che si erano scambiati nei giorni precedenti, le premure che Dohyun gli aveva riservato anche quando era troppo insicuro per poterlo accettare completamente nella sua vita.
Forse perché, alla fine, i cornetti la domenica mattina, i consigli quando ne aveva bisogno, il giocare alla PlayStation come se fosse questione di vita o di morte, l'immaginare di andare in casa in montagna dai "nonni", erano tutte cose che aveva sempre desiderato. E Dohyun gliele aveva offerte, insieme a una casa e alla sicurezza economica che lui e sua madre, soli, avevano sempre faticato a mantenere, sebbene Sooyun non gli avesse mai fatto mancare nulla.
Guardò il volto di Dohyun e vide nella sua espressione e nel suo sguardo la felicità che era stato in grado di donargli solo chiamandolo "papà". Forse quell'appellativo era il modo in cui Jisung lo stava ringraziando per avergli dato tutto senza chiedere nulla in cambio, come un vero padre avrebbe fatto.
Dohyun si riscosse dai suoi pensieri. «Vado a prendere una bottiglia di Champagne che mi ha portato un mio cliente direttamente dalla Francia» disse, come se si fosse ricordato solo in quel momento la richiesta di Jisung. «Aspettatemi qui. Porto anche i bicchieri», e scomparve dalla loro vista diretto verso la cantina.
Jisung si sedette in silenzio sul divano. «Uhm... ho fatto male?» chiese, timoroso, alzando il viso verso la madre.
Sooyun scosse il capo e abbracciò il figlio, gli occhi lucidi. «No, amore, no. Penso sia stato il miglior regalo che tu potessi fargli» lo rassicurò con un sorriso.
«Lo penso anche io» aggiunse Minho.
Jisung si allontanò dall'abbraccio della madre e annuì, incapace di trattenere un sorriso. Si sentiva stranamente bene, nel posto giusto, con le persone giuste accanto a sé. Con la sua famiglia. Spostò lo sguardo su Minho, che aveva stampata in faccia l'espressione di chi ce l'aveva fatta, e pensò che anche lui fosse la sua famiglia e, come tale, che avrebbe fatto qualsiasi cosa per vederlo così felice, sempre.
Quando Dohyun entrò in salotto con la bottiglia di Champagne in una mano e quattro flute nell'altra, Jisung alzò la testa verso di lui e gli sorrise. Colui che ormai considerava come suo padre ricambiò quel sorriso con gioia. Riempì loro i bicchieri e brindarono, dicendo in coro: «A Minho e al suo primo contratto!»
Trascorsero un'oretta a chiacchierare del più e del meno. Minho a un certo punto si rifugiò in cucina per chiamare la sua, di famiglia, e avvertirli della bella notizia, lasciando soli gli altri tre.
«Minho è proprio un bravo ragazzo» commentò Sooyun riempiendosi un altro bicchiere.
«Sì, però se continui a bere così domani vai al lavoro con il mal di testa» le fece notare Dohyun, prendendole dalla mano la bottiglia di Champagne mezza vuota e appoggiandola lontano da lei.
Sooyun roteò gli occhi. «È un'occasione speciale! Chissene frega.»
Jisung ridacchiò. «Sembri Hyunjin in questo momento» disse. «Anche lui quando gli togliamo l'alcool di mano reagisce così. Ma ha vent'anni, a differenza tua.»
Sooyun gli lanciò un'occhiataccia. «Vuoi morire?» gli domandò. «Come ti ho fatto ti distruggo.»
Jisung scosse il capo. «Non ho parole.»
Minho tornò in salotto e si inchinò. «Grazie mille per la serata. Adesso penso di tornare a casa» disse sorridendo. «Sono un po' stanco» aggiunse, grattandosi la nuca.
«Buonanotte, e ancora congratulazioni» disse Dohyun.
Sooyun annuì e si alzò per abbracciarlo, lasciandolo leggermente sorpreso. «Grazie per tutto quello che fai per mio figlio» sussurrò al suo orecchio e sorrise quando si accorse di averlo fatto arrossire.
Anche Jisung si alzò, dirigendosi verso la porta. «Ti accompagno fuori» spiegò notando lo sguardo sorpreso di Minho.
Quest'ultimo annuì e si mise il giubbotto stringendosi la sciarpa intorno al collo. Quando uscirono in giardino rabbrividorono entrambi. Il cielo era sgombro di nuvole e la luna illuminava i loro volti sorridenti. Rimasero in silenzio a guardarla, l'uno accanto all'altro, godendosi quella luce chiara che abbracciava una Seoul silenziosa.
