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I. Casa

Questa storia appartiene a me, @CupidaGranger e a Wattpad. È protetta da copyright, quindi la copia parziale e/o totale è un reato punibile per legge nel mio Paese.

Sembrava che per una volta anche le Parche avessero guardato giù dall'Olimpo e avessero deciso che anche lui si meritava un po' di fortuna.
Per la prima volta, Percy Jackson aveva superato indenne il primo giorno di scuola.
Era questo ciò che il figlio di Poseidone pensava, mentre svoltava verso il corridoio delle materie scientifiche, tra le pareti bianche e le file di armaidetti blu della Goode High School.
Incrociò Paul Stockfis, il marito della madre, mentre si dirigeva nell'aula di storia, e gli sorrise.
Percy camminò fino al suo armadietto e vi inserì la combinazione, finchè non sentì il familiare click della serratura che scattava.
Infilò i libri di letteratura e prese quelli di matematica, l'ultima materia prima di pranzo di quella mattina.
Nel farlo, i suoi occhi verdi come il mare incontrarono la foto che aveva attaccato sull'anta dell'armadietto e un sorriso sincero gli spuntò in volto.
La foto ritraeva il padiglione del Campo Mezzosangue, mentre il sole tramontava all'orizzonte.
E seduti al tavolo di Poseidone c'erano lui ed Annabeth Chase, con le braccia di lei allacciate intorno al suo collo.
Annabeth stava sorridendo, guardandolo con uno sguardo che ogni volta faceva mozzare il fiato al figlio di Poseidone, mentre Percy la osservava con le guance arrossate.
Ricordò quando, qualche anno prima, senza sapere perchè, aveva tenuto nel suo quaderno la cartolina che Annabeth gli aveva mandato quando era andata a vedere il Partenone a Nashville.
Ai tempi non lo sapeva, ma probabilmente si stava già innamorando di lei.
Quella foto, probabilmente scattata da Travis o Connor Stoll che non sapevano mai farsi gli affaracci loro, immortalava il momento esatto in cui la figlia di Atena lo aveva baciato, alla fine della Guerra dei Titani, dopo che Percy aveva fatto un terribile tentativo di dichiararsi.
Percy, in quel momento, sfiorò con le dita il volto di Annabeth, pensando che nonostante non la vedesse solo dalla fine di agosto, cioè due settimane prima, gli mancava già terribilmente.
Come poteva evitarlo?
Durante tutto il mese prima era stato costantemente in ansia per lei, per paura che potesse accaderle qualcosa durante la guerra, per non parlare della Battaglia di Manhattan quando si era presa quella pugnalata per lui.
Ancora si chiedeva come avesse fatto ad intuire che il punto a cui Ethan Nakamura stava mirando fosse il suo unico punto vulnerabile.
Forse erano più che innamorati, forse erano come connessi in qualche modo.
Nel profondo, Annabeth sapeva che quella piccola porzione di pelle alla base della schiena era il tallone di Achille di Percy.
La campanella suonò proprio sopra la testa del semidio, che trasalì, perso com'era nei suoi pensieri.
Chiuse l'armadietto con uno scatto, mentre tutti gli altri studenti intorno a lui si affrettavano ad entrare nelle rispettive aule.
Percy si diresse verso la classe di matematica e si sedette all'ultimo banco, vicino alla finestra.
Da essa si vedevano le strade di Manhattan, con i taxi gialli che strombazzavano per passare e macchine di tutti i tipi che imprecavano a causa del traffico.
In lontananza, scorgeva l'Empire State Building in tutta la sua strepitosa altezza e vide che, come sempre, la cima era avvolta dalla nebbia dove sapeva esserci il seicentesimo piano, ovvero il Monte Olimpo, la sede degli dei.
Poggiò una mano sulla guancia, osservando il cielo azzurro che sovrastava New York.
Sentiva la professoressa spiegare qualcosa riguardante le equazioni, ma non aveva senso ascoltare: lui non avrebbe mai capito nulla di matematica.
Se era algebra, materia formata da numeri, perchè dovevano aggiungere anche le lettere?
E sapeva che i più grandi matematici erano stati greci e quindi, avendo il cervello impostato sul greco antico – che come analisi è molto simile al modo di procedere per svolgere un esercizio di matematica – avrebbe dovuto essere un genio, ma non lo era.
