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[Amici amanti del mondo dei libri, cerco sempre di evitare il più possibile errori grammaticali o di battitura ma nel caso ne troviate alcuni se vi va segnalatemeli nei commenti in modo che possa provvedere a correggerli. Buona lettura e buona immersione nel mondo magico!]
Il tepore delle coperte mi avvolge con un caldo abbraccio rilassante che mi rassicura e mi invita a richiudere gli occhi, ma il mio torpore viene scosso dall'ennesima sveglia che suona impietosa per ricordarmi che le vacanze sono finite. Vorrei poter rimanere ancora a letto a crogiolarmi nel mondo dei sogni ma so che se non lo farò non avrò abbastanza tempo per prepararmi al primo giorno della mia nuova vita. Scalcio via le coperte per darmi una ragione in meno per rimanere a letto e obbligo il mio corpo appesantito dal sonno ad alzarsi. Il parquet è freddo ma rigenerante, come il sole che fa capolino dalle tapparelle semi aperte, che mi acceca per qualche secondo. Percorro il corridoio fino alla porta del bagno e per un incredibile fortuna lo trovo libero. Il problema di avere una sorella maggiore è che se non ci si alza in tempo sarà lei a farsi la doccia per prima, cosa dare un augurarsi mai visto che Lavanda impiega sempre delle ore a prepararsi. Come se ne avesse bisogno. Lei era quella più grande, quella più popolare e soprattutto quella dotata di un potere. Per me invece sarebbe stato il primo giorno all'Accademia, l'ennesimo giorno in una scuola in cui io sarei stata quella diversa, quella strana. L'acqua aiuta a lavare via tutti i miei problemi e preoccupazioni, e per non farmi mancare nulla provo anche un po' dello shampoo preferito di Lavi all'albicocca. Esco sgocciolante ed inizio ad asciugarmi i capelli, facendo appannare tutto lo specchio. Proprio per questo motivo non mi rendo conto che alle mie spalle si è materializzata mia sorella, che abbraccia conserte mi guarda con un sorrisino divertito stampato sulle labbra.
«Hai fatto in fretta, ti dispiace se inizio a farmi la doccia. Sai non vorrei arrivare in ritardo il primo giorno.»
Il suono della sua voce mi fa sobbalzare ma ormai sono abituata a vederla sbucare nei posti più impensabili.
«Cosa ha detto la mamma sugli spazi personali? Devi piantarla Lavi! Non puoi teletrasportarti dove vuoi quando vuoi, soprattutto non in bagno. Sono nuda per la miseria!»
Non cerco neanche di coprire il mio corpo, per due sorelle cresciute condividendo una stanza non c'è motivo di vergognarsi. Da quando ha sviluppato il suo potere Lavanda non si è mai fatta problemi a teletrasportare entrambe in luoghi in cui non saremo mai dovuto entrare. Mi ricordo ancora quando circa all'età di dieci anni aveva preso il vizio di farci comparire nella stanza del vicino di casa, un ragazzo decisamente più grande di noi, con la speranza di beccarlo mentre era senza maglietta. Non era molto saggia come cosa ma lei si divertiva e io mi divertivo a renderla felice. Ovviamente i nostri viaggetti segreti finirono quando la nostra vittima, esasperata dalla completa assenza di privacy, comunico il tutto ai nostri genitori. Non dimenticherò mai la faccia imbronciata di Lavi quando i nostri genitori per punizione le fecero bere infusi antimagia per un mese intero per impedirle di teletrasportarsi. Per una abituata a comparire magicamente nel posto desiderato fu sicuramente una situazione problematica, visto che senza magia non riusciva più ad arrivare a nessun appuntamento in orario. Purtroppo tutto ciò non servi ad impartire nessuna lezione, se non quella di non farsi più beccare.
«Dai sorellina non lamentarti. Hai preparato le valigie? Mamma e papà sono già svegli da ore.»
«Sì sì, tutto a posto. Ma ora esci! Così finisco di asciugarmi.»
«Come siamo nervose stamattina.»
Sbuffa lei scomparendo in un istante. Appoggio le mani al lavandino e inspiro forte cercando di riprendere il controllo della situazione, quando la sento borbottare fuori dalla stanza.
«Comunque lo so che hai usato il mio shampoo, si sente l'odore per tutto il bagno.»
So già che sarà un lungo anno. Anche se mi fa saltare i nervi però è pur sempre mia sorella e in fondo sono contenta che ci sia anche lei all'Accademia, almeno avrò qualcuno con cui parlare. Controllo per l'ultima volta che le valigie siano chiuse e di avere tutti i documenti. Spero di non aver dimenticato nulla, Lavanda non potrà teletrasportarsi recuperare i miei vestiti in caso di bisogno. A causa della barriera protettiva attorno al perimetro dell'Accademia, infatti, per gli studenti è impossibile compiere incantesimi di collegamento tra la scuola e il mondo esterno.