Jisung spostò lo sguardo dal cielo al volto di Minho. Alcune volte, come in quel momento, faticava a realizzare di avere accanto a sé Lee Know, il ragazzo che all'improvviso era entrato nella sua vita e che, senza alcuna fatica apparente, era riuscito a lasciare il segno e a restarvi. Ogni volta che Jisung lo allontanava lui rimaneva lì, che fosse dietro a uno schermo o nella realtà. Perché?, avrebbe voluto chiedergli, ma rimase in silenzio.
Minho, sentendosi osservato, abbassò lo sguardo e arrossì nel vedere gli occhi di Jisung fissi sul suo profilo. «La luna è bella stasera, vero?»*
Jisung sentì il cuore aumentare i battiti. Si chiese se Minho, che amava il Giappone tanto quanto lui, sapesse che cosa significassero in realtà quelle parole. Avrebbe voluto rispondere "Posso morire felice" ma si limitò ad annuire, mordendosi il labbro per non aggiungere che, secondo lui, Minho era anche più bello della luna, soprattutto quando i suoi occhi brillavano così tanto da poter accecare chiunque come in quel momento.
«Beh, direi che è arrivato il momento di andare a dormire. Che ne pensi?»
«Penso che sono d'accordo» rispose Jisung, le guance ancora calde per quella mezza confessione – se poteva essere considerata tale.
«Mi devo ancora fare la doccia!» esclamò Minho passandosi le mani sul viso. «Spero di non puzzare troppo, sennò sai che brutta figura...» sussurrò, lo sguardo terrorizzato. «Appena Jimin me l'ha detto gli ho chiesto di portarmi qui, perché volevo che tu fossi il primo a saperlo.»
Jisung spalancò gli occhi di fronte a quelle parole e sentì il petto scaldarsi nonostante il freddo che lo circondava. La prima persona a cui Minho aveva pensato era stato lui; non la sua famiglia, non i suoi migliori amici... lui, il ragazzo-scoiattolo. Sentì gli occhi inumidirsi nel rendersi conto, per l'ennesima volta, di quanto fosse speciale e importante per lui.
«Grazie» mormorò. «E comunque no, non puzzavi, tranquillo» lo rassicurò con un sorriso.
Minho annuì, leggermente sollevato. «Va bene. Buonanotte, allora» disse e allargò le braccia.
Jisung sorrise e si lasciò cadere sul petto del maggiore, stringendo le braccia intorno al suo busto. «Buonanotte» disse, la voce attutita dalla giacca premuta contro il suo viso.
Quando sciolsero l'abbraccio, Jisung guardò Minho uscire dal cancello e poi camminare lungo il marciapiede. Prima di svoltare, si girò e si salutarono nuovamente con la mano. Quando Minho scomparve definitamente dalla sua vista, Jisung rientrò in casa. Sua madre e Dohyun erano già andati a letto, perciò spense le luci della cucina e del salotto e salì le scale, dirigendosi in camera e cominciando a prepararsi per andare a dormire.
Quando si rifugiò sotto le coperte diede di nuovo la buonanotte a Minho, che gli aveva scritto per rassicurarlo sul fatto che fosse tornato sano e salvo a casa, e appoggiò il cellulare sul comodino. Con le coperte tirate su fino al naso rimase a osservare le stelle fosforescenti attaccate al soffitto, il cuore che ancora batteva rumorosamente nel suo petto. Si chiese se Minho lo amasse davvero. Con la speranza che annaffiava i suoi sentimenti si addormentò, un piccolo sorriso sulle labbra.
Chi ama non smette mai di sperare, no?
.
* si tratta di una leggenda che risale al 1800-900, quando un insegnante di inglese, Natsume Sosek, vide un suo studente tradurre in giapponese parola per parola l’espressione Ti Amo, ovvero, ware kimi o aisu. Natsume decise di far tradurre allo studente questa frase con La luna è bella stasera, vero? Per l’insegnante due persone che si amano non devono dichiararsi amore con ware kimi o aisu ma possono farlo facendo degli apprezzamenti alla luna. Inoltre, era anche un modo per eliminare la timidezza e avere il coraggio di esprimersi. Le risposte potrebbero essere: Posso morire per te o Lo è sempre stata.
a.a.
potrei aver fatto una citazione di "i hate that i love you" ooooops.
comunque, alla fine sono riuscita a sistemare il capitolo in tempo!! vi piace?
sempre vostra,
GiuGiu
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