La dislessia, poi, non aiutava affatto.
Pensò ad Annabeth che amava l'archittetura, e di conseguenza algebra e geometria, e si chiese come si trovasse nella sua nuova scuola femminile.
Era a sempre a New York, ma poichè suo padre e la sua famiglia abitavano a San Francisco, la figlia di Atena aveva scelto un collegio, così da poter rimanere a vivere nella Grande Mela.
E Percy ne era felicissimo.
All'improvviso scorse un movimento nella strada oltre il cancello della scuola, come un guizzo metallico.
E vide un satiro con un berretto rosso situato sui riccioli scuri, che correva gridando e imprecando riguardo ad alcune enchiladas imprecisate.
Oh dei, pensò.
Il satiro all'improvviso si fermò e cominciò a strimpellare una veloce melodia con il suo flauto di canne appeso ad una collana.
Percy finalmente vide ciò da cui Grover Underwood stava scappando.
Era George Washington.
O meglio, la statua di George Washington.
Qualcuno qui ha azionato la sequenza Dedalo ventitrè, pensò.
Eppure era strano.
Annabeth l'aveva usata durante la Battaglia di Manhattan per avere un aiuto in più contro i Titani, ma credeva che lei e Atena fossero le uniche a conoscenza del codice.
Doveva aiutare Grover, anche se comportava violare tutte le promesse fatte a sua madre e cioè non farsi espellere dall'ennesima scuola.
Ma se un amico era in perciolo, Percy non sapeva fermarsi.
Dopotutto, la lealtà era il suo difetto fatale.
Lanciò un'altra occhiata dalla finestra e vide che l'amico veniva colpito da una manata del primo presidente degli Stati Uniti.
Il figlio di Poseidone si alzò di scatto e la professoressa lo guardò interrogativa.
"Jackson?" gli chiese, il pennarello con cui stava scrivendo alla lavagna fermo a metà strada "Qualche probelma?"
La classe si girò a guardarlo.
"Devo andare" disse lui, prendendo poi la sua borsa e correndo fuori dalla classe.
Sentì indistintamente la professoressa urlare di nuovo il suo cognome, ma non gli importava.
Mise una mano in tasca, mentre scendeva i gradini delle scale due a due, ed estrasse la sua penna a sfera.
Le tolse il cappuccio proprio mentre usciva dalla porta della Good High School, chiedendo silenziosamente scusa a Paul.
Anaklusmos si materializzò in tutti i suoi novanta centimetri di bronzo celeste, brillando alla luce del sole settembrino.
"Peeercy!" belò Grover "Aiuto!"
Percy si rese conto, raggelando, che George Washington stava strozzando il povero satiro.
"Ehi tu!" gridò quindi "Torna ad essere una statua immobile!"
Il presidente si fermò e girò la testa di marmo verso il semidio.
"E tu chi sei?" domandò.
Per una volta, quella domanda spiazzò Percy.
Era così abituato che tutti i mostri, perfino quelli di cui le leggende greche accennavano e basta, sapessero il suo nome completo, chiamandolo immancabilmente Perseus, che il fatto che qualcuno non sapesse chi fosse era un fatto nuovo per lui.
"Davvero non sai chi sono?" replicò.
Washington scosse la testa, allentando la presa sul collo di Grover che stava diventando di una tonalità di rosso preoccupante.
"Dovrei? Il mio padrone mi dà solo informazioni di vitale importanza"
"Io non sono di vitale importanza!" gemette Grover, rotolando di lato e sfuggendo alla morsa della statua "Quindi perchè ce l'hai con me?"
La statua si voltò di scatto e si rese conto che il satiro non era più alla sua portata e, se solo non fosse stata una statua, appunto, avrebbe probabilmennte mutato la sua espressione facciale in una perplessa.
Invece rimase immobile.
"Vieni qua, satiro! Il mio padrone ha bisogno di te!" esclamò.
Percy si parò davanti all'amico, la spada spuntata verso Washington.
"Non muoverti" intimò, con voce ferma.
I suoi occhi verdi erano freddi.
"Chi è il tuo padrone?"
Le statue non erano fatte per mantenere segreti poichè non avevano una memoria umana capace di capire cosa fosse giusto dire e cosa no.