«Pronta?»
Mia madre si affaccia la porta con gli occhi verdi, come i miei, pieni di orgoglio.
«Sì, se Lavi è a posto puoi dirle che possiamo partire.»
Lei rimane ferma ad osservarmi per un tempo che pare interminabile, con la fronte appoggiata allo stipite.
«Sono tanto fiero di te. Nessuno di metterti piedi in testa, anche se non hai un potere sei speciale quanto ciascuno di loro...»
La fermo prima che inizi con uno dei discorsi di incoraggiamento tipico delle madri iperprotettive e soprattutto prima che il nodo che mi si è formato in gola si trasformi in un mare di copiose lacrime.
«Mamma basta, non sto andando via per sempre.»
Le mie parole dovrebbero tranquillizzarla ma sembrano sortire l'effetto opposto.
«Lo so, ma sei la mia piccolina...»
«Ci siete?»
Lavanda irrompe nella mia camera con papà al suo fianco.
«Mamma non starai mica piangendo? Lo sai che mi prenderò cura io di lei.»
Dice ammiccando in modo scherzoso e poco rassicurante.
«È proprio questo che ci preoccupa.»
Bisbiglia papà sorridendo mentre con un braccio a volge le spalle della mamma in modo rassicurante. I miei genitori non sono due persone appiccicose, come quelle coppie che stanno sempre a sbaciucchiarsi, però dopo tutti questi anni si chiamano ancora come il primo giorno. Un po' li invidio, deve essere bello avere qualcuno di cui poterti fidare E con cui condividere tutto senza mai sentirsi giudicati. Mi prendo alcuni secondi per osservare la mia camera e farmi prendere dal nostalgia. Le mani ruvide di papà stringono le mie valigie mentre la mamma fa lo stesso con quelle di mia sorella. Lavanda posta il palmo sulla guancia della mamma, che le sorride con gli occhi che brillano.
«Ci vediamo al cancello» dice Lavi.
E in un attimo due scompaiono. Mio padre sta aspettando il mio segnale per raggiungerle. È da lui che mia sorella preso il potere della trasmutazione, oltre agli occhi azzurri e ai capelli biondi. Quando sono nata io pensavano tutti che avrei ereditato la divinazione dalla mamma, o magari la telecinesi dei miei nonni paterni, ma il mio dono non voleva saperne di arrivare. Dall'età di cinque anni, quando solitamente i poteri iniziano a manifestarsi, avevo iniziato a visitare i migliori specialisti in cerca di una spiegazione e sul perché la magia tardasse ad arrivare. All'inizio tutti ci liquidavano dicendo che alcuni bambini hanno tempi di sviluppo più lento di altri, ma col passare del tempo il problema è diventato sempre più chiaro e la diagnosi è cambiata. Non ero uno dei vuoti, così vengono chiamate le rarissime persone in cui la magia non si presentava. La magia era in me come un qualunque altro essere sul pianeta e questo era dimostrato dal fatto che potevo manipolare le energie come chiunque altro, solo che non riusciva a sviluppare un potere principale. Il mio caso non era raro, era unico e nessuno riusciva a spiegare il perché di questa anomalia. Dire che questo mi aveva sempre fatta sentire un pesce Ford acqua è abbastanza scontato. La mancanza di un dono mi renderà più simile a un vuoto che è una strega, ma anche di questi non avevo mai conosciuto nessuno, erano troppo rari. Mai nessuno che mi somigliasse o capisse. La mamma ci teneva che avessi una vita normale, in modo che la mia mancanza non fosse per me un peso, perciò quando ero piccola organizzava spesso dei pomeriggi gioco con le altre bambine della mia età. Loro giocavano con me e facevano finta di niente, ma sapevo che mi assenza mi deridevano e schermivano. Così ben presto avevo iniziato a stare per conto mio. Cercando di capire la mia condizione avevo letto ogni singolo libro di magia e di storia che ero riuscita a trovare e nel tentativo sopperire alla mia mancanza ero diventata abbastanza brava con l'erbologia e le pozioni. Ma tutto questo non era stato sufficiente a farsi che mi integrassi. La mia unica compagna era sempre stata lavanda. Lei non si preoccupava di ferirmi, non aveva il contatto e non mi trattava con i guanti. Mi faceva sentire normale. Negli ultimi due anni però ero dovuta partire per l'accademia e così io ero rimasta sola.
Abbraccio mio padre cercando di non aver paura del futuro e chiudo gli occhi nel tentativo di liberare la mente da ogni distrazione.
«Sono pronta.»
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