"L'avete già conosciuto" iniziò "lui è..."
Ed esplose in coriandoli di marmo.
Percy e Grover si misero le mani davanti al viso per evitare di venire colpiti.
"Percy" commentò quindi il satiro "che diavolo è successo?"
Il figlio di Poseidone lo guardò, scuotendo la testa.
"Tu lo sai?" replicò "Io non sono Annabeth, purtroppo"
Grover fece lo stesso un piccolo sorriso, posandogli una mano sulla spalla.
"È bello rivederti" ammise.
"Anche per me, Grover"

***

Il profumo di biscotti appena sfornati entrò nelle narici di Percy non appena mise piede nel suo piccolo appartamento nell'Upper East Side.
Inspirò il profumo, mentre un sorriso sincero gli spuntava in viso.
Era a casa.
Sentì qualcuno che canticchiava in cucina una canzone degli anni ottanta, a mezza voce.
Sally Jackson si voltò, in mano un vassoio di biscotti blu e con indosso un grembiule verde.
E lanciò un urlo, facendo quasi rovesciare il vassoio.
"Oddio" esalò, posandosi una mano sul cuore "Percy! Quando smetterai di farmi prendere infarti?"
Chiuse gli occhi, poi li riaprì, facendo dei respiri profondi.
"Perchè diavolo non sei a scuola?" scandì, poi sembrò notare Grover "Grover! Oh no. Non ditemelo. Cos'è successo?"
Percy fece un sorriso mortificato.
"Ciao, mamma"
"Salve, signora Stockfis"
Sally sospirò, posando i biscotti sul tavolo.
Poi incrociò le braccia sotto il seno, gli occhi azzurri che scintillavano.
Il figlio tentò di prendere un biscotto, ma la donna glielo impedì.
"Oh no, Percy, prima di mangiare mi racconterete cos'è successo" impose.
"Ero a lezione di matematica quando ho visto Grover, nel cortile della Goode, venire attaccato dalla statua di George Washinton" spiegò lui, sedendosi sulla sedia.
Incrociò gli occhi castani di Grover, che si stava mangiucchiando un pezzo di maglietta per il l'agitazione.
"Ho paura che ci sia sotto qualcosa, Grover" continuò "Washington ha nominato un padrone o una cosa del genere"
"Credi che Crono...?"
La domanda del giovane satiro rimase sospesa nel vuoto.
"Non è possibile" s'intromise Sally "Luke è morto. L'avete visto morire. Vedrete che non vuol dire nulla. Forse..."
"Forse quella statua era ancora attiva dalla battaglia di Manhattan, da quando Annabeth le ha azionate" suggerì Grover "e semplicemente era andata in cortocircuito, quindi diceva cose senza senso"
Percy scosse la testa, rimugianndo.
Non credeva affatto che sua madre credesse ad una cosa del genere.
Non era un caso.
C'era qualcosa di grosso sotto, qualcuno si stava risvegliando.
Una strana rabbia si dilagò nel suo petto.
Perchè? Perchè doveva accadere ancora?
Era passato poco più di un mese dalla seconda guerra dei Titani, non potevano avere un po' di pace?
Sally Jackson si dipinse un sorriso in viso e porse ai due ragazzi il vassoio di biscotti.
"D'accordo, ve li meritate" acconsentì.
Percy decise di non fasciarsi la testa prima di cadere.
Dopotutto poteva anche essere una serie di assurde coincidenze.
Fu in quel momento che entrò in azione la legge di Murphy: se qualcosa può andare male, andrà male.
Qualcuno suonò al campanello.
"Aspetti qualcuno, mamma?" chiese il figlio di Poseidone.
Sally aggrottò la fronte.
Si alzò in piedi, togliendo dal grembiule ciò che rimaneva della farina che aveva usato per fare i biscotti.
"Strano che il portiere non ci abbia avvisato..." borbottò "l'ultima volta che è successa una cosa del genere..."
Percy nascose un sorriso.
Ricordava bene l'ultima volta che qualcuno aveva bussato alla porta, senza avvisare, e Poseidone in persona si era presentato lì, per il quindicesimo compleanno del figlio.
Che fosse di nuovo suo padre?
Non lo vedeva da un mese, un tempo relativamente breve per i semidei che vedevano i loro genitori divini davvero raramente.
Sally si avvicinò alla porta e guardò fuori dallo spioncino, chinandosi.
E soffocò un urlo.
"Via!" si girò di scatto, gli occhi spalancati "Uscite da qui!"
Percy e Grover scattarono in piedi, mentre il figlio di Poseidone toglieva immediatamente il cappuccio a Vortice.
"Chi è?" fece.
"Abramo Lincoln"
La statua fuori dalla porta cominciò a bussare più forte.
La porta pareva star per uscire dai cardini.
"Dovete andarvene via, subito!" continuò Sally, cominciando a spingerli verso la stanza di Percy, dove c'erano le scale anti-incendio.
"No, mamma! Ti farà del male!" replicò Percy, dimenandosi "Devo proteggerti"
Sally lo prese per le spalle, mentre Grover apriva la finestra per poter uscire.
"Lui non è me che vuole, Percy. Sei tu. Starò bene, promesso"
Lo baciò sulla fronte e le sue labbra indugiarono più del dovuto sulla pelle del figlio.
Non era la prima volta che lo vedeva scappare, senza sapere se sarebbe mai tornato a casa.
Senza sapere se l'avrebbe mai rivisto.
"Andate al campo, presto! Lì sarete al sicuro!"
Percy abbassò la testa per passare sotto la finestra.
La guardò per un ultimo istante, come per imprimersi la sua immagine nella mente, poi scese le scale anti-incendio.
Lui e Grover presero il primo taxi che trovarono, sfrecciando per le strade di New York.
"Sta ricominciando, Grover" disse Percy "sembra una nuova guerra"
Il satiro rimase in silenzio.
"Chirone saprà darci una spiegazione" commentò dopo un po', ma non sembrava crederci più di tanto.
Scesero a Long Island e corsero lungo la collina Mezzosangue.
Percy si sentì felice, nonostante tutto, quando vide le familiari pareti celesti della Casa Grande.
Entrarono nel confine magico del Campo Mezzosangue, che era stranamente affollato per essere metà settembre.
"Percy!" Travis Stoll lo salutò in groppa ad un pegaso, dall'alto "Cosa ci fai qui? Non dovresti essere a scuola?"
"È una lunga storia!" gridò il figlio di Poseidone "Dov'è Annabeth?"
Un istante dopo Percy si rese conto di quanto fosse una domanda stupida, in quanto la figlia di Atena doveva essere a scuola.
Invece il figlio di Ermes fece un sorriso malizioso, facendo intuire all'altro che allora Annabeth era davvero lì.
"Andiamo! È urgente!"
"È nella sala ricreativa, nella Casa Grande: c'è una riunione"
La riunione era un incontro formato solamente da due persone: Annabeth e Clarisse LaRue, figlia di Ares.
Quando Percy entrò nella stanza che Travis gli aveva indicato, trovò le due ragazze intente a litigare.
"Ti ripeto, Clarisse, che non è affatto efficace!" ribattè Annabeth, in tono esasperato.
Aveva i capelli biondi sciolti sulle spalle, sopra la maglietta arancione del Campo.
Clarisse era dall'altra parte del tavolo da Ping-Pong, con un pugnale piantato proprio accanto a lei.
"E invece sì! Dobbiamo attaccare per primi!" gridò "Voi figli di Atena siete dei codardi, se solo... oh Jackson, ormai non speravo più arrivassi. Mi dai un mano?"
Annabeth si voltò di scatto.
E quello fu il momento più bello di tutta la giornata.
Percy la vide sorridere, quel sorriso che pareva riservare solo a lui, mentre gli occhi grigi le si illuminavano.
"Percy!"
Il figlio di Poseidone aprì le braccia mentre la figlia di Atena lo raggiungeva e gli allacciava le braccia al collo, ridendo.
"Grandioso, qui non la finiranno più" borbottò Clarisse, sparendo dietro una porta.
Percy chinò il capo e la baciò, stringendola a sè.
"Mi sei mancata" mormorò.
"Anche tu, Testa d'Alghe, non sai quanto"
Per un istante dimenticò George Wshington e Abramo Lincoln, dimenticò il fatto che era scappato da scuola e che Paul sarebbe stato deluso da lui.
Era con Annabeth ed era al Campo Mezzosangue.
Era a casa.